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1941 – Allarme a Hollywood (1979): se tanto mi dà tanto, sarà un grande 1942!

Cassidy impettito
di fronte ad una gigantesca bandiera a stelle e strisce si lancia nella sua
migliore imitazione di George C. Scott.


Signore, signori, mi ritrovo oggi gravato dell’ingrato
compito di cercare di vendervi, anzi meglio di rivedervi, un film fondamentale
e ignorato, che proprio quest’anno compire i suoi primi quarant’anni, dalla sua
uscita nei cinema di uno strambo Paese a forma di scarpa. Se non altro si
tratta di un film di Steven Spielberg, questo facilita di molto il mio compito.

1 settembre 1939
Un tale con i baffi come Charlie Chaplin ma decisamente
meno simpatico, dà l’ordine ai suoi di invadere la Polonia, ma non in modo
divertente come avrebbe fatto il nostrano Rocco. Questo è l’inizio di quel
pasticciaccio brutto chiamato Seconda Guerra Mondiale, un sequel con cui gli
Americani non vogliono essere coinvolti in nessuno modo. Strano, sarebbe stato
l’unico della loro storia.
23 ottobre 1941
A New York viene proiettato in anteprima mondiale, un film
su cui la Disney non aveva puntato poi così tanto, ma Dumbo diventa il più stratosferico successo della stagione, gli
americani si lasciano cullare dalla triste favola a lieto fine dell’elefantino
volante, per non pensare al gran casino laggiù in Europa. Dumbo avrebbe dovuto
comparire anche sulla copertina di Time come personaggio dell’anno, se non
fosse per l’arrivo del mese di dicembre.

Davanti a “Bimbo mio” vacillano anche i generali.

7 dicembre 1941

I giapponesi attaccano Pearl Harbor, il primo attacco
subito dagli americani sul loro suolo, determinano il loro coinvolgimento nella
“Seconda” come la chiamava il signor Futterman. Nel 2011 Michael Bay firmerà il suo film più melenso
basandosi sullo stesso soggetto. Le sfighe non arrivano mai da sole.
23 febbraio 1943
Si vocifera di un sottomarino giapponese al largo delle
coste della California, la notizia non è mai stata confermata, ma cominciano a
spuntare i primi cannoni anti-aerei sparsi per Los Angeles. Il terrore per un
nuovo attacco giapponese è alle stelle.
La notte tra il 24
e il 25 febbraio 1942
Risuona la sirena dell’allarme aereo nella città degli
angeli, i fari illuminano il cielo in cerca di una conferma: siamo o non siamo
sotto attacco aereo giapponese? Nel dubbio, gli americani rispondono con quello
che sanno fare meglio: sparando in aria con la contraerea cercando di colpire
qualcosa, che più tardi verrà confermato (forse) essere le esalazioni di un
pallone sonda meteorologico, che poi è la scusa che utilizzavano anche i Men in Black. Gli Yankee, che della loro
(breve) storia devono sempre fare leggenda, hanno anche il fegato di chiamare
questo delirio notturno “La battaglia di Los Angeles”. Nel 1999 quegli sporchi
Comunisti dei Rage Against the Machine useranno lo stesso titolo in modo migliore.

La “battaglia di Los Angeles” in un breve riassunto.

Giugno 1943

Mentre i bravi ragazzi americani (bianchi) vengono
spediti a morire difendere il loro Paese, i ragazzi ispanici in patria
se la ballano, indossando i loro “Zoot Suit”, cappelli tre volte più larghi del
necessario, pantaloni eleganti ma bracaloni, resi celebri dal
lupo dei cartoni animati e più tardi da The Mask. Se vogliamo, un’anticipazione su decenni di sguardi scuri riservati
dagli americani (bianchi), nei confronti dei vestiti larghi da Rapper, uno
scontro di ideologie che fa scintille. Si registrano numerosi casi di risse tra
soldati Yankee e ragazzi in tenuta da ballo, è l’inizio delle “Zoot Suit
riots”. Se state pensando “Black Lives Matter” è solo perché più le cose
cambiano più restano le stesse (cit.)
Anni ’60
Un ragazzo di nome Steven Spielberg, sta cercando di
superare gli esami di ammissione alla University of Southern California (non ci
riuscirà, finirà a laurearsi ripiegando sull’Università statale della
California), qui conosce un ragazzo con la fissa per le auto da corsa di nome George (Lucas) e un altro, che con il
pallino del surf di nome John (Milius).
Quando i primi due, nella loro carriera avrebbero avuto bisogno di un piccolo
aiuto con i dialoghi dei loro film, é dal terzo che sarebbero andati a bussare,
i risultati sono stati, beh piuttosto riusciti.

