L’angelo delle tenebre
Stagione: 2
Dove la trovate: Netflix
Tornano le avventure dello Xenomorfo che stanco di covare uova ha deciso di sistemarsi,
facendo prima l’assistenza alla poltrona e poi il dentista. No scusate, devo
aver fatto un po’ di confusione, “L’alienista – L’angelo delle tenebre”
prosegue le avventure del trio di personaggi lanciati dalla prima stagione, l’alienista il Dr.
Laszlo Kreizler (Daniel Brühl) e i suoi due compari John Moore (Luke Evans) e Sara
Howard (Dakota Fanning), in una nuova indagine sempre tratta dai romanzi di Caleb
Carr.
Mi sembra strano che vista la popolarità delle serie
investigative, “L’alienista” non sia ancora così popolare, forse per via del
trio di attori, tre volti (quasi) noti, che normalmente ritroviamo in ruoli da
secondi violino piuttosto che da veri protagonisti, ma per questa seconda
stagione a salire in cattedra è il personaggio di Sara Howard interpretato da Dakota
Fanning.
All’inizio di questa seconda indagine, Sara ha fondato la
sua agenzia investigativa anche se si avvale ancora delle consulenze del Dr.
Laszlo Kreizler e di John Moore, nel frattempo diventato giornalista
investigativo alla costante ricerca di torbide notizie per il giornale in cui
lavora, ma anche di una stabilità con la ricca fidanzata, che non vede troppo
di buon occhio il suo lavoro, che lo porta nei peggiori vicoli di New York nel
cuore della notte, specialmente in compagnia di Sara Howard. Gelosia portami
via.
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| CSI New York anno 1896. |
“L’angelo delle tenebre” è incentrato sull’indagine di
Sara legata al rapimento della piccola Ana Linares, la figlia del Governatore di
Spagna, portata via dalla culla e sostituita da un bambolotto dal volto
deturpato, acquistato ai vicini magazzini Siegel Cooper, dove in un macabro
scambio il corpo della bambina viene ritrovato. L’indagine inizia a coinvolgere
Goo Goo Knox, il criminale locale che gestisce tutti i traffici in zona, ma ben
presto l’identità dell’assassino verrà a galla, con una serie di scelte meno
banali del previsto.
La trama ruota intorno a tematiche più femminili, non di
certo per seguire la moda del momento ma perché la storia ha una sua logica e i
suoi riusciti colpi di scena, non vi voglio rivelare nulla perché devo dire,
che tornare in questa atmosfera decadente quasi in stile “From Hell” di Alan
Moore, non mi è dispiaciuto affatto. La solidità dei romanzi di Caleb Carr
mantiene anche questa seconda stagione su un livello molto valido, insomma se
vi piacciono atmosfere torbide, indagini e storie in costume, anche questa
seconda stagione è in cassaforte.
Commento in breve:
gli angeli con la faccia sporca, così mi gioco anche la citazione.
Chi ne ha scritto
meglio di me: vi aspettano cent’anni di Nerditudine.
The Right Stuff –
Uomini veri
Stagione: 1
Dove la trovate: Disney+
Fin dall’annuncio di una serie ispirata al romanzo “La
stoffa giusta (1979) di Tom Wolfe, inevitabilmente influenzata da quel
capolavoro che è Uomini Veri di Philip
Kaufman, ho storto così tanto il naso da ritrovarmelo dietro alla nuca. Poi mi
sono lasciato convincere dal nome di Leonardo DiCaprio tra i produttori e dalla
comodità di ritrovarmi la serie su Disney+, nella sezione dedicata al materiale di
National Geographic per la precisione.
Perché ho storto il naso? Perché semplicemente credo che
fare meglio di Philip Kaufman sia impossibile, ho già decantato le meritate
lodi del suo film e non mi ripeterò, anche se mi rendo conto che la corsa allo
spazio in questo strambo 2020, sia un argomento ancora caldo. Mentre siamo incastrati
a terra (e nelle nostre case) tra mascherine e speranze di vaccini, trovo che
sia normale alzare la testa e guardare le stelle anche perché grazie a quel
matto di Elon musk e al suo programma SpaceX, l’argomento non è mai stato più
caldo di così negli ultimi decenni.
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| Sento già la mancanza di Ed Harris, Fred Ward, Sam Shepard e tutti gli altri. |
“The Right Stuff” ci racconta nuovamente degli astronauti
del programma americano Mercury e della loro corsa per battere i Sovietici
nella corsa allo spazio. Una competizione scientifica che richiedeva piloti che
fossero portatori sani di “Huevos”, per sedersi dentro trabiccoli sperimentali
nel tentativo di abbattere il muro del suono, una storia di moderni pionieri,
idolatrati come pettinate Rockstar e matti come cavalli, che in questa versione
televisiva di otto episodi ruota attorno a tre protagonisti principali John
Glenn (Patrick J. Adams), Alan Shepard (Jake McDorman) e Gordon Cooper (Colin
O’Donoghue), gli altri uomini (veri) che fecero l’impresa, sono trattati poco
più che comparse, dove invece il film di Kaufman li gestiva tutti come
potenziali protagonisti.
