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28 anni dopo: il tempio delle ossa (2026): sette dita di violenza

Cospargetevi di tintura di iodio e preparatevi ad un’altra terrificante scampagnata tra gli apocalittici verdi prati d’Albione, ad accompagnarvi come sempre è quel vecchio caprone di Quinto Moro.

Versione breve del commento: se riguardo ad un film c’è tantissimo da dire e niente di cui lamentarsi, state sicuri che la visione è tempo ben speso. Potreste anche smettere di leggere, andare a vederlo prima possibile, e tornare qui per approfondire.

Siete ancora qui? Allora la prima cosa che vorrete sapere è: devo aver visto gli altri film per capirci qualcosa? Per usare una formula tarantiniana, “Il tempio delle ossa” è a tutti gli effetti il Volume 2 di 28 anni dopo, chiude alcune questioni e storyline, aprendone delle altre. Si può anche guardare da neofiti, ma come in quella pubblicità di ciccetti di formaggio, poi godi solo a metà. E a causa di quella brutta infezione tipica delle saghe pianificate, potreste perdervi dei passaggi cruciali (poi ci torniamo).

Se in 28 anni dopo avevamo conosciuto quella parte di Gran Bretagna sopravvissuta all’epidemia di rabbia rinchiudendosi in un’isoletta, con uno stile di vita da amish, a questo giro sulla “terraferma” avremo a che fare con punkabbestia scalmanati, pessimo frutto di un’educazione a base di sermoni cristiani e Teletubbies.

Come sarebbe stata la Famiglia Manson se fosse cresciuta a Power Rangers, Teletubbies e tv britannica

La storia riparte dove l’avevamo lasciata, col giovane Spike salvato da un’orda d’infetti ad opera del biondissimo Jimmy e dalla sua banda. Peccato che le “sette dita di Jimmy” siano dei sadici educati all’ultraviolenza da far impallidire Alex DeLarge e i suoi drughi. Spike si ritrova dalla padella nella brace (come il pesce che stava cucinando nel finale del primo capitolo. Tutto torna! Tutto!)

La scelta è tra morire ammazzato o uccidere un membro della banda per prenderne il posto. Siccome per fortuna non siamo sul set di Alien3, ci fanno il favore di non ammazzare il ragazzino per cui abbiamo fatto il tifo fino a ieri. A questo giro però, il buon Spike da protagonista è retrocesso a vittima degli eventi, costretto nella spirale di brutalità e privato di tutte le energie che aveva mostrato nel percorso di formazione, di cui non sembra rimasta traccia. La scelta narrativa è rischiosa, ma sensata e tutt’altro che paracula, un ennesimo mementati-che-non-siamo-a-Hollywood. La prova di Alfie Williams è fatta da sguardi di terrore e sofferenza, da ragazzino coraggioso che prendeva in mano il proprio destino, è schiacciato dalla follia. Spike è solo un ragazzino spaventato e ci sta, era cresciuto in un mondo di regole, ma in quel che resta della Gran Bretagna consumata da 28 anni d’infezione, è solo un bravo ragazzo in un covo di predatori. E i predatori non sono solo gli infetti corridori o i cazzutissimi Alfa, ma quei sopravvissuti cresciuti senza ordine né altra morale che i deliri di un bambinone mai cresciuto che si crede il figlio di Satana.

“Ridi, e il mondo riderà con te. Piangi, e ti taglio la gola.” Personcina a modo, il nostro Jimmy.

Da questo sequel mi aspettavo una buona dose di follia e sono stato accontentato. Il personaggio di Sir Lord Jimmy, detto anche Jimmy Belli Capelli e Jimmy Sorriso Smagliante, è interpretato senza grandi guizzi da Jack O’Connell ma sapete che vi dico? Funziona. E’ fuori di testa, ma non è un pazzo carismatico, solo un sadico patetico, disturbato nel modo più banale possibile. Jimmy è un Peter Pan satanista, frutto di un’infanzia interrotta con unici punti di riferimento nella tv e la chiesa. Costruisce il suo culto su ricordi distorti e le sue “sette dita” sono come i bimbi sperduti. Non a caso una è vestita da fatina con le ali, mentre la più sveglia del gruppo – l’ottima Erin Kellyman – farà da mamma chioccia a Spike, proprio come la Wendy di Peter Pan.

Ancora una volta Garland infarcisce lo script di simbolismi à gogo, tanti da non poterli cogliere tutti a una prima visione: le maree e la luna, fede e scienza, psichiatria e manipolazione degli altri. Jimmy fonda il suo culto su dei ragazzini, violenti ma di fatto sue vittime, e non è un caso se sembra un mix tra un predicatore e un presentatore tv, col capello biondo e le parrucche a richiamare la pettinatura di Jimmy Savile, conduttore britannico che solo dopo la morte si è scoperto essere un pedofilo seriale.

