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57 canali e niente da vedere: Gangs of London, Yellowstone, The Outsider, Eli Roth’s history of horror

Torna l’appuntamento dal titolo Springsteeniano con le ultime serie viste di recente, molta carne
al fuoco oggi, quindi cominciamo!
Gangs of London

Stagione: 1
Dove la trovate:
Sky atlantic
Lo scrivo subito così sbrigo la formalità e mi tolgo il
peso dalle spalle? Il padrino e Gomorra. Aaah ecco fatto, finalmente posso iniziare a scrivere di questa serie, si
perché sembra che citare questi due titoli, sia una sorta di obbligo
contrattuale per tutti quelli che si apprestano a buttare giù qualcosa su “Gangs of London”.
Come si può facilmente intuire dal suo titolo, non è
complicato capire il genere e l’ambientazione di “Gangs of London”, di fatto un
dramma familiare che comincia con l’omicidio del capo del sindacato criminale Finn
Wallace (Colm Meaney, il Capo O’Brien di “Star Trek the next generation”), per
mano di due ragazzetti male in arnese, che diventeranno oggetto di una caccia
all’uomo spietata. Ad ereditare l’impero criminale toccherà alla seconda
generazione Wallace, rappresentata dal primogenito Sean (Joe Cole a cui il
ruolo in Peaky Blinders ormai andava
stretto) a suo fratello Billy (lo sguardo da pazzo di Brian Vernel) e alla
loro astutissima madre Marian (la Michelle Fairley, che replica identico il suo
ruolo di Mammà Stark di Giocotrono).

In questi casi è meglio non chiedere: “Hai da accendere?”

Alla riffa di personaggi aggiungete anche Elliot Finch
(Sope Dirisu), duro come il marmo e fedelissimo, se non fosse che attorno al suo
personaggio ruota una “svolta” (svelata già alla fine del primo, lunghissimo
episodio da 90 minuti) che potremmo definire alla “The Raid 2” (2014). Ma non
pensiate che io sia uno di quelli che cita Gareth Evans a capocchia, davanti
ad ogni audiovisivo dove vola più di un pugno, qui bisogna citarlo per forza, visto che questa serie è curata da Coryn Hardy (episodi 2, 3, 4 e 9), da Xavier
Gens (episodi 6, 7 e 8), ma proprio da Gareth Evans (episodi 1, 2 e 5… oh mammasaura l’episodio 5!)

Iniziamo dai lati negativi di questa serie: mammà Marian
ci viene venduta come un’abilissima stratega, poi per tutti i nove episodi
compie solo scelte discutibili. L’intreccio perde forza (e interesse) con il
passare delle puntate, tanto che dopo il fatidico episodio numero cinque, ho davvero
fatto fatica a mantenere l’interesse. Le singole interpretazioni sono
sicuramente molto intense a partire da Joe Cole ma ancora di più da Sope Dirisu, che ha fatto davvero tutto il lavoro più tosto, anche a livello fisico.

Distanziamento sociale: ecco come rispettarlo.

Ho trovato molto valido il fatto che Billy, sia omosessuale ma questo non sia l’unica caratterizzazione del
personaggio, i suoi gusti sessuali ai fini della storia, hanno lo stesso peso
che potrebbe avere il suo colore di capelli, inoltre bisogna digerire il fatto
che Londra – vera protagonista della serie -, sia descritta come la New York
dei Guerrieri di Hill, un luogo senza
regole, dove qualcuno può essere appeso a testa in giù da un palazzo e
successivamente dato alle fiamme (lui, non il palazzo), senza che nessuno
faccia un fiato. Una banda di Nigeriani armati di machete affette le mani ad un
gruppo di banchieri? Se va bene ci fanno mezzo servizio alla televisione, in
una città dove a dominare appunto, sono le bande del titolo e l’azione, perché
le scene d’azione sono la vera attrazione di “Gangs of London”.

Immaginate Warrior, ambientato ai giorni nostra a Londa e con la consulenza di Gareth Evans per
ogni scena d’azione particolarmente complicata. Nella prima puntata Sope Dirisu
prima deve sgomitare in un Pub, ma non per portare cinque pinte dal bancone al
tavolo, più che altro per non farsi ammazzare da una banda di Albanesi molto
nervosi, come lo fa? Con tutto quello che gli capita per le mani, che siano
freccette oppure bicchieri da spaccare in testa, in una lunga e tiratissima
coreografia di combattimento, che è pura gioia per gli occhi di tutti gli
appassionati di cinema di menare.

Gareth Evans, arte applicata al menare, prossimamente esposto in tutti i musei più importanti.

