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1999 – Conquista della Terra (1972): Revolution is my name

Anche se il
titolo italiano è molto ingannevole, oggi aggiungiamo un nuovo capitolo alla
rubrica… Blog of the apes!

So di avere un’insana passione per le scimmie al cinema, ma il fascino che i nostri
progenitori esercitano sull’umanità nel corso dei secoli ha influenzato vari
campi dell’arte, il cinema sicuramente, ma anche la scultura, Emmanuel Fremiet
è stato uno dei più celebri “Scimmiologi”, lo scultore francese celebre per la
statua di Giovanna d’Arco presente a Parigi, ha farcito di scimmie la sua arte.

Sua è la satirica
“Gorilla che rapisce una donna” esposta la prima volta al Salon di
Parigi nel 1887, criticata ai tempi perché considerata grottesca, ma comunque
capace di anticipare il mito di King Kong. Commissionata dal museo di storia
naturale di Parigi, pochi anni dopo nel 1895, Fremiet scolpì “Orangutan che
strangola un selvaggio del Borneo”, statua che mi è tornata in mente guardando
questo film, dopo che mi è stata segnalata da Giocher, quindi ora sapete chi ringraziare per questo momento di
cultura in pillole.



Fai attenzione Alberto Angela la Bara Volante ti fa concorrenza!

La statua di Fremiet
rappresenta, con dovizia di dettagli, la natura che si ribella all’uomo, ma a
differenza del forte gorilla che rapisce una donna, qui abbiamo un selvaggio
del Borneo, strangolato da una scimmia storicamente considerata buffa a
mansueta, anche per via del cinema, pensate al Re Luigi del “Libro della
giungla” disneiano, oppure a Clyde, il compare di Clint Eastwood in Filo da torcere e Fai come ti pare.

Una scimmia
mansueta a cui iniziano a roteare gli ammenicoli, che poi è il tema del quarto
capitolo della saga, anche se gli incassi e le settimane di permanenza nella
top ten anche del capitolo precedente sono
in costante discesa, il produttore Arthur P. Jacobs non ha nessuna intenzione
di mollare l’osso (o la banana, fate voi) e, malgrado l’enorme successo del
primo capitolo, la 20th Century Fox ancora naviga in cattive acque, quindi il
budget a disposizione scende ulteriormente a poco meno di due milioni di ex
presidenti defunti stampati su carta verde e tutto il cast viene confermato,
bisogna fare un altro film e per girarlo in tempi record viene chiamato J. Lee
Thompson che non è certo l’ultimo della pista, autore di bombe come “I cannoni
di Navarone” (1961) e di tanti film con Charles Bronson.
Per mantenere al
minimo i costi, vengono saccheggiati i set già pronti di film e serie tv di Irwin
“The Master of Disaster” Allen, tutta la sala di controllo del
cattivissimo governatore Breck (Don Murray) è un riciclaggio dei set della
serie tv “Kronos – Sfida al passato”, mentre nel cast tornano praticamente
tutti, la veterana Natalie Trundy, nuovamente sotto chili di make up, questa
volta nei panni della scimpanzé Lisa, ma soprattutto lui, Mr. Scimmia onoraria Roddy
McDowall che dopo aver interpretato Cornelius per due film in fila, qui
interpreta sua figlio Cesare.



Can’t walk the streets, to them we are fair game, our lives don’t mean a thing (Like a king, like a king, like a king).

Anche la
sceneggiatura sembra pensata per riciclare situazioni i personaggi ed è
firmata sempre da lui, Paul “casino ambulante” Dehn che prosegue lungo il
percorso iniziato con il film precedente,
in cui Cornelius ci raccontava con dovizia di dettagli (lasciatemi l’icona
aperta che ripasso…) della rivolta delle scimmie, quindi perché non farci su un
intero film? Concordo con Lucius Etruscus quando scrive che Dehn del romanzo
originale di Pierre Boulle ha capito solo quello che voleva lui ed è
stato colpito soltanto dal concetto di scimmie in rivolta, anzi già che ci
siete vi consiglio il pezzo del Zinefilo
dedicato a questo film!

Ora, ditemi cosa
volete, ma io voglio un gran bene a “Conquest of the Planet of the Apes”, lo
dico senza vergogna, è il mio capitolo preferito di tutta la saga, ad ovest del
film originale del 1968, anche rivedendolo confermo la mia posizione e capisco
perché fin da bambino mi piaceva così tanto, di tutti i capitoli è
quello che sposta spudoratamente l’ago della storia in direzione scimmiesca, se
nel capitolo precedente si tifava solo per Zira Mondaini e Cornelius Vianello,
qui è impossibile non prendere le parti di tutte le scimmie e di Cesare il
loro rivoltoso capo.



“Umani! Borghesi! ancora pochi mesi!”

