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57 canali e niente da Vedere: A Knight of the Seven Kingdoms, Landman 2, The Pitt 1&2 e Peacemaker 2

La sensazione è sempre quella: apri la piattaforma, scorri, sbuffi, torni indietro, sbuffi di nuovo, poi ti ricordi che stai pagando quattro abbonamenti per riguardare ancora una volta “The Office”. E invece no! Stavolta qualcosa da vedere c’era, sotto con l’appuntamento dal titolo Springsteeniano!

A Knight of the Seven Kingdoms
Stagione: 1
Dove la trovate: HBO

Per il lancio della nuova piattaforma HBO Max, serviva un titolo di richiamo, ecco perché siamo tornati nel mondo di Giocotrono, anche se era giusto dubitare dopo l’infinito tedio di House of the dragons. Lasciando da parte quei parrucconi dei Targaryen (ma non completamente…) e immergendosi laggiù tra il popolo, abbiamo una serie che non solo si lascia guardare, ma funziona!

Altro giro, altra Westeros-dipendenza, dopo draghi, incesti e guerre civili, questa volta meno costosa CGI e più fango, sangue e merda, letteralmente, visto che i primi due episodi si aprono con scene volutamente provocatorie, che ho sperato diventassero il marchio di fabbrica della serie. La storia è quella di Dunk e Egg, quasi tenera, se Westeros potesse mai esserlo, con un tono più avventuroso, più da romanzo cavalleresco classico, con duelli, onore e quella sensazione costante che qualcuno finirà comunque malissimo in questa sorta di armata Brancaleone in versione “Giocotrono”.

Due Semola di diverse altezze a cui ci si affeziona.

La storia dell’aspirante cavaliere Duncan l’alto (un perfetto Peter Claffey) e del suo ciarliero scudiero con segreto ben custodito Egg (Dexter Sol Ansell sugli scudi!) funziona molto bene fino al mega duello, che riassume tutto quello che ci è sempre piaciuto di “Giocotrono” ad Ovest delle donne nude: sangue, violenza, onore e gente morta ammazzata male. Bisognava tornare nel fango e nel sangue per ritrovare il gusto di viaggiare per i sette (o nove) regni.

Commento in breve: Westeros in versione popolare, più cuore, comunque epica, e per ora funziona, un difetto? Ogni settimana leggendo il titolo pensavo a QUESTA, quindi l’ho avuta in testa costantemente, non so nemmeno sia un difetto.

Landman
Stagione: 
2
Dove la trovate: Paramount+

La prima stagione era una sorpresa, la seconda è la prova del nove. Quando dietro c’è la macchina produttiva di Taylor Sheridan, le aspettative non sono mai basse e posso dirlo? A casa Cassidy abbiamo trovato, non proprio la nuova Yellowstone, ma quella serie che non vorremmo veder mai finire. La creatura petrolifera di Sheridan torna ad affondare le mani nel greggio texano, e lo fa spingendo ancora di più sull’ambiguità morale, Billy Bob Thornton resta il perno assoluto della serie, il suo Tommy Norris è stanco, cinico, lucidissimo e macina milioni di chilometri con il suo pick-up bruciapinguini decisamente poco “verde”.

Se nella prima stagione il personaggio di Ali Larter aveva il compito di farci vedere quanto stesse in forma l’attrice, alla soglia degli …’anta, nella seconda stagione beh sì, lo fa ancora, solo che la sua Angela diventa sempre più simile alle protagoniste femminili dei prodotti di Sheridan, tosta e stronzissima nel modo migliore possibile, se stai dalla sua stessa parte della barricata, altrimenti lèvati, ma lèvati proprio.

Tanto lo so che state guardando Ali Larter e non state leggendo!

Sheridan prova ad allargare l’orizzonte, più politica energetica, più tensioni aziendali, più conflitti tra capitale e territorio. A tratti sembra voler trasformare “Landman” in una riflessione quasi sistemica sull’America che pompa ricchezza dal sottosuolo mentre perde pezzi in superficie. Non sempre l’equilibrio regge, qualche linea narrativa si dilata più del necessario (tipo quelle della bionda figlia), ma con l’aggiunta di nonno Sam Elliot, la serie guadagna un altro personaggio notevole, oltre ad un parco di bellezze femminili che, da maschietto, non passano inosservate.