Parliamoci chiaro, “The Right Stuff” è una serie molto ben
curata e ben recitata di ottimo livello, che però ha più tempo a disposizione e che decide di utilizzarlo quasi tutto per trame amorose, gelosie tra piloti e le
loro rispettive mogli, in quella che purtroppo sembra una lunga sotto trama
che ricorda più Disney che National Geographic. Certo la serie tv approfondisce
molto alcuni elementi, come ad esempio il programma spaziale sperimentale
dedicato alle astronaute donna, ma allo stesso tempo ignora completamente buona
parte degli elementi tecnici e scientifici che dovrebbero avere il loro peso in
una storia così.
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| “Non dovremmo essere un po’ più tecnici?”, “Ora che tutti vanno in giro con la maglietta della Nasa, ma scherzi?” |
Nel suo passaggio al piccolo schermo “The Right Stuff”
non ha proprio la stoffa giusta, dimenticandosi dell’epica di cui questa storia
ha bisogno, se togli l’ironia, l’accuratezza tecnica e il carisma dei
personaggi (Chuck Yeager non compare nella prima stagione, ripeto torre di
controllo, niente Chuck Yeager… GULP!) quello che resta è una validissima serie
con un filo troppo di retorica per i miei gusti e la voglia di rivedermi dieci
volte il film di Kaufman. Basta dire che ho trovato più avvincente il
documentario sugli astronauti della Mercury, che Disney+ mi ha proposto alla
fine della visione di questa serie (storia vera).
Commento in breve:
Disney mi deve un pacchetto di Beemans.
Chi ne ha scritto
meglio di me: non ho trovato commenti di altri Blogger, quindi scusate se
vi suggerisco il mio post sul film, non è (solo) auto promozione, ma un modo
spudorato per consigliarvi uno dei miei film preferiti di sempre.
Lovecraft Country
Stagione: 1
Dove la trovate: Sky
Atlantic
Una serie che si intitola “Lovecraft Country” (benissimo),
prodotta da Jordan Peele (bene) e da GIEI GIEI Abrams (Aaaarrrrgggghhh!).
Qui il naso invece che finirmi sulla nuca, ha fatto tre volte il giro completo
intorno alla testa, ma poi la serie disponibile su Sky Atlantic l’ho vista lo
stesso.
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| “Sta per arrivare qualcosa di orribile”, “Cthulhu?”, “Peggio, GIEI GIEI” |
Basata sull’omonimo romanzo di Matt Ruff, la storia è
ambientata negli Stati Uniti segregati negli anni ’50 dove il protagonista
Atticus “Tic” Freeman (Jonathan Majors), reduce della guerra in Corea
cerca il padre scomparso, partendo dalla nerissima Chicago per
attraversare un Paese che diventa sempre più bianco e razzista, accompagnato
dallo zio Montrose (il mitico Michael K. Williams) autore delle ormai celebri Green Book, fino ai territori che erano
la casa del solitario di Providence, H.P. Lovecraft che è una presenza che
aleggia in tutta la serie, come se fosse lui uno dei Grandi Antichi.
Forse Lovecraft non va solo letto, ma affrontato in
qualche modo, lo stesso Alan Moore (non proprio l’ultimo della pista)
analizzando i suoi scritti, è passato da
farsi beffe delle voci sulla presunta misogina dello scrittore di Providence per
arrivare a lodarlo come una delle menti
più creative, responsabile di quintali di iconografia.
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| Ormai basta un tentacolo a fare subito Lovecraft, persino l’insalata di polipo è considerata Lovecraftiana. |
Basta la prima scena del primo minuto, del primo episodio
di “Lovecraft Country” per farmi disperare: Atticus affronta navicelle aliene,
bellezze spaziali mozzafiato in stile Dejah Thoris e giocatori di Baseball, in
un calderone che sa di cultura popolare in cui è impossibile non vedere lo
zampino del grande paraculo GIEI GIEI, un modo ruffianissimo di ingraziarsi gli
spettatori a colpi di citazioni pop che per fortuna, viene da subito
smantellato dall’evidente impronta di Jordan Peele, che sta diventando il
campione degli horror con protagonisti dei neri, lontano dal solito stereotipo:
il nero muore per primo. Ed era anche ora, ammettiamolo.