Oh, lo dico
subito: non è tutto pesche e crema, perché comunque Paul Dehn di non infarcire
la trama di trovate sceme proprio non è capace, ma consoliamoci, perché in uno
strambo Paese a forma di scarpa non siamo stati da meno, questo quarto capitolo
è ambientato diciotto anni dopo quello precedente, ovvero nel 1991, quindi perché
diamine qui da noi sia uscito con il titolo di “1999 – Conquista della Terra”
non è dato sapersi, per quanto io ami i titoli di fantascienza retrodatati, l’unica spiegazione che ho è che i macachi
del marketing abbiano pensato di mettersi in scia ad un certo film di Stanley
Kubrick che, guarda caso, iniziava con alcune scimmie.

Eppure era tutto piuttosto chiaro e ben illustrato.

Pronti, via! Ritroviamo subito Ricardo Montalbán nuovamente nei panni del Señor Armando, il
direttore di circo che ha preso in custodia il figlio di Zira e Cornelius, la
scimmia intelligente e parlante Cesare, qui interpretato da un Roddy McDowall
in stato di grazia che nemmeno le limitazioni della maschera riescono a
contenere. Quindi, affrontiamo subito l’elefante il gorilla nella stanza,
ma il figlio di Zira e Cornelius Vianello non si chiamava Milo?

Nel film precedente era stato battezzato così, la spiegazione che mi do è che Armando abbia
cambiato nome alla scimmietta, per tenerlo ulteriormente nascosto, anche perché,
come abbiamo visto, il piccolo Milo è stato ucciso insieme ai suoi genitori.
Ok, ma a me questa cosa dei nomi ancora non mi sconfinfera Capitan Pasticcio Paul
Dehn non ci aveva detto, sempre nel capitolo precedente, attraverso il racconto
di Cornelius, che la scimmia a capo della ribellione dei quadrumani aveva il
cazzutissimo nome di Aldo? Per assurdo, in questo film (e in quello successivo)
c’è una scimmia di nome Aldo, qui interpretato da David Chow che, però, è un
gorilla e di certo non è il capo della ribellione, boh insomma, ho capito
perché da tanti doppiaggi il nome Aldo è sparito, un modo per cercare di stare
al passo con i buchi di sceneggiatura pensare da quel “Casinaro” di Paul Dehn.



“Tranquillo Cesare, dopo te lo tolgo il guinzaglio”.

Di fatto, i primi
minuti del film non sono altro che la trasposizione della profezia di
Cornelius, Armando porta Cesare in città e ci propina nuovamente lo spiegone
per cui una malattia ha sterminato tutti i cani e i gatti del mondo, lasciando
gli umani senza animali domestici, per compensare all’assenza, le scimmie
evolute hanno preso il loro posto, ma invece che essere coccolate come Dudù o
il 
Chiwawa Toy di
Paris Hilton, svolgono le mansioni più abbiette e vergognose, quelle che gli
uomini si rifiutano di svolgere, compiti senza dignità come servire ai tavoli
di ristoranti stellati, preparare cocktail, occuparsi dell’acconciatura di
ricche signore… Sarà… Ma secondo me avere una laurea con il massimo dei voti,
per lavorare in un call center per pochi spiccioli al mese è molto peggio, però
il film sulla società dispotica lo sta scrivendo Paul Dehn mica io.

“Via circolare, qui è divieto di sosta per i quadrumani, sciò!

J. Lee Thompson
si barcamena tra i vuoti della trama e un budget che è davvero poca cosa, ma
dimostra tutto il suo mestiere, l’idea di mostrare i maltrattamenti subiti
dalle scimmie in questa società popolata di celerini nero vestiti (perché sia
chiaro il concetto), attraverso gli occhi del “ragazzo di campagna” Cesare
Pozzetto è molto efficace, certo, alcuni maltrattamenti hanno ben poca logica,
ma nei primi minuti del film da spettatori, capiamo subito l’orrore che Cesare
prova nel vedere l’organizzatissima società degli umani per la prima volta. La
prima mezz’ora procede per accumulo, con un montaggio volutamente frenetico,
tra addestramenti fatti a bastonate e desensibilizzazioni al fuoco a colpi di
lanciafiamme, è anche comprensibile se ad un certo punto Cesare si metta ad
urlare 
“Dirty human
bastards!”, provocando un sacco di guai ad Armando, portato via dalle
guardie cripto-fasciste.

“Chi ha gridato bastardi?” , “No agente io ho detto leopardi, non protestiamo contro le pellicce qui?”

Certo, non è molto
chiaro come mai gli uomini del cattivissimo governatore Breck interroghino il
circense per ore, prima di decidersi ad utilizzare “L’Autenticatore”, una
macchina che costringe l’utilizzatore a dire la verità (farlo prima? Brutto?),
questo aggeggio sembra una lampada dell’Ikea e pur di non confessare
il segreto di Cesare, Armando si suicida che poi è quello che volevo fare io
l’ultima volta che ho guardato i prezzi delle applique da parete sul catologo
Ikea.

“Qua-Quanto ha detto che costa una di quelle?” , “Mi creda Armando, non lo vuole sapere”.

La morte di
Armando provoca una rabbia cieca in Cesare, la scena in cui piange disperato,
ma senza nemmeno la possibilità di urlare la sua rabbia al mondo per non essere
scoperto, è uno dei momenti più intensi della prova del grande Roddy McDowall.

