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2001: Odissea nello spazio (1968): il film definitivo sull’inizio (di tutto)

Apri la saracinesca, sono io, Hal, che mi sdraia l’esistenza, come un ryokan (cit.) ma non ho tempo di riposare oggi, perché questa Bara deve fluttuare e orbitare verso una direzione molto precisa, il pianeta Giove e il nuovo capitolo della rubrica… Come ho imparato a fregarmene e ad amare Kubrick.

1968, in un cinema che immagini fosse completamente dedicato a lui, magari in un hotel di lusso a Las Vegas, il Re assiste alla proiezione di “2001: A Space Odyssey”, ultima fatica di Stanley Kubrick. A fine visione decide che “Also sprach Zarathustra”, il brano composto da Richard Strauss nel 1896, ma diventato davvero famoso solo nel 1968, grazie proprio a questo film, sarà d’ora in poi il suo inno, il pezzo d’apertura di tutti i suoi concerti. Così parlò il Re, Elvis Presley (storia vera).

Ma questo è il punto di arrivo, noi dobbiamo tornare all’inizio, perché “2001: Odissea nello spazio” è il film definitivo sull’inizio, l’inizio di tutto, quindi ve lo chiedo: Voi avete un asteroide che porta il vostro nome? C’è qualche Barista che ha un’orbita geostazionaria che si chiama proprio come voi? Se sì, manifestatevi, voglio conoscervi fino ad allora l’unico bipede della mia specie che può vantare tale primato è il Maestro Arthur C. Clarke, sua l’idea che i satelliti geostazionari potessero essere la base per le telecomunicazioni, quindi se stamattina state leggendo queste mie parole, io sulla Bara e voi sul cesso, è anche grazie a Clarke che potete farlo, uno che trasformava la fantascienza in scienza, ma per riportarla a fantascienza – intesa come genere cinematografico – ci voleva un altro Maestro.

«Bella questa Bara, vediamo fino a dove può volare oggi»

Nel 1964, grazie al successo del suo precedente film, Stanley Kubrick aveva una reputazione tale da non doversi più inchinare ad Hollywood, il suo obbiettivo di controllo totale sulla sua arte era stato raggiunto, il regista del Bronx era alla ricerca di un nuovo genere da rivoltare come un calzino e aveva messo gli occhi proprio sulla fantascienza. Lo trovò nel racconto “La sentinella”, pubblicato la prima volta sulla rivista “Ten Story Fantasy” nella primavera del 1951, per renderlo un buon copione di fantascienza, Kubrick contattò proprio Clarke, il racconto era il nocciolo tematico, il film e il romanzo omonimo, pubblicato successivamente dallo scrittore, crebbero insieme, motivo per cui i due non furono sempre in perfetto accordo, anche perché nel quattro anni intercorsi tra Il dottor Stranamore e l’uscita di “2001: Odissea nello spazio”, Kubrick era diventato l’aguzzino che tutti sui set avrebbero imparato a temere, una mente insaziabile, sempre al lavoro anche nelle pochissime ore che dedicava al sonno, che pretendeva collaboratori in grado di trottare al suo passo, non arrivi su Giove se non hai quella “fame” che ti spinge.

Sforzo, litigate e brutta fama del tutto giustificate dal risultato, inutile girarci attorno, nel mondo del cinema – ma forse anche solo nel mondo e basta – esiste un prima e un dopo “2001: A Space Odyssey”, per me è con questo film che Kubrick inaugura la sua striscia positiva di rielaborazioni del genere, da qui in poi, ha iniziato a sfornare titoli-modelli, uno per ogni genere cinematografico toccato dal regista di New York. “2001” con il suo titolo ormai post-datato è ancora proiettato al futuro, qualunque cosa io posso scrivere oggi è una goccia nel mare di tutto quello che è stato scritto (e ancora verrà pubblicato) sulle possibili interpretazioni di un capolavoro ultra sfaccetato. Ci sono due frasi che secondo me provano a contenere l’incontenibile genialità di questo film, la prima è un’affermazione dello stesso Kubrick: «Ognuno è libero di speculare a suo gusto sul significato filosofico e allegorico del film. Io ho cercato di rappresentare un’esperienza visiva, che aggiri la comprensione per penetrare con il suo contenuto emotivo direttamente nell’inconscio» la seconda? La definizione data dal solito Steven Spielberg, nel fondamentale documentario “Stanley Kubrick: A life in pictures”, ovvero che questo film ha del realismo ma non è un documentario, non è solo un dramma, non è “Science fiction”, perché è talmente realistico da poter essere scienza probabile, o quanto meno possibile. Qui alla Bara tutto questo lo riassumiamo con il più meritato e facile – da assegnare – dei loghi rossi dei Classidy!

