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5 è il numero perfetto (2019): Ma non era sei il numero perfetto?

Ripetete dopo di me: Mi piacciono i F-U-M-E-T-T-I. Visto? Si
può dire? Si può anche scrivere, forse me lo faccio tatuare, fumetti, i fumetti
sono belli, li ho sempre letti, e prima di imparare a leggerli da bambino, guardavo i disegni.

Ve l’ho già raccontato, me li portavo al campetto da basket,
nello zaino con i libri di scuola, mi riempiono la casa e si accumulano da
leggere sul comodino, alcuni sono dei graphic novel (o delle graphic novel?
Altro “annoso” problema), ma sempre di fumetti si parla, perché malgrado quello
che può dire Toni Servillo, sono tutti F-U-M-E-T-T-I.
Graphic Novel è un formato, ci sono storie pensate per
essere presentate in un volume unico, altre invece ristampato così, ma di fatto come dice
Alan Moore il formato graphic novel è solo un fumetto più costoso, con cui i
fumetti potevano essere venduti anche in libreria. Volete maggiori dettagli? Omniverso ha riassunto la questione in
modo definitivo.

Se la spiegazione di Ominverso non bastasse, ci penserò io a trovare tutti questi fumettari della domenica.

Non voglio sottolineare l’uscita infelice di Toni Servillo,
ma resta un caso emblematico di come l’espressione “graphic novel”, in uno
strambo Paese a forma di scarpa, venga ancora utilizzata anche da lettori che
non vogliono sentirsi dire: «Alla tua età leggi ancora i fumetti?».

Si potrebbe fare un enorme discorso su come i fumetti
vengano ancora intesi da molto pubblico, ma quello che mi sta più a cuore è il
punto divista dei lettori, quelli che dovrebbero essere consapevoli che oggi,
anno di grazia 2019, non ci sono motivi per vergognarsi di leggere fumetti. Il
film del momento Joker riassume le sue origini nel titolo, il più grosso
incasso della storia del cinema, è una roba legata ai fumetti, eppure niente,
il cinema ha ancora un fascino così magnetico, per cui molti lettori di
fumetti, hanno ancora bisogno che sia un film a legittimare il loro
intrattenimento, a certificarlo come qualcosa di adulto e molto intelligente.

“Non stavi per caso usando il termine Graphic Novel a caso, veeeeero?” 

Di mio sono giunto ad una semplice conclusione, sono un
drogato di storie. Se qualcuno sa raccontarmi una bella storia avrà la mia
attenzione. Il formato mi interessa poco, film di serie A oppure di serie Z,
fumetto, romanzo, cortometraggio, serie tv, ogni media ha le sue
caratteristiche e posso apprezzare tanto sia i film di Martin Scorsese che i
fumetti della Marvel, tanto per non trattare un tema caldo, scappato
drammaticamente di mano, per via dei pregiudizi e del tifo di stampo calcistico, di troppi cinefili o presunti tali.

Quindi si, “5 è il numero perfetto” è tratto da una graphic
novel, perché nel 2002 è stato pubblicato in un unico formato dalla Coconino Press,
ed è anche l’esordio come sceneggiatore e regista cinematografico del suo
autore, il fumettista Igort. Ma resta comunque un film di gangster con
pennellate di noir e pensate un po’, parecchi omaggi ai fumetti più popolari,
perché Igort a differenza di tanti lettori non si vergogna di amare i fumetti.

Toh guarda! Un fumetto! (visto? si può dire)

Peppino Lo Cicero (Toni Servillo) è un guappo, sicario della
camorra che ha sempre seguito le regole, ma le cose stanno per cambiare ora che
suo figlio Nino (Lorenzo Lancellotti), per seguire le orme paterne è stato ucciso.
Con l’aiuto del compare di sempre Totò o’ Macellaio (Carlo Buccirosso) darà il
via ad una guerra che non te la sogni neppure, cioè, una cosa alla Rambo ma con
più accento Napoletano e scene d’azione più impacciate, lasciatemi l’icona aperta
più avanti ci torniamo.