Finito a fare da
servo proprio per Breck (ma tu guarda?), se non altro, Paul Dehn si fa perdonare
la forzatura, con quella che è la mia scena preferita del film e anche uno dei
momenti più iconici di tutta la saga, ovvero quando Breck chiede allo scimpanzè
di scegliersi il proprio nome da un libro, il nostro sfoglia le pagine facendo
film si stare facendo a caso e poi indica proprio il nome Cesare (“Un re” come
dice Breck) guardandolo con aria di sfida, scena bellissima, peccato che poi a
Dehn, questa storia dello sguardo di Cesare scappi legerissimamente di mano.



Chiaro? Tiè alla faccia di Aldo!

Motivato dal suo
nome e dalla morte di Armando, Cesare si aggira per la città fissando, come
Nicolas Cage quando fa lo sguardo intenso avete presente? Lui fissa, fissa una
scimmia e quella dopo un breve cenno di intesa, inizia a compiere piccoli atti
di rivolta, tipo ribaltare i cestini della monezza, oppure peggio, attaccare il
chewing gum masticato sotto il banco. Ma anche cose ben più gravi, tipo Cesare
fissa un orango e quello poi non rilascia scontrino fiscale, oppure non ti dà
indicazioni stradali se ti vede girovagare senza meta, roba forte, roba da “No
justice no peace!” Eh?

Lo sguardo di penitenza di Cesare, il fissatore compulsivo.

Cesare guarda le
scimmie e le scimmie guardano nel sole, mentre il mondo, piano piano, va in
rovina, dove si andrà a finire signora mia se tutte queste scimmie
continueranno a non rispettare la fila alla posta dico io! Oh, io ci scherzo, perché
il film ha alcune faciloneriae (quasi tutte imputabili a Paul Dehn) che è
impossibile non notare, ma è uno dei miei capitoli preferiti della
saga, non è un caso se per il reboot del 2011, abbiano pescato a piene mani
zampe da questo film, perché è quello con i temi più interessanti.

Non mi guardare così Cesare, che sento già l’istinto di attraversare fuori dalla strisce pedonali.

“Conquest of the
Planet of the Apes”, malgrado le banalità, è il capitolo più cupo e
scimmia-centrico, Cesare compie un arco narrativo che lo porta ad essere una scimmietta
cresciuta nella bambagia del suo circo, a mostrare un livore impossibile da
nascondere nei confronti degli uomini, il dialogo chiave è quello con McDonald
(Hari Rhodes) che non è uno che fa panini, ma è il tizio nero che lavora all’interno
del sistema (nero, ma per diverse ragioni) della società umana. All’uomo Cesare
prima dice che tutto quello che credeva era sbagliato, perché si basava sulla convinzione
che gli uomini fossero buoni e quando parla della rivoluzione delle scimmie,
gli dice: “Tu più di chiunque altro dovresti capire”.

Qui Paul Dehn e J.
Lee Thompson sganciano il metaforone e riportano la critica sociale al centro
dei temi della saga più scimmiesca del cinema, malgrado fosse inglese, Dehn si
è ispirato al movimento per i diritti civili, non è certo un caso se dei cinque
milioni di ex presidenti spirati (tutti bianchi!) stampati su carta verde,
portati a casa dal film, molti arrivassero da una porzione di pubblico
afroamericano che in Che(sare) Guevara e i suoi poteva riconoscersi.



“Ed ora portatemi un Cuba Libre e un Cohiba”.

Oltre al titolo italiano
post-datato, il film in sé anticipa anche tanta fantascienza distopica che negli anni ’70 ha fatto la storia del
cinema, il finale quasi alla Carpenter mi compra ogni volta, tra fuoco e fiamme si consuma la ribellione delle
scimmie, anche se bisogna dire che l’immancabile discorso motivazionale del
condottiero Che(sare) alle truppe, è palesemente diviso in due tronconi.

Il primo finale
ipotizzato prevedeva Breck ucciso sotto i colpi dei calci dei fucili dei
gorilla, dopo un ordine diretto di Cesare, ma la prima metà di discorso, in cui
il leader dei rivoltosi prevede tutto il futuro dell’umanità (e la trama degli
altri film) lascia pochi dubbi sulle sue intenzioni. La svolta caritatevole è
stata inserita dopo (e doppiata da Roddy McDowall richiamato in fretta e
furia), risulta un po’ forzata, ma la difendo, perché è quella con cui Cesare si
dimostra migliore dei suoi oppressori.



“Adriana! No aspettate. Libertà! No aspettate. Il giorno di San Crispino! Oh al diavolo il discorso io odio parlare in pubblico”.

Insomma, “Conquest
of the Planet of the Apes” non è particolarmente ben fatto, ma comunque così
efficace e a tratti anche intenso da convincermi ad ogni visione, riesce ad
istigarmi alla rivolta anche senza bisogno che Cesare inizi a fissarmi, proprio
come la statua scolpita da Emmanuel Fremiet in qualche modo parla all’inconscio,
ricordandoci che siamo in testa alla catena alimentare. Per ora.

It’s time to change
It can’t stay the same
Revolution is my name

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