Anti Christ Superstar

Se il povero Spike rimane schiacciato dagli orrori, il vero contraltare alla violenza insensata di Jimmy spetta al Dr. Kelson di Ralph Fiennes, che già si mangiava la scena nel capitolo precedente e qui diventa una figura centrale. Fiennes vale da solo il prezzo del biglietto, gigioneggia e si dà allo sballo col suo nuovo amico del cuore, l’infetto Alfa Samson, con sedute terapeutiche a base di morfina, contemplazione bucolica e ottima musica, sino a un memorabile confronto finale. Per me è stata una goduria veder mescolati i deliranti sermoni di Jimmy con la pacata filosofia di Kelson, e poi vedere tutto smontato in uno spettacolo di fuoco e fiamme con gli Iron Maiden in sottofondo. E’ l’ennesima dimostrazione che questa saga ha tanto da dire in termini sia di contenuti che di spettacolo, lontano dalle dinamiche solite del cinema mainstream.

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Il film ha un ritmo notevole, la prima ora vola e il finale è una figata, sia per lo spettacolare show di Ralph Fiennes, sia per quella che nell’MCU sarebbe stata una scena post-credit, di quelle che fanno parlare più del film. Tanto lo sapete che alla fine appare Cillian Murphy, si sa da quando il progetto era solo chiacchierato, ma da fan di lunga data è stato un bel colpo al cuore.

L’assenza di Danny Boyle alla regia non si soffre per niente, anche perché la sua impronta come produttore si sente (dubito altrimenti avremmo visto certi momenti cruenti e di delirio). Nia DaCosta, classe ’89, che nella pur breve carriera ha avuto a che fare con sequel o remake di saghe create e pensate da altri, dirige con mano salda, senza le sperimentazioni di Boyle e senza imitarlo. Il film è solido, tutte le scene funzionano, non ci sono momenti di stanca ed è anche molto più coeso del capitolo precedente, complice un minutaggio perfetto.

«Ridatemi Danny Boyle, con lui uscivo bene da ogni situazione»

Nonostante la presenza di momenti puramente splatter, l’elemento horror non è più rappresentato dagli infetti, anche se per la prima volta vediamo coi loro occhi e la mitologia dell’infezione si arricchisce di nuovi dettagli. Dunque “Il tempio delle ossa” è ancora cinema zombesco? Basta seguire il Verbo del Signore nostro. Non Satana, quell’altro: George Romero. Quello che ci insegnato come il cuore di un’apocalisse zombie non sia il “noi sani contro di loro infetti” ma il “noi contro noi stessi”. Questa saga ha sempre tenuto fede alla regola, stavolta pure troppo con gli infetti ridotti a comparse trucidate male, privati della loro aura minacciosa. E ci sta, per non scadere nel già visto e portare avanti il grande piano narrativo di Garland, che vive di simboli, parallelismi e metafore. Nel primo film c’è una società che ha mantenuto le regole chiudendo fuori i pericoli, accontentandosi di sopravvivere. Nel secondo, un gruppo di ragazzi cresciuti con la violenza come unica regola non vede più gli infetti come una minaccia: sono loro la minaccia, per chiunque.

Sempre seguendo le orme di Romero, anche il più pericoloso Alfa, passando per lo sguardo pragmatico e umano del Dr. Kelson, può ritrovare lucidità. Proprio come il Dr. Logan/Frankenstein ne Il giorno degli zombi cercava di restituire umanità al buon Bub (con tanto di musico-terapia). Da notare come la violenza frutto dell’infezione lasci spazio alla speranza di una cura, mentre quella venuta dalla corruzione morale sembra risolvibile solo con la morte. Materiale per filosofi e psichiatri. Io sono qui solo per gli schizzi di sangue.

«Mi ricordi il paziente che un mio collega ha curato nell’85»

Difetti? Da fan boy della saga fatico a trovarne. Forse l’uso delle musiche è un po’ ruffiano, l’effetto playlist nostalgica del Dr. Kelson ha il suo perché, e sparando gli Iron Maiden e il tema di John Murphy con me si vince facile. Una critica si può fare al forzato “grande disegno” della sceneggiatura: ok, è stata pensata come una trilogia, ma sono convinto che le apparizioni di Jimmy nel primo film fossero stonate e superflue, nulla aggiungevano alla trama. Se usate direttamente ne “Il tempio delle ossa”, la storia di Jimmy poteva risultare più solida, e avremmo avuto due film capaci di funzionare in modo più indipendente, senza quell’infezione virale che ha già ammazzato troppe saghe preoccupate di seminare indizi per un grande disegno, invece di conquistarsi il pubblico un film alla volta. Cose tipo: ti metto oggi una scena che avrà senso solo il prossimo film, che a me fa venire l’orticaria. Anche “Il tempio delle ossa” lascia finestre aperte sul futuro, con qualche interrogativo secondario, niente di fastidioso, perciò…

«Voglio un altro film subitoooo!»

Se volete fare in ripassino della saga di “28 cosi dopo” su questa Bara trovate tutti i capitoli, sempre curati dal nostro Quinto Moro, di cui vi invito a scoprire i racconti cliccando fortissimo QUI.

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