
Mi spacco di televisione e guardo decisamente troppe serie, seguendo le immortali parole del Boss, 57 canali e in questo caso, troppo da riassumere in un post solo, quindi forza… Iniziamo!
Euphoria
Stagione: 3
Dove la trovate: HBO Max / Sky Atlantic
L’avete guardata bene? Ci siete riusciti? Personalmente è stato molto ma molto complicato con tutta quella Sydney Sweeney, intenta a rompere l’Internet vestita… Oddio vestita, in ogni modo possibile però sì, dopo ritardi, rilanci, annunci di chiusura anticipata, lutti, ripartenze e tette (di Sydney Sweeney) siamo arrivati alla fine anche di Euphoria, posso dirlo? Meglio così perché è stata un’agonia, no, non per “Doppia S”.

Un cast giovane è un problema contro Padre Tempo, poi in un attimo, da che era famosa solo Zendaya, sono diventati tutti idoli, per questo Sam Levinson ha dovuto fare i conti con la disponibilità, le agende piene, il nuovo livello di “Star Power” del suo cast e il fatto che nessuno era più adolescente. La domanda sorge spontanea: ha ancora senso la tua serie sugli adolescenti moderni quando ormai sono tutti cresciuti? Un po’ come se “Beverly Hills 90210” si fosse giocata un’ultima stagione dove sono tutti… Gangster.
Rue (Zendaya) ingolla palline di fentanyl da trasportare oltre confine, corriere dalla droga per una critica abbozzata all’amministrazione Trump, Cassie (Sydney Sweeney) ci è andata sotto con i Social in fissa con il numero di follower come qualunque creatore di contenuti che si spaccia per esperto di cinema su Instagram (e poi fanno tutti facce e facette e giudicano i film in base al numero di gadget che ricevono per andare a fare facce e faccette alle anteprime), mentre Nate (Jacob Elordi) cerca di lanciare la sua azienda di costruzioni e di accumulare soldi per il sempre più costoso matrimonio con Cassie. Gli altri? Quali altri? Fine dei personaggi.
Lexi (Maude Apatow) che ha salvato la seconda stagione qui, diventa un personaggio/espediente, serve a far accadere eventi, ovviamente a favore degli altri personaggi, va anche peggio a Jules (Hunter Schafer), ridotta a boh, principessa Rapunzel finanziata dal suo nuovo fidanzato, per la serie che parlava del rapporto tra lei e Rue? Che finaccia gente, che finaccia.

Questo non cambia che, tra un nudo di Sydney Sweeney la stagione me la sono divorata, e pensate, riesco a scrivere ancora qualcosa di – si spera – sensato malgrado l’aggressione ormonale rappresentata da queste otto puntate, tanto da aver avuto ben due idee, la prima: in base a quanto gli hanno rotto i coglioni, Sam Levinson si è “vendicato” con i rispettivi personaggi, Zendaya una e trina su tutti i set di tutti i film del mondo ha avuto l’arco narrativo più lungo e secondo me anche realistico, malgrado l’impossibile svolta “Gangsta” (tra un po’ ci arriveremo), Cassie era una che utilizzava il suo corpo prorompente, ma era abbastanza in controllo, qui sembra la parodia di quello che Sydney Sweeney fa ogni giorno sui suoi profili Social. Al bello bellissimo Jacob Elordi va peggio, aggredito nel corpo, anche ripetutamente, per un personaggio passato da quello figo che aveva tutto sotto controllo, ad un disperato che si affanna e si umilia, che è un po’ il tema di tutta la stagione.
Ma io posso alla terza stagione di una serie, seguire le trame del l’ex Adebisi di OZ, qui cowboy nero Alamo Brown? Il finale? La mia seconda teoria che avanza: Sam Levinson si è rotto di essere quello delle serie sugli adolescenti e ha sperimentato con una sorta di, boh, Western con protagonisti di colore? Ma che ne so io, anche divertente a livello di sparatoria, ma sto ancora guardando “Euphoria”? Non lo so, per un secondo parare meno sbalestrato – perché non influenzato dal due di poppe di doppia S – vi rimando a Lisa, fidatevi di lei.
Half Man
Stagione: unica (miniserie)
Dove la trovate: HBO Max
Vi ricordate di Baby reindeer? Parlava di stalking e di strane dipendenze di coppia in modo riuscito, lontano dall’algoritmo anche se la serie stava su Netflix. Bene, Richard Gadd è tornato, mi dispiace solo che abbia abbandonato Netflix perché così facendo, si è perso il bacino più grande possibile, per una miniserie che è anche meglio di quella precedente, una produzione BBC che da noi trovate su HBO Max.
Due fratellasti, diventati tali perché le loro madre si sono fidanzate o forse, sono solo scappate da mariti orribili: Niall è introverso, calamita per bulli, Ruben è il bullo, si potrebbe riassumere così, ma per fortuna Gadd scrive meglio e la serie è divisa in due, il rapporto tra i due in gioventù, quando Ruben intercedeva per Niall anche quando questo ha provato a rifarsi una vita fuori dalla provincia scozzese, all’università, conquistata grazie ad una borsa di studio.