Parliamo delle innovazioni, per il prologo Kubrick ha sfruttato una tecnologia brevettata nel 1955 ma utilizzata per la prima volta solo qui, la front projection, diapositive ad altissima risoluzione utilizzate per ricreare l’alba dell’umanità, la particolare luce che vedete riflessa negli occhi del ghepardo all’inizio è un “Lieto incidente”, come lo ha definito il regista, effetto collaterale della luce del proiettore (storia vera). Allo stesso modo i modellini prima disegnati e poi utilizzati da Kubrick, son stati sottoposti ad un processo di invecchiamento per aumentarne il realismo una volta inquadrati dalla macchina da presa, un super lavoro da parte di tutti i reparti, spinti al limite da un Kubrick in preda alla sua smania di raccontare, con uno spirito quasi pionieristico, tanto che la psichedelica e lunghissima scena del passaggio attraverso la porta delle stelle, è stato il risultato di un esperimento del tecnico degli effetti speciali Douglas Trumbull, lavorando sul movimento lungo l’asse Z orizzontale, (anche se per me, per deformazione professionale, l’asse Z è quello verticale), lavorando sui tempi più lunghi tenendo l’otturatore aperto.

Per non parlare dei set, costruiti come gigantesche ruote per criceti, per simulare la corsa o gli spostamenti a gravità zero, tutta roba che Kubrick ha pensato, disegnato e realizzato insieme ai suoi tecnici, motivo per cui l’unico Oscar della sua carriera, quello che è universalmente ricordato come uno dei più grandi registi di tutti i tempi, lo ha ottenuto “solo” per gli effetti speciali. Questo riassume tutto quello che penso dei premi cinematografici (storia vera).

Come quando esce il nuovo modello di I-Telefono (Così parlò Cassathustra)

Ma ribadisco, non potrò mai riassumere tutti i retroscena della produzione, perché se c’è un film su cui esiste infinito materiale a corredo è proprio questo. Tutto quello che posso provare a dire di nuovo su uno dei film più analizzati e studiati della storia del cinema è che banalmente, è uno spasso. A distanza di anni e 2001 visioni, trovo ancora tutto l’inizio puro cinema, quasi senza dialoghi, solo musica, immagini e totale coinvolgimento, per un film che riesce a tenerti in tensione (tutto il secondo atto), anticipando anche il futuro per poi diventare un’esperienza sensoriale, che ha potuto vantare 2001 tentativi di imitazione, ma resta unica.

“2001: A Space Odyssey” come dicevo, è il film definitivo sull’inizio perché utilizza la classica struttura a tre atti del racconto (quindi del cinema) per rispondere alle domande fondamentali: da dove veniamo? Chi siamo? Dove andiamo? (… Un fiorino! Cit.), il prologo, l’inizio, ambientato all’alba nell’umanità, ci ricorda che ogni film migliora con una SIMMIA e che il 1968, era l’anno delle scimmie al cinema

Il misterioso monolito nero si apre a molteplici interpretazioni, quando l’ominide scimmiesco lo sfiora, si scatena la scintilla dell’intelligenza e qui gli scenari sono essenzialmente due: quello cinico, la prima azione dei nostri progenitori è utilizzare uno strumento (l’osso) come un’arma, come a dire che la violenza fa parte della natura stessa della nostra specie oppure, l’interpretazione più moderata, lo strumento serve a conquistare prima il territorio e poi, in quello che è l’ellisse narrativo più famoso della storia della settima arte, lo spazio. Scegliete voi quale interpretazione preferite, sono entrambe corrette e Kubrickiane, per un inizio di film tanto iconico da essere diventato oggetto di amorevoli parodie, e spudorate citazioni, da più parti.

Cassidy, mentre picchia sui tasti intento a scrivere qualcosa su “2001”.

L’osso lanciato in aria che diventa un’astronave non è solo, come detto, l’elisse narrativo più famoso della storia del cinema, è la precisa scelta di Kubrick che ha respinto la partitura musicale composta da Alex North, perché aveva in mente di utilizzare brani già noti nella colonna sonora, quindi l’astronave che tenta l’approvo nella base orbitante è una sorta di fecondazione spaziale, o più romanticamente un corteggiamento eseguito con un balletto, questo spiega l’utilizzo creativo del bel Danubio Blu e delle musiche di Strauss padre e figlio, per una sequenza che è storia del cinema… E siamo solo all’inizio del film!

La conoscete a memoria, mi sono divertito a raccontarvela banalmente perché è stupenda, ma perché serve a introdurre due temi fondamentali, prima di “2001” la musica al cinema era spesso decorativa, con questo film inizia a diventare narrativa, infatti sia Strauss che gli evocativi brani di György Ligeti, non solo fanno calare lo spettatore nell’atmosfera ma sono parte della narrazione stessa, tanto quanto le immagini, e Kubrick ci conduce per mano in questa esperienza sensoriale meglio nota come “2001: Odissea nello spazio” raccontando per immagini.