Il primo episodio si conclude con una lotta all’ultimo
sangue (letteralmente!), tra Sope Dirisu e un energumeno in mutande e accetta, pronto a spuntargli il ciuffo… ed è solo il primo episodio!

Il crescendo d’azione di “Gangs of London” prevede un
raid (occhiolino-occhiolino), in un campo zingari come nei sogni bagnati di
qualunque elettore della Lega, solo con molti più proiettili e meno razzismo
espresso via tastiera. Una lunghissima sequenza di smitragliate e granate che
per altre serie sarebbe l’apice, il finale di stagione, per “Gangs of London” è
un modo per scaldare i muscoli in vista dell’episodio cinque, che si merita un
paragrafo tutto suo.
Questi miei occhi (ex) miopi, hanno visto persone
stracciarsi vesti e capelli, dopo che tale Miguel Sapochnik, ha diretto una
battaglia (anche piuttosto buia) in un episodio di Giocotrono. Persone che avevano ignorato il suo modesto “Repo
Men” (2010), si sono messe ad invocarlo come il nuovo semidio della regia moderna (storia vera…
purtroppo). Bene, mi chiedo cosa faranno quando vedranno quello che ha
combinato Gareth Evans nell’episodio 1×05, una puntata in cui il Gallese pare
dire: «Ok, prenderò parte alla vostra serie tv solo se mi concederete un
episodio dove posso fare il c@&%o che voglio». Quando Evans riesce a
svincolarsi da una trama che sia più complessa di “Tipo entra in un palazzo e
mena tutti” è decisamente il più rovente regista d’azione in circolazione.

London calling.

Il quinto episodio di “Gangs of London” è una storia
d’assedio, che si prende alcuni minuti per ingranare, poi al netto di una
milizia Olandese armata fino ai denti e alcuni locali impegnati a difendere
l’obbiettivo con tutto quello che hanno, resta il singolo episodio più
strapotente di una serie, che mi sia capitato di vedere recentemente. Dopo una
puntata così, niente può tenere il passo – infatti non lo farà -, però dovreste
vedere questa serie anche solo per questo gioiellino di episodio.

Commento in breve:
Gareth Evans dedica il suo miglior “Bitch, please” a Miguel Sapochnik.
Chi ne ha scritto
meglio di me:
I 400 calci, anche
se sono stati fin troppo indulgenti. Ma per lo meno sono stati gli unici a
scrivere un pezzo dopo aver visto tutti gli episodi, non solo i primi cinque
forniti in anteprima alla stampa.
Yellowstone
Stagione: 1 e
2
Dove la trovate:
Sky Atlantic
Chi dice che il Western è morto non conosce Taylor
Sheridan, l’uomo dietro la sceneggiatura e la regia di western moderni bellissimi
come Hell or High Water, Soldado e I segreti di Wind River. Chi invece è sicuro che il Western non sia
mai morto ma anzi, ad ogni piè sospinto cerca di riportarlo in auge è
sicuramente Kevin Costner, che non credo abbia certo bisogno di presentazioni. Ha
fatto delle cosette abbastanza note in carriera, ma anche la pubblicità del
tonno.
Questi due cowboy hanno unito le forze al servizio del
canale Paramount Network, ma con un ritardo abbastanza vergognoso, Sky ha
deciso di portare in uno strambo Paese a forma di scarpa, solo da poco una serie la
cui prima stagione è del 2018 e la terza, viene trasmessa proprio in queste
settimane negli Stati Uniti.

Kevin “Marlboro Man” Costner.

John Dutton (Kevin Costner) è un moderno cowboy, che
gestisce con il pugno di ferro un gigantesco ranch nel Montana, Yellowstone
appunto, un quantitativo di terra esagerato che ha ereditato dai suoi padri
dopo che loro, l’hanno allegramente portato via agli Americani, quelli veri, quelli che ora vivono nelle riserve, precedenti inquilini degli stessi sconfinati territori del Nord ovest.

Dutton è “padre padrone” di un manipolo di figli che per
lui sono tutto, anche motivo di dispiacere, come il prediletto Kayce (Luke
Grimes), che però si rifiuta di seguire le orme paterne, dopo aver messo su
famiglia con una giovane maestra di origini nativo-americane di nome Monica (Kelsey
Asbille vista in Wind River). Gli
altri figli? Dei soggettoni mica male: Jamie (Wes Bentley) avvocato al soldo
del padre, che però punta alla politica piuttosto che a sellare i cavalli,
mentre la figlia Beth (Kelly Reilly) è una specie di drago quando si tratta di
pianificare, peccato che sia quasi sempre sbronza come con Cowboy dopo un
rodeo, anche se a modo suo è una fedelissima di casa Dutton.