STORIA VERA!

1978

Dopo Lo squalo
(BOOM!) e Incontri ravvicinati del terzo tipo (KABOOM!), Steven Spielberg è sul tetto del mondo. Qui conosce un paio di ragazzotti che hanno scritto e diretto una cosina sui Beatles che è andata fortino, si
chiamano Robert Zemeckis e Bob Gale, meglio noti come Bob & Bob. Spielberg
non solo li prenderà sotto la sua ala protettiva, ma con loro comincerà spesso
a far serata. Ma dove c’è bisboccia c’è Milius, notoriamente un tipo tosto con
idee fieramente Repubblicane, ma anche un uomo di gran cuore, come lo
descriveva la figlia nel fondamentale documentario “Milius” (2013): “a Teddy
Bear with AK”, un orsacchiottone con il Kalashnikov. Le serate di questo
gruppetto sono leggenda: si comincia in un ristorante della catena Denny’s, i
preferiti di Milius, un posto dove magari non trovate Carlo Cracco ai fornelli, ma di sicuro
uscite con la pancia piena. Dopodiché a bere come marinai appena sbarcati e dopo, a sparare a due piattelli nel cortile di casa Milius. Io me lo
immagino Spielberg in tutto questo, da sempre astemio, fare il “Bob” per i due
Bob, impegnati a cantare stornelli popolari alticci e piedi di doppi sensi,
mentre Milius abbatte tutto quello che vola nel cielo a pallettoni. Pagherei
bei soldi per le registrazioni, che pare esistano, Spielberg riprendeva tutto
con una Super8, ora probabilmente quella pellicola è conservata in un magazzino
insieme all’arca dell’alleanza.

Avete presente il Breakfast Club? Uguale ma con molto più alcool in corpo.

Dicembre 2019

Lucius mi
ricorda che il 3 aprile 2020 saranno quarant’anni esatti dall’uscita nei cinema
Italiani di “1941 – Allarme a Hollywood”, mi gaso e coinvolgo Pietro, poi
all’ultimo minuto il gran casino di tele-lavoro-Covid mi colpisce in faccia.
3 aprile 2020
Pietro è
l’unico ad onorare l’anniversario affrontando da solo i giapponesi, il vero
eroe di tutta questa storia è lui. Mestamente prometto di onorare il compito
entro il 2020, in orario come un treno delle FS, eccomi qua.
Che idea avete voi di Spielberg? Si perché c’è uno
Spielberg per tutte le stagioni: quello capace di spaventare al cinema, oppure di far sognare, quello impegnato socialmente, oppure il padre di tutti noi piccoli Nerd ma anche l’uomo con in tasca le chiavi dei sogni di tutti. Ma lo Spielberg comico? Lo Spielberg compagnone
capace di buttarla in caciara (ovviamente alla sua maniera)? Non sembra
socialmente accettabile, ecco perché “1941 – Allarme a Hollywood” viene spesso
ricordato anzi no, viene spesso nascosto sotto il tappeto, un errore presto
messo in ombra da vabbè robetta, il successivo lavoro di Spielberg, solo uno
dei più grandi film di tutta la storia del Cinema, che archivia definitivamente
“1941” come una svista.

“Era ubriaco giuro! Posso testimoniare ero presente anche io, non è stata colpa sua!”

No, no no, voi non mi vedete, ma io sono qui che davanti
allo schermo con il dito faccio no, no no. Ora però fatemi mettere due mani
sulla tastiera, altrimenti questo post durerà più della “Seconda”. Questo film
nasce da quelle serate alcoliche e da personaggi agli antipodi, i due ragazzini
terribili Bob & Bob, sognavano una commedia nerissima intitolata “The night
that Japanese attack”, interamente composta da storie vere prese di peso
dalla “Battaglia di Los Angeles” e dalle “Zoot Suit riots”. Mentre Milius
partendo dallo stesso materiale, voleva un dramma bellico intitolato solamente
“JAPS!” (storia vera).