Tra poliziotti stronzi che costringono i protagonisti ad
una corsa in auto contro il tempo (e contro il tramonto), “Lovecraft Country” è
una riuscita ricostruzione di un Paese ancora spaccato dalla divisione tra
bianchi e neri, in cui ogni episodio (ed alcuni sono davvero assurdi) sono un
viaggio più che nella letteratura di H.P. Lovecraft, nella letteratura di
genere a tutto tondo. Ci sono biondissimi suprematisti, ma anche adorabili
Coreane a cui spuntano strambi arti aggiuntivi in stile aracnide, oppure interi
episodi che strizzano l’occhio all’avventura più pura, quella alla Indy per capirci.
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| “Eppure lo diceva Indy che la X non è il punto dove scavare!” |
Con “Lovecraft Country” vi ritroverete molto spesso a
pensare: «Ma che cacchio sto guardando?», ma in buona parte fa quello che la
serie tv Watchmen faceva con il
fumetto di Alan Moore (che continua ad aleggiare nell’aria), ovvero prendere i
personaggi per parlarci in modo anche riuscito delle divisioni razziali negli
Stati Uniti (e di conseguenza in tutto il mondo occidentale). “Lovecraft
Country” più che un viaggio dei racconti di Lovecraft è un viaggio nella
letteratura di genere, prestato al servizio di una causa più alta. Il risultato
è strambo ma godibile e anche molto ben recitato (Jurnee Smollett e Jonathan Majors
sono fenomenali), anche se lo ammetto, piuttosto che un finale aperto, nell’attesa di una probabile seconda stagione, avrei preferito vedere
più Lovecraft, in questa serie che porta il suo nome. Apprezzo l’intento e in
parte anche il risultato, ma il nome nel titolo sembra uno specchietto per le
allodole o comunque, distrae dai veri intenti della serie, che se non altro limita i danni, eppure conferma la linea, con GIEI GIEI di mezzo io non esco mai completamente soddisfatto.
Commento in breve:
gli orrori di Dunwich sono nulla a confronto degli orrori di GIEI GIEI.
Chi ne ha scritto
meglio di me: vi attende un caffè in compagnia di H.P. Lisa, In central perk.
The liberator
Stagione: 1
Dove la trovate: Netflix
Jeb Stuart è il nome che è stato oscurato da quello di Steven
E. de Souza, quando si parla degli sceneggiatori di Trappola di cristallo, mi ha fatto piacere ritrovarlo showrunner di
una serie di soli quattro episodi ma piuttosto ambiziosa, visto che racconta la
storia dei 500 giorni impiegati dal 157esimo Reggimento di fanteria
dell’esercito americano, comandato dal capitano Felix Sparks, che tra il 1943 e
il 1945 sbarcarono in Sicilia per puntare su, fino al cuore nero dell’impero di
Hitler, con la drammatica conclusione nel campo di concentramento di Dachau.
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| Non avete problemi con lo schermo (o la vista), la serie è davvero tutta così. |
“The Liberator” punta in alto, per raccontare due anni
della seconda guerra mondiale impiega solo quattro episodi, che terminano tutti
con la più classica delle lettere scritte alla fidanzata lontana e una
struttura quasi onirica, resa piuttosto bene dalla tecnica del Trioscope
Enhanced Hybrid, una specie di Rotoscope molto più economico (anche nell’effetto finale, più avanti ne parliamo), che trasforma il
girato in una sorta di effetto fumetto, come se gli attori fossero stati
ripassati ad acquarello e china.
La compagnia del capitano Felix Sparks era una banda di
gatti senza composta da Texani bianchi, nativi americani, latini e neri che in
patria non avrebbero potuto bere dalla stessa fontanella ma che in guerra, si
ritrovarono fianco a fianco. Ecco perché “The liberator” precede un po’ come il
bignami dei film sulla seconda guerra mondiale, cavalcando dinamiche prese in
prestito da classici come Quella sporca dozzina, anche se il risultato è più
pregevole di un semplice riassunto di qualcosa già raccontato altrove, malgrado
i pochi episodi, la qualità dei dialoghi e la caratterizzazione dei personaggi
è davvero buona.
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| Quella sporca disegnata dozzina. |
Il Trioscope in certi momenti sospende l’incredulità e
addolcisce molte delle scene violente che i combattimenti si portano dietro, ma
a dirla tutta nulla mi toglie dalla testa che sia anche un modo per coprire le
magagne di un budget altrimenti non all’altezza, grazie a questa tecnica
costumi abbozzati possono diventare di colpo consumate e realistiche divise,
però Jeb Stuart si è preso un bel rischio che paga i suoi dividenti solo nel
buonissimo finale, estremamente malinconico che conclude bene questa miniserie.
Se siete appassionati di storie di guerra, non troverete novità ma riuscite
conferme, per tutti gli altri, potrebbe essere un buon modo per fare la
conoscenza di un sottogenere (quello bellico) davvero sconfinato.
Commento in breve:
salvate il soldato Jeb Stuart.
Chi ne ha scritto
meglio di me: l’ho vista solo io? Voglio i vostri di pareri e per questo ci vediamo nella sezione commenti.