I figli so piezz e core (tipico proverbio del Montana)

A questa Soap Opera di famiglia aggiungete, ricchi
imprenditori intenzionati a mettere le mani sulla terra dei Dutton, capitanati
da un Danny Huston piuttosto quieto per le sue abitudine, ma anche il
tostissimo Cowboy Rip Wheeler (Cole Hauser), incaricato di marchiare e tenere a
bada gli scappati da casa arruolati come mandriani al ranch, ma anche una sorta
di figlio aggiuntivo per John Dutton.

Se mi passate il paragone ardito, Rip Wheeler sta alla
famiglia Dutton come Tom Hagen ai Corleone, ed ora che ho scritto questa
“caSSata” a pensarci bene, non ci starebbe nemmeno male Robert Duvall in una serie così. Se
riuscite a mettere in conto una certa atmosfera in stile “Dallas”, ma anche
alcuni passaggi della trama in cui l’effetto Soap Opera un po’ si fa sentire, “Yellowstone”
è una figata cucinata a fuoco lento, infatti non ho idea di cosa stia aspettando
Sky a presentare anche la seconda stagione, che è molto migliore della prima!

“Che fai?”, “Niente, aspetto la stagione numero tre”

I magheggi e gli intrighi di questa famiglia di “vaccari”
del Montana, tira dentro gli intrighi politici, le gelosie, il razzismo (nei
confronti dei nativi), oltre ad una serie di personaggi ben scritti e ben
recitati, che lentamente evolvono e crescono sotto i nostri occhi. Basta
guardare il ragazzetto ex tossico in cerca di redenzione, che passa da “Renton”
a stella del rodeo, diventando un personaggio a cui affezionarsi.

Kelly Reilly può recitare in tutte le serie tv? Si può? Mi fate contento?

Kevin Costner con una serie così è perfettamente nel suo
elemento, ma la leonessa è Kelly Reilly, bellissima ed imbalsamata in True Detective 2, qui paga lo scotto di
tutte le serie moderne (scene di sesso e di nudo nelle prime puntate per
acchiappare i gonzi), ma poi il suo personaggio fa davvero il bello e il
cattivo tempo. Non solo è la più tosta di tutta la famiglia, ma ha una capacità
di insultare le persone riducendole a dimensioni microscopiche per la vergogna, da rendere ogni suo dialogo uno spettacolo nello spettacolo, per altro, tutti recitati con un accento “Yankee”
perfetto per una come Kelly Reilly, che in realtà è Irlandese. Insomma, al
momento è la serie che seguo con più piacere. Sono senza speranza lo so, anche
perché io volevo godermi la pensione in un ranch anche prima di vedere questa
serie!

Commento in breve:
niente Yoghi e Bubu purtroppo, ma quello che ho trovato merita una visita al
parco.
Chi ne ha scritto
meglio di me:
ehm, qualcuno ha visto questa serie? La sto guardando solo
io?
The Outsider
Stagione:
miniserie (10 episodi)
Dove la trovate:
Sky atlantic
Ogni appuntamento con il nuovo romanzo di Stephen King
resta imperdibile, ma ultimamente faccio una gran fatica a trovare un libro
dello zio in grado di convincermi per davvero. Oh! Sulla prosa e la capacità di
scrittura niente da dire, zio Stevie è sempre un drago, ma purtroppo faccio
fatica lo stesso, è successo anche con il suo “The Outsider”.
Un ragazzino viene trovato ammazzato in un modo
vergognoso, malgrado un alibi davvero di ferro, per l’orrendo crimine viene
arrestato l’amatissimo allenatore della squadra di Baseball giovanile locale, Terry
Maitland (nella serie tv, l’azzeccatissimo Jason Bateman), portato via in
manette durante la partita dal rancoroso sbirro Ralph Anderson (Ben Mendelsohn, ormai specializzato in
ruoli da bastardone, perfetto per il ruolo visto che è anche il vero
protagonista della storia).

“Ecco, preso a male parola anche da Cassidy, che brutta giornata anche oggi”

Richard Price adatta per il piccolo schermo in dieci
comodi episodi il romanzo di King, la storia di un uomo palesemente innocente
ma allo stesso tempo anche palesemente colpevole, visto che ci sono
testimonianze che lo inchiodano e lo scagionano in ugual misura. Terry Maitland
può davvero avere un sosia, per di più palesemente malvagio soprannominato con
grande sforzo di fantasia IT? “The Outsider” risponde a questa domanda e lo fa
in un romanzo diviso: la prima metà è tutta una lunga indagine anche molto
avvincente, fino al grosso colpo di scena che modifica lo scenario per sempre,
che poi è stato anche il momento esatto in cui ho cominciato a perdere interesse per la
lettura (storia vera).