Ancora oggi Spielberg, peccando di modestia e
nascondendosi dietro errori di gioventù, si cosparge il capo di cenere per
questo film, redendo sulla via di Damasco Kubrick, nel fondamentale
documentario “Stanley Kubrick: A Life in Pictures” (2001), Steven confersa il pensiero
di Stanley su questo film: «Sarebbe stato meglio farne un film drammatico». Invece no, perché “1941” è un film fondamentale proprio perché è esagerato,
volutamente sopra le righe e ammettiamolo, anche piuttosto scemo.

La battuta finale di una lunga e distruttiva barzelletta.

Andiamo, per tre quarti sembra parlare di un pilota che
vorrebbe andare a segno con quella bambolona di Nancy Allen (qui anche più da “morso sulle nocche” del solito), una
che diciamo, si accende solo quando è dietro alla cloche di un aereo. Parliamo
di un film dove un ragazzo “Zoot Suit” vorrebbe solo “ballare” (da sempre
espressione verticale di una frustrazione orizzontale), con la sua ragazza con
la passione per le divise, e del militare Treat Williams che ha una divisa e le
prova tutte per impalmare la signorina. Vi sembra una trama scema? Beh non è
tanto più seria di: ragazzo torna indietro nel tempo, conosce sua madre che
cerca di farselo con tutte le mutande (di Calvin Klein) e i Jeans (Levi
Strauss), eppure è la trama del film diretto da Bob Zemeckis, scritto da Bob
Gale e prodotto pensate un po’, proprio da Steven Spielberg.

“Ehi tu porco levale le mani di dosso”

Aveva un bel da dire Kubrick, sul tono drammatico, ma
proprio lui aveva diretto la più grande parodia sulla guerra vista al cinema prima di Spielberg, non è un caso se l’attore
Slim Pickens per Kubrick cavalcava LA BOMBA, sventolando il cappello da cowboy,
mentre per Spielberg fa ehm… la cacca, nella più esilarante scena di tortura
mai vista al cinema. Il buon Steven ha seguito le orme di Kurbick, tirando
fuori un film che osa ancora di più, perché parla di eventi reali, raccontati
con il punto di vista grottesco della satira, ma allo stesso tempo è
l’ennesima, bellissima dichiarazione d’amore al cinema, firmata da uno che in
vita sua, ha sempre dimostrato di amare moltissimo questa cosina fatta di pellicole,
macchine da presa, silenzio sul set prego e… azione!

“Forse preferivo la bomba, non era poi tanto male…”

“1941” è la parodia bellica, fatta da i protagonisti
stessi del cinema quello considerato serio, ecco perché il tema musicale è
composto dal grande John Williams,
oppure perché fa una piccola comparsata uno come Samuel Fueller. Basta dire che
il generale Nazista è interpretato da Christopher Lee, che con la sola presenza si porta dietro decenni di vampiri della
Hammer, mentre l’ammiraglio giapponese è solamente beh, Toshiro Mifune, che pare abbia gentilmente chiesto a Spielberg sul
set, il permesso per schiaffeggiare malamente gli attori selezionati per
interpretare i suoi soldati, colpevoli secondo lui di essere un po’ troppo
rilassati per il ruolo dei soldati giapponesi. Mifune che prima delle
recitazione era stato sotto le armi, si è giustificando dicendo che gli
schiaffoni erano il pane quotidiano di ogni soldato giapponese (storia vera).

Nel caso di frattura del vostro schermo per eccesso di mito in una sola foto, la direzione della Bara Volante declina ogni responsabilità.

Partiamo subito dai difetti, perché sono evidenti: la
struttura di “1941” è un gran caos.