Igort fa un buon lavoro, inizia con dei titoli di testa
quasi in stile Saul Bass che strizzano subito l’occhio alle origini
fumettistiche della storia, la voce narrante di Peppino invece abbraccia subito
l’atmosfera da noir del film. In 100 minuti di durata la pellicola è divisa in
(ovviamente) cinque capitoli dai titoli più disparati, ognuno presentato con
una piccola animazione e per tutto il tempo, non ho potuto fare a meno di
pensare ad una cosa: Sin City.
Anche Frank Miller per il suo esordio da regista (con l’aiuto
di Robert Rodriguez) ha scelto di portare sul grande schermo un suo fumetto,
non sto dicendo che “5 è il numero perfetto” sia una specie di italico Sin City,
ma il naso posticcio indossato da Toni Servillo continuava a farmi pensare a
quello del Marv di Mickey Rourke.

La vita è anche questione di naso.

Igort non si dimentica certo da dove è arrivato, infatti i
passaggi più interessanti di “5 è il numero perfetto” ruotano quasi tutti
attorno ai fumetti, nel flashback in cui papà Peppino, parla con il figlio
della sua passione per i super eroi americani (rappresentati dall’immaginario
fumetto dell’Uomo Gatto, che penso fosse il super eroe con il potere di
indovinare le canzoni al volo). Papà da buon criminale, impartisce una lezione al figlio su quanto sia importante l’equilibrio tra buoni e cattivi.

Ancora migliore è lo scambio di battute con uno dei suoi
compari, appassionato invece dei classici personaggi “neri” Italiani come
Diabolik, Satanik e Kriminal, che sono delinquenti, e in quanto tali non sono
tenuti a rispettare le regole, per questo fortissimi, e per di più circondati
da belle donne, perché come direbbero nel film: Gli americani non hanno capito ‘nu
cazz!

“Di Graphic Novel un altra volta, ti sfido” (quasi-cit.)

Film bellissimo? Eh magari! Il personaggio di Valeria Golino
è fuori posto in maniera imbarazzante, in una storia così, una donna ci sarebbe
stata come la panna sul babà, ma la sua Rita è poco più che carta da parati. Ma
avevo un’icona lasciata aperta lassù da chiudere, quindi lo faccio subito.

La sparatoria, a tratti anche in soggettiva del terzo
capitolo, non è tutta pesche e crema, per prima cosa bisogna digerire Toni
Servillo e Carlo Buccirosso (che per tutto il tempo ha la faccia di chi non capisce,
ma si adegua) appoggiati schiena e schiena, a sparare con un revolver in ogni
mano, come se fossero usciti da una scena di “Desperado” (1995) di Rodriguez, quando al massimo sembrano una versione taroccata di John Woo, insomma volenterosi ma non
proprio convincentissimi, mettiamola così.

Napoli, non proprio come Hong Kong (la faccia di chi ci prova di Buccirosso)

Va meglio con lo scontro e scambio di ostaggi finale
sul tetto, che arriva a cavallo dei capitoli quattro e cinque, un “climax”
anticipato che però viene inevitabilmente rovinato dalla presenza stessa della
voce narrante. Anche la svolta finale, per quanto valida (e beffarda) risulta
fin troppo parlata e spiegata per essere efficace sul serio, a Igort manca un
po’ di esperienza nel gestire il passaggio da carta a grande schermo, anche se
viene da pensare che magari con una storia scritta apposta per il cinema,
potrebbe andare meglio.

Ora, io sono cresciuto con Sergio Leone quindi sono ancora convinto
che il numero perfetto sia il sei, come i colpi nel tamburo della pistola di
Clint Eastwood, quindi fare cinque su sei è un buon risultato, ma con margini di
miglioramento, più o meno come Igort al cinema.
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