Immagini che puoi sentire (ballare il valzer)

Tutto quello che è naturale nel film, ha forma sferica, i pianeti sulle note di “Zarathustra”, le navi spaziali, per quanto costruite dall’uomo, dentro e fuori hanno forma circolare, l’enorme sfera che contiene il neonato spaziale nel finale. Tutto quello che risulta alieno e inumano ha inflessibili forme dritte, a partire dal monolito, l’elemento più mistico del film infatti, è un trionfo di geometria tirata con il righello… e poi c’è HAL 9000, che è un rettangolo che contiene un cerchio, allo stesso tempo naturale e alieno, costruito dall’uomo ma “altro” e anche qui le interpretazioni si sprecano. È il cinico Kubrick che ci dice che ogni creazione dell’uomo, ogni sistema apparentemente perfetto è destinato a fallire come farà Hal, che costringerà David (Keir Dullea) a combattere per la sua vita a gravità zero, oppure ancora una volta, dietro l’occhio rosso di HAL 9000, più che un monito contro le intelligenze artificiali, c’è il messaggio per cui tutte le forme di vita, che siano basate sul carbonio o come HAL, sul silicio dei suoi circuiti, ambiscano a capire la loro origine. Il punto di arrivo sia di David Bowman che del computer di bordo è lo stesso, una regressione, un ritorno all’origine, HAL canticchia una filastrocca infantile, Davide Uomo-arco (quando uno il destino lo ha nel nome…) è teso e lanciato verso l’orizzonte, oltre la porta delle stelle, ma finirà anche lui per rinascere, o evolvere, in un feto gigante, insomma, quello che per tutti noi è stato il punto di partenza. L’ho detto che “2001” è il film definitivo sull’inizio no? Ok, andiamo avanti. O torniamo indietro, vabbè quella cosa lì!

Oltre ad essere un film che ha trovato l’approvazione della Nasa, uno dei pochi a ricordarsi che nello spazio il suono non si propaga (quindi niente PING PING di astronavi che sparano laser alla Guerre Stellari, sebbene Lucas anche lui, abbia trovato ispirazione in Kubrick), tutto il finale segue la “regola” delle forme, Dave finisce incastrato in una stanza dalle geometrie regolari, per una lezione di campo e controcampo che è uno dei cento elementi da storia del cinema uscito da questo film: ogni volta che Dave vede qualcuno è se stesso, un po’ più avanti nella sua storia, un inesorabile tensione a rispondere alla domanda “Dove andiamo?” che si traduce in una vita consumata in uno spazio brevissimo, fino alla trascendenza, che però in quanto naturale, chiude un cerchio e riporta il nostro al punto di partenza, il feto spaziale, un nuovo inizio.

Hal, un cerchio con un quadrato intorno, tipo le vecchie caramelle Polo.

Perché “2001” è così amato? perché si apre a cento milioni di interpretazioni ma allo stesso tempo, resta una storia che arriva senza nemmeno bisogno di parole – infatti il film non ha grandi dialoghi – un’esperienza sensoriale che è ancora un unicum (no, non l’amaro) in tutta la storia del cinema. Se Albert Einstein sosteneva che la velocità della luce non può essere superata, questo film utilizza la luce (del proiettore) per farlo e alla sua uscita, ottenne la recensione definitiva, quella di uno dei dirigenti della MGM, che con malcelata soddisfazione disse: «Questo film è la fine di Stanley Kubrick» (storia vera).

Profetico eh? Eppure alla prima proiezione di prova, la risposta non fu delle migliori, lo ha raccontato bene Jack Nicholson nel già citato documentario “A life in pictures”, il regista gli raccontò di come quella sera dalla sala, uscirono nemmeno a metà della proiezione 241 persone, con Nicholson che aggiunge: «Sono sicuro che il numero era giusto perché Stanley le avrà sicuramente contate.»

Curiosamente a lasciare la sala furono i dirigenti più anziani, la risposta del pubblico fu differente, non proprio “bollente” all’inizio, ma per un film così orientato all’infinito, “2001” seppe cogliere lo spirito del tempo, la corsa allo spazio tra USA E URSS era un tema caldo e al resto, ha pensato il miglior critico cinematografico di sempre, Padre Tempo ha dato ragione a Kubrick, ancora oggi “2001: Odissea nello spazio” è omerico, nel senso più epico del termine ancora oggi il novello Ulisse di New York, il nostro Stanley ha ridefinito verso l’alto un altro genere, quello della fantascienza che ancora oggi sfoggia questo titolo, come si fa con i gioielli della corona.

L’alba di una nuova era (cinematografica)

Lo spirito pionieristico, anche feroce nella sua smania di precisione e rigore sul set di Kubrick, ancora oggi è un’opera complessa e sfaccettata che può essere compresa a volte, per puro istinto, per puro linguaggio cinematografico al suo meglio, nel suo voler raccontare in modo laico Dio, la vita, l’universo e tutto quanto (cit.), Kubrick ha firmato un film che parla dell’umanità ed è patrimonio di essa, se esistono cartoni animati, canzoni e quintali di saggi su questo Classido, è solo in virtù proprio di quella volontà di spingersi oltre di un regista geniale come Kubrick. Da parte mia posso solo provare a tenere indegnamente il passo, perché questa rubrica punta alle stelle, questa Bara non ha il tempo di rilassarsi, dopo aver affrontato un titolo di culto fondamentale, ne abbiamo già un altro pronto ad attenderla, spero che anche voi apprezziate il dolce dolce suono del buon vecchio Ludovico Van, tra sette giorni, sarà la nostra colonna sonora, non mancate.

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