Che Sheridan sia un conservatore è chiaro, Repubblicano anche, ma se vi fosse venuto il dubbio, la seconda stagione di “Landman” ve lo potrà cancellare, il nostro di sicuro non è pro-Trump, lo si vede da cosa fa dire ai suoi personaggi e da come li fa muovere, e questo rende la serie intelligente abbastanza da offrire un diverso punto di vista su molti argomenti caldi, peccato per l’arco narrativo di Demi Moore, troppo breve e frettoloso (forse per allinearsi alla disponibilità dell’attrice?) spero non vi sfuggirà però la strizzata d’occhio, in un episodio Sheridan chiede alla sua attrice di auto citarsi nella scena allo specchio, dimostrazione che The Substance a suo modo è già diventato un piccolo classico istantaneo.

Demi si cita addosso.

Commento in breve: più ampia, più politica, più ambiziosa, non sempre compatta, ma con Thornton in questo stato di grazia resta difficile distogliere lo sguardo, anche delle protagoniste femminili. Datemi le prossime dieci stagioni e nessuno si farà male.

The Pitt
Stagione: 
1 & 2
Dove la trovate: HBO Max

Il “medical dramma” non muore mai, cambia reparto, cambia fotografia, ma resta lì, come un primario inamovibile e a volte, ricicla anche qualche dottore, nello specifico dalla vecchia “ER”.

“The Pitt” parte classica, ospedale, casi clinici, traumi personali, tensioni nei corridoi, la prima stagione costruisce bene il contesto, la seconda prova ad affondare nel lato più psicologico e meno procedurale. Lo scenario è sempre il Pittsburgh Trauma Medical Center, soprannominato “il Pitt”, in cui si aggirano le dottoresse e i laureandi sotto l’ala del dott. Robinavitch, impersonato da Noah Wyle, quello di “ER” che è rimasto legato a quella serie senza mettere su una carriera.

«Quello è un paziente con problemi mentali, si chiama Cassidy»

La caratteristica principale di “The Pitt” è il suo modo alla “24” di dividere le puntate, ogni episodio racconta un’ora in tempo quasi reale, una stagione è un turno, dalla mattina alla sera, tanto da farti sentire addosso la stanchezza della giornata di lavoro e dei guai che possono esplodere per le mani ai protagonisti ad ogni minuto. A parte questo la serie non reinventa il genere ma risulta ben recitate e scritta alla grande, inoltre ci recita Fiona Douriff, che era rimasta a piedi dopo la chiusura di Chucky, bene così!

Passata da bambola psicopatiche alla follia della vita in un pronto soccorso.

Commento in breve: solido, professionale, a tratti intenso. Nessuna rivoluzione, ma sa fare il suo lavoro questo paramedico, il problema? Se non ami il genere, non ti convertirà, se lo ami, probabilmente resterai in corsia.

Peacemaker
Stagione:
 2
Dove la trovate: Paramount+

Per concludere abbiamo lui, l’uomo che ama la pace così tanto da essere disposto a uccidere chiunque per ottenerla. Ci ho messo una vita a vedere la seconda stagione di Peacemaker che continua dove James Gunn aveva lasciato i suoi personaggi.

La seconda stagione rilancia il mix di ultraviolenza, demenzialità e malinconia che aveva funzionato così bene la prima volta, su tutto l’ombra di John Cena che incombe, nel senso migliore possibile visto che il personaggio funziona proprio perché è ridicolo e tragico insieme. Questa seconda stagione è basata sull’occasione – che notoriamente fa l’uomo ladro – di un portale su un mondo parallelo, differente ok, ma non poi di tanto, dove però il nostro Peacemaker è un eroe celebrato con ancora delle possibilità romantiche, basta solo non notare quel piccolissimo (si fa per dire!) dettaglio che apre scenari spaventosi su questo universo parallelo.

Sbornia da universo parallelo, ci vedi dopo senza nemmeno aver bevuto un goccio.

Sapete che per motivi di continuità, l’uscita di questa serie ha fatto finire Superman sulle piattaforme di streaming prima del tempo, questo per garantire la logica con l’apparizione di un certo personaggio, a parte questo, James Gunn sembra elaborare un po’ sempre la stessa storia: siamo belli perché siamo imperfetti, basta trovare qualcuno che ci apprezzi anche per quei difetti, il resto sono trovate matte e la solita playlist di pezzi ricercati, a partire dalla sigla.

Commento in breve: sporca, scorretta, sorprendentemente emotiva a tratti, ci mette parecchio a mettere in chiaro la sua direzione, ma poi fa il suo dovere, un altro tassello del lavoro che Giacomo Pistola sta facendo alla Distinta Concorrenza.

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