Non si capisce bene di cosa parli il film, sicuramente
c’è un silenzioso attacco giapponese in corso ad Hollywood – ditemi cosa
volete, ma i “ninja” di Mifune vestiti da alberi di Natale, che per un errore
linguistico attaccano “Holly’s Wood”, piantagione di alberi per la festa
dicembrina, è proprio il tipo di umorismo che a me fa rotolare sul pavimento -,
ma è anche chiaro che non si capisce chi sia il protagonista. Sarà il ragazzo con la
fissa per il ballo? Quello che (chiamalo scemo) vorrebbe farsi Nancy Allen?
Potrebbe essere il pilota di aerei “Wild” Bill Kelso? No lui proprio no,
anche perché Spielberg offrì il ruolo prima al Duca John Wayne e poi a Charlton Heston, che rifiutarono entrambi definendo la trama anti-patriottica
(storia vera). Come abbia fatto Spielberg a non farsi sparare addosso da quei
due, resta uno dei più grandi misteri della storia del cinema.
“1941” ispirandosi agli eventi reali sopra descritti, è
un caos solo apparente, in realtà è un caos organizzato che procede per
accumulo di situazioni, un tipo di umorismo che i fratelli Marx applicavano
brillantemente a singole scene, mentre Spielberg utilizza per tutto il film.
Quel modo di far ridere aggiungendo ogni volta tasselli al mosaico (e gradi di
difficoltà per i protagonisti della storia), un modo di preparare la battuta finale, che
sarebbe diventato il marchio di fabbrica di uno come John Landis, che guarda caso
fa un cameo in questo film, in una delle sue rarissime apparizioni senza la
barba, nei panni del soldato in motocicletta ricoperto di polvere.

Il Garibaldi Landis senza barba.

Quindi,
giusto per ribadirlo, il primo film a sfoggiare insieme John Landis, Dan
Aykroyd (Frank Tree autore del geniale e delirante monologo motivazione, sui
pop-corn mangiati con le bacchette), John Candy (il soldato razzista che si
ritrova con la famigerata “Black Face”, a ridere con il commilitone di colore
ricoperto a sua volta di polvere bianca sul volto) e John Belushi (il già citato pilota) è stato
proprio “1941”, fate mente locale su quale altro film ha radunato insieme
questo quattro nomi (coff COFF The Blues Brothers COFF Coff!) e iniziate a far
sedimentare questa informazione.

Salvate il soldato Dan.

Ovviamente questo goliardico caos, nasconde dietro
un’organizzazione incredibile, infatti “1941” è comunque un film diretto da uno
caldo come una stufa, che aveva appena incontrato gli alieni e ci stava per regalare uno dei nostri eroi del cuore. Infatti è un film girato in maniera magistrale,
basta guardare la lunghissima gara di ballo, che degenera in una gigantesca
rissa tra soldati e ballerini, una sequenza che è una vera lezione di cinema, perché contiene al suo interno tutti i precetti del genere Musical ma anche di
quello d’azione. Perché in fondo, una scena musicale di ballo e una di
combattimento al cinema, per risultare davvero riuscite, hanno bisogno entrambe
delle stesse cose: una coreografia efficace e un regista capace, oltre che a degli atleti in grado di eseguire al meglio.

Dopo questa verrò picchiato dagli appassionati di musica e da quelli di arti marziali.

“1941” come detto procede per accumulo, una voglia di
sottolineare l’assurdità dello spunto inziale, che si trasforma in momenti
cinematografici di enorme respiro, in cui i piccoli momenti di singola pazzia,
sono preparatori alla grande, gigantesca follia che ci aspetta alla fine del
film. Sul serio, la distruzione della ruota panoramica è allo steso tempo
parodia del genere bellico, ma anche dei “Disaster movies”, girata da quello che
ancora oggi è uno dei più grandi registi viventi in circolazione. La degna
spettacolare conclusione, di un film in cui i singoli momenti di follia di cui
parlavo, sono ben rappresentati dalla presenza sul set di John Belushi, che merita
un paragrafo a parte interamente dedicato.

Quando il gioco si fa duro… il resto lo sapete no?