Jason Bateman, dopo essere andato a cena da Pennywise.

Problema: la serie tv si gioca quello stesso grosso colpo
di scena, con la metà dell’enfasi, a metà della seconda puntata. Quindi potete
immaginare che fatica io abbia fatto per arrivare alla fine di questa
miniserie, che scivola in territori che King aveva già visitato, anche se Richard
Price tenta di approfondire più gli altri personaggi, in un atmosfera che
strizza un po’ troppo l’occhio a quella di True Detective.

Nemmeno vedere entrare in scena Holly Gibney,
direttamente dalle pagine della trilogia di Mr. Mercedes mi ha esaltato troppo. Con il libro e la miniserie televisiva, ho avuto la conferma che con certe storie, anche cambiando il formato, la scintilla non scatta lo
stesso.

Commento in breve:
zio Stevie non volermene, sei sempre il mio preferito.

Chi ne ha scritto
meglio di me:
sono sicuro che qualcuno questa serie l’ha vista, ci vediamo nei
commenti!
Eli Roth’s history
of horror
Stagione: 1
Dove la trovate:
Rai Play

“Ciao mi chiamo Eli Rot…”, “BUUUUUUU!!! BUUUUUUUUU!!”

Calma! Caaaalma! Vi è simpatico Eli Roth? Vi sta sulle
palle lui e i suoi film? Calma, anzi «Easy, eeeeasy» (cit.).

In questa serie che è arrivata (con calma) in uno strambo Paese a forma di scarpa anche su Rai
Play, Eli Roth non si atteggia a “Masters of Horror”, nelle varie puntate
monografiche viene giusto citato il suo “Hostel” (2005), per il resto del tempo
Eli si limita a fare quello che farebbe qualunque appassionato di Horror a cui
venisse concessa la possibilità di chiacchierare con personaggi del calibro di
Greg Nicotero, Stephen King, Mick Garris, Quentin Tarantino, Jordan Peele, Joe
Hill e John Landis e tutte gli altri volti noti, impegnati a
ricostruire un po’ la storia del genere con più budella e sangue esposto del
cinema.

Ospiti di tutto rispetto: Jamie Lee sempre sia lodata!

Gli episodi si dividono in categorie: zombie (episodio
1), Slasher (episodi 2 e 3), possessioni demoniache (episodio 4), mostri e
creature (episodio 5), vampiri (episodio 6) e fantasmi (episodio 7).

“Eli Roth’s history of horror” non vi racconterà nulla di
più di quanto non trovate quasi ogni giorno su questa Bara Volante, ma resta
un’ottima occasione per sentire un po’ di testimonianze da parte dei diretti
interessati, impegnati a parlare di film che hanno fatto la storia. Difetti?
Essenzialmente uno, avendo solo 40 minuti ad episodio, non si può davvero
raccontare tutto quello che è necessario sapere su un argomento vasto come può
essere ad esempio, i film di zombie. Ho apprezzato, ad esempio, che si siano
ricordati di Stuart Gordon, ma ho
trovato abbastanza clamoroso che non sia stato citato Il serpente e l’arcobaleno, forse perché fin troppi minuti
dell’episodio vengono dedicati a parlare di The Walking Dead. Cose che capitano se hai Greg Nicotero ospite.

Eli ha portato qualche altro amico alla festa.

Forse questo è il vero problema della serie, se hai come
ospite Diablo Cody, Catherine Hardwicke e buona parte del cast di “True Blood”, finisci inevitabilmente a dare più spazio a titoli come “Jennifer’s Body” (2009) e “Twilight”
(2008), quando avresti titoli davvero più, vogliamo dire interessanti? Ma si
diciamolo, interessanti, di cui parlare.

Oh, the Candy Man can, the Candy Man can! (cit.)

In ogni caso “Eli Roth’s history of horror” si destreggia
piuttosto bene tra titoli popolari e omaggi che so, a George A. Romero, rimbalzando tra cinema e piccolo schermo. Il
risultato è un’antologia che per i neofiti potrebbe essere un buon modo per
approfondire (e magari scoprire) alcuni titoli, mentre per gli appassionati di
Horror di vecchia data, un riuscito omaggio al genere, una chiacchierata che
lascia fuori molta roba e proprio per questo andrebbe approfondita, una
stagione due la guarderei molto volentieri, anche se pare che la serie sia stata
riconfermata, quindi avremmo un’altra occasione per lamentarci di qualche
titolo mancante.

Commento in breve:
Eli Roth uno di noi!
Chi ne ha scritto
meglio di me:
ma queste serie da pazzo maniaco le guardo solo io? Ditemi di
no vi prego!
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