Niall è omosessuale ma ha difficoltà ad ammetterlo, grosse, enormi difficoltà, Ruben invece beh, Ruben è un bullo no? La storia viene fuori da sola, e (ri)comincia quando il fratellone, grande grosso e uscito di galera, si presenta al matrimonio del primo. Immaginatevi Caino e Abele, nell’epoca delle serie che, sempre sotto l’egida dell’algoritmo, devono risultare inclusive ma poi, trattano tutto con argomentazioni di plastica, personaggi precotti e senza il minimo interesse.
Gadd di tutto questo se ne frega e ci racconta questa storia alla grande, per sé stesso sceglie il ruolo di Ruben (da adulto) e trova in un perfetto Jamie Bell l’interprete migliore per l’adulto ma non pacificato Niall, sensatissimo ruolo da grande per l’ex ballerino Billy Elliot. Lo dico? Una delle migliori serie viste di recente, spero che Gadd continui così, intanto vi rimando da Lisa, come al solito più a fuoco del sottoscritto.
Inspira, espira, uccidi
Stagione: 2
Dove la trovate: Netflix
L’unica serie tedesca che non solo riesco a guardare, ma trovo anche divertente, continuano le (dis)avventure di Björn Diemel (Tom Schilling), da quando ha scoperto la “Mindfulness” nella prima stagione, è un padre e un marito migliore… Ma soprattutto un criminale migliore! La sua gita in famiglia in Austria è un grande inizio, che gli permette – grazie al suo costoso analista – di entrare in contatto con il suo bambino interiore… Letteralmente! Ora Björn e piccolo Björn cercando di risolvere i traumi e di non essere ricattati dai criminali che hanno fatto ritrovare sedato un boss.

La serie è tratta da tre romanzi, a questo punto mi aspetto la stagione finale e poi spero che la chiudano, perché se riusciranno a stare su questo livello anche con l’ideale ultima, abbiamo un piccolo gioiellino che tratta la psicologia in maniera anche credibile, non roba da poco.
The Boroughs – Ribelli senza tempo
Stagione: 1
Dove la trovate: Netflix
Sam Cooper è un vecchio ingegnere fatto a forma di Alfred Molina, sua moglie è morta lasciandolo bello traumatizzato, ma non prima di aver sottoscritto un contratto per “The Boroughs” villaggio con sicurezza locale, pensato per le persone anziane, in cui Sam ovviamente non vuole stare.
Qui conosce il farfallone Jack, impersonato da Bill Pullman che entra in scena citando Mel Brooks, lui che lo conosce bene, ma anche l’assistente di anziani Renee (Geena Davis) o il medico in pensione con una malattia mortale di nome Wally (Denis O’Hare), per arrivare al fricchettone Art (ed è sempre bello rivedere Clarke Peters anche lontano da Baltimora) a beh poi ci sarebbe quella sorta di creatura pipistrello che spunta dal garage di Sam.

Ora, la serie è anche prodotta dai fratelli Duffer, motivo per cui all’inizio non volevo vederla, ma Sam è fan di Springsteen quindi in questo post ci doveva finire, Alfred Molina è SCHIFOSAMENTE bravo, intenso, mai una faccia o una reazione fuori posto, anche quando la serie prende la svolta di uno Stranger Things con gli anziani, insomma “Older things”, tanto che vorrei dirvi che anche l’ultima scena sembra ricalcare quella serie, con la differenza che spero che qui abbiano il buon gusto di chiudere. “The Boroughs” fa il suo dovere, si lascia guardare e voi Molina che canta “Thunder Road” in quel modo lo volete vedere e sentire, vale più lui e questa banda di vecchie glorie messe insieme dell’idea stessa, ma sono otto episodi, ve la potete “bere” con una velocità irrisoria, a patto di chiuderla qui.
Widow’s Bay
Stagione: 1
Dove la trovate: Apple TV
Immagino che Lo Squalo lo abbiate visto tutti no? Anche perché se così non fosse, avete proprio sbagliato pagina di cinema. Detto questo, era, tra le altre cose, la storia di un sindaco che non volevo chiudere l’accesso alla balneazione alla sua spiaggia, durante il periodo di massima affluenza dei turisti, malgrado una presenza da Horror. Sì, lo so, estrema sintesi, ma anche il punto di partenza di “Widow’s Bay”.
Ora, fate scrivere tutto a Katie Dippold (che arriva da “Parks and Recreation”) e dirigere in parte da Hiro Murai, anche se un episodio, nello specifico il sesto, sfoggia la regia di Ti West. Spostate tutto nel New England, stato americano con tradizione Horror e su Apple TV trovate la storia del sindaco di Widow’s Bay, isoletta senza wi-fi che potrebbe diventare presto ambita meta turistica, se non fosse che è maledetta, nell’ordine: una nebbia in arrivo, legata ad un veliero schiantato contro la scogliera quando gli abitanti spensero volutamente il faro… Ricorda nulla? Alberghi con stanze dove il tempo passa in modo strano e macilente signore ti aggrediscono quando non sono clown a farlo… Ricorda niente? No, dico, ricorda niente?

Il soggetto iniziale è brillante, nell’isola di Widow’s Bay convivono tutti gli orrori che ben conosciamo altrove, il tono da commedia Horror è sottile, non sembra mai di guardare una commedia (anche se si ride) ed è decisamente tutto molto Horror per farsi solo quattro risate, per buona parte un modo brillante per giocare con certi archetipi narrativi. A mani basse, il mio episodio preferito rimane la festa organizzata da Patricia per cercare di raggranellare un po’ di popolarità, il Boogeyman invece è una presenza che aleggia su tutto. Difetti? Dopo un buon inizio verso metà serie tutto si normalizza abbastanza, perdendo un po’ del suo brio, ovviamente già tutto confermato per una seconda stagione, la sensazione però è che se fosse stata una miniserie, forse sarebbe stata un piccolo gioiellino, così, gli entusiasmi anche di Guillermo del Toro (che ne ha parlato molto bene) non reggono fino al finale della prima stagione, in ogni caso la serie è molto più di un “Trova la citazione” che comunque merita un’occhiata.


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