Non credo che nella storia dell’umanità, ci sia stato un
agente del caos del grado di John Belushi, sicuramente tra quelli che sono poi
finiti ad esprimere la loro distruttiva arte su pellicola, nessuno potrà mai
nemmeno avvicinarsi al genio, ma soprattutto alla sregolatezza di Belushi, che
qui entra in scena come l’eroe, fa benzina al suo aereo ad una pompa in mezzo
al deserto e se ne va facendo esplodere (immotivatamente) tutto. Senza
voltarsi, perché i duri non guardano le esplosioni.

Pare che Belushi per pubblicizzare il film, andasse in
giro per New York, con una maglietta con sopra il nome di Spielberg e il suo
paradossale epitaffio (data di nascita 1946, data di morte 1941), ed è la
cosetta più gentile combinata al regista durante la lavorazione, perché tre
quarti delle scene di Belushi sono state completamente improvvisate al momento
e il restante ultimo quarto, erano frutto della sua condizione alcolica. Ma
ammetto candidamente che potrei aver invertito le proporzioni.

Cercare di trovare un senso nei chilometrici papiri che scrive Cassidy.

La “culata” che Belushi pianta sull’ala dell’aereo, era sicuramente
frutto dei bagordi, ma in generale la regola di Spielberg sul set, per tutte le
scene con il comico, era di continuare a girare qualunque cosa accadesse, tutti
intorno a lui avevano l’ordine di assecondare ogni sua azione (questo spiega la
scena della tazza riempita infinite volte). Spielberg aveva capito che una
forza della natura votata al caos come Belushi, non puoi provare a contenerla,
ma al massimo puoi tentare di sfruttarla a tuo vantaggio.

“1941” ha anticipato un quantitativo talmente esagerato
di cinema da non poter lasciare indifferenti, anche perché la
scena della ruota panoramica e il ballo-rissa sono già di suo grande cinema, ma
il bello di questo film è che si tratta di una parodia fatta dagli stessi
autori dei film presi di mira. Infatti Spielberg è il primo a regalarci una parodia di Lo Squalo: la geniale scena iniziale con
la ragazza che si toglie la pelliccia del club dei “Polar bear” (appassionati
di nuoto in acque gelide), per andare a farsi una nuotatina, in quella che di
fatto è la stessa scena d’apertura di “Jaws”, ma rifatta in tono ironico.

Immaginatelo così, ma con il tema di John Williams in
sottofondo.

Sapete quale
altro film cominciava con una scena che sbertucciava Lo Squalo, utilizzando il celebre tema
musicale di John Williams? “L’aereo più pazzo del mondo”, che però è
uscito un anno dopo nel 1980. L’umorismo di quei geni di Zucker-Abrahams-Zucker,
trova in Steven Spielberg il più inatteso dei padri nobili, già solo per
questo, “1941” si merita di stare tra i Classidy!

Si perché “1941” è stato il film in cui ha esordito come
attore Mickey Rourke, ma anche quello che ha reso omaggio a Dumbo, con l’esilarante scena del
generale che si commuove al cinema, davanti all’elefantino. Un film che non è andato
affatto male al botteghino, ma è stato considerato lo stesso un mezzo disastro
commerciale, perché non ha portato a casa gli stessi soldi di Lo Squalo e Incontri ravvicinati del terzo tipo, quindi per assurdo il vero
problema di “1941”, anche oggi a quarant’anni dalla sua uscita, resta la
percezione che abbiamo di Spielberg, senza la quale questo film nemmeno esisterebbe,
una situazione talmente assurda, che non poteva non essere parte di un film nato
nel caos.

“Ora posso tornare a vedere Dumbo?”

Quindi Spielberg deve essere quello serio delle bimbe con
i capotti rossi? Deve essere quello che ci fa stupire, emozionare a commuovere
con una storia di immigrati spaziali che vogliono solo usare il telefono?
Oppure può essere anche quello che trova il cinema con una Super8, mentre Milius grida «PULL!»
e Bob & Bob stanno per intonare il grande classico “Osteria numero mille”?
Se il risultato è questo fantastico caos chiamato “1941”, io posso solo
essere felice di avere la fortuna di poter apprezzare un regista che è tutto questo insieme.

Quindi auguri di buon 1941 a tutti, ed ora soldati…
rompete le righe!
I lettori della
Bara Volante all’unisono si mettono a frantumare, righe, righelli, squadrette e
anche qualche goniometro.
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