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57 canali e niente da vedere: The Old Man, Inside man, Big Mouth 6, Solar Opposites 3, The Crown 5, The Handmaid’s Tale 5

Torna l’appuntamento
con titolo Springsteeniano, con le ultime serie viste di recente, non
perdiamo altro tempo, via via via via viaaaaa!
The Old Man
Stagione: unica (miniserie)
Dove la trovate: Disney+ (Star)

Lo dico sempre che Jeff
Bridges è uno dei miei attori preferiti, non perdo occasione per ripeterlo.
Stesso discorso per John
“Più grande attore del mondo” Lithgow, di cui sono vice-presidente del fan club.
Secondo voi avrei potuto perdermi una serie con entrambi questi mostri sacri?
Giammai! (cit.)

Dan Chase (Goffredo
Ponti) sembra un tenero vecchietto che vive solo, vedovo, con le giornata
riempite solo dalle telefonate della figlia e due Rottweiler come amici, Dave e Carol. In realtà è un osso duro, lo scopriamo nel primo episodio quando un sicario entrato in casa sua finisce subito la sua carriera (due metri
sotto terra). Ma la copertura di Chase è saltata, comincia la fuga.
«Sentite, io volevo solo il mio tappeto!»

Sulle sue tracce l’agente
veterano della CIA, Harold Harper (Lithgow… Applausi grazie!) conosce Chase dai
vecchi tempi, quelli della guerra in Afghanistan, ma non l’ultima quella
Yankee, da quella prima, quando i cattivi erano i russi e gli americani erano
nella zona delle operazioni perché, beh, non sanno farsi gli affari proprio e giocano
a destabilizzare Paesi in giro per il globo, storia vecchia no?

Il motivo per guardare qualunque cosa: John Lithgow.

I primi due episodi
che presentano personaggi e situazioni filano via che è (quasi) una meraviglia,
specialmente perché per i giovani Bridges e Lithgow nelle scene flashback, non
hanno utilizzato la “Deep fake” ma hanno preso due attori somiglianti, come si faceva
ai vecchi tempi. I casini iniziano quando si arranca in questa spy story d’azione
con pochissimi azione e tante, tante, tantissime, troppe parole!

Le svolte non sono
proprio impossibili da intuire, grosse o piccole che siano, come spettatori si
finisce ad arrivarci poco prima dei personaggi e del prossimo “spiegone” per illustrarle
a chi si fosse addormentato sul divano, cosa che potrebbe anche capitare visto
il ritmo della serie. Risultato finale? Una trama che avrebbe potuto funzionare
in un film di due minuti con lo stesso identico cast, diventa un supplizio, anzi
peggio, uno spreco di talento, perché Bridges e Lithgow sono davvero l’unica
ragione che mi viene in mente per consigliarvi questa serie. Da soli creano
personaggi che sono sia buoni che malvagi, uno per l’altro ma anche per il
pubblico, insomma non ne avevo bisogno, ma solo stima per quei due, certo che
fargli fare un film invece di ammazzarci a colpi di chiacchiere, brutto?

Loro due fenomeni, circondati dal nulla che è questa serie.
Commento in breve: il fan club accetta sempre adesioni eh?
Chi ne ha scritto
meglio di me:
l’avete vista? Vi
siete annoiati? Volete la tessera del fan club? Scrivetelo nei commenti.
Inside Man
Stagione: unica (miniserie)
Dove la trovate: Netflix

Steven Moffat
scrive, David “Più grande attore del mondo” Tennant recita. Secondo voi un
Whoviano come me poteva tirarsi indietro? Giammai! (seconda cit.)

La storia è quella
di, beh sono almeno tre storie tutte insieme. Da una parte abbiamo la
giornalista Beth (Lydia West) che sulla metro viene aiutata dalla professoressa
Janice (Dolly Wells) a liberarsi di uno stronzo molesto. Le due restano in
contatto anche mentre la giornalista vola in un carcere americano per
intervistare Grieff, uxoricida in attesa che la sua sentenza venga eseguita
tramite iniezione letale, uno che riempie il tempo fornendo consulenze a chi ritiene
meritevole, su casi da risolvere. Insomma un Hannibal Lecter non carnivoro,
fatto a forma di Stanley Tucci.
50% Sherlock, 50% Hannibal, 100% Tucci.

Nel frattempo nella
cara vecchia Albione, il reverendo Harry (David Tennant sempre più magro e
barbuto) porta avanti la sua chiesa in modo molto sportivo, prendendosi cura delle
sue pecorelle anche quando una di questa, gli mette in mano una chiavetta USB
da custodire, con sopra materiale beh, porno. Vabbè per un po’ di porno che vuoi che sia! Due Ave
Maria passa tutto, solo che non si tratta di semplice porno, per uno scambio di mani la
chiavetta finisce in quella di Janice, che subito sospetta che il reverendo
stia proteggendo suo figlio, visto che Padre Harry ha la cattolica propensione
ad auto flagellarsi per il bene degli altri.

Eppure io Don Matteo lo ricordavo un po’ diverso.

Ovviamente la
situazione degenera e prima o poi (più poi che prima), le due trame che viaggiano
anche fin troppo parallele, finiranno per incrociarsi. Sulla carta tutto bello,
perché Tennant ha un segreto (nemmeno suo) da nascondere, ma presto finirà a
cercare di coprire malamente le sue tracce, in una partita a scacchi con l’astutissima
Janice. Peccato che tutto questo venga spesso interrotto dal cambio di fronte,
quando Tucci entra in scena, il suo personaggio si mangia lo schermo (no, non è
cannibale, giuro!) anche se l’attore è costretto ad affrontare muri di testo di
dialoghi allunga brodo.

In generale “Inside
man” sembra un grosso esercizio di stile, oppure sembrano due serie diverse
dove ogni tanto lo streaming di Netflix salta e ti ritrovi a seguire le vicende
del prete inglese o del detective condannato a morte americano. Insomma o Steven
Moffat aveva troppe idee, o non ne aveva una che fosse abbastanza forte per darsi
dare la “luce verde” da Netflix. Quindi “Inside man” potrebbe essere un
procedurale molto canonico, con Tucci come protagonista in cui nella prima
stagione, deve risolvere il caso del prete non pedofilo ma prossimo a
macchiarsi di svariati peccati e crimini. Però trattandosi di una miniserie che
non dovrebbe proseguire, mi sembra che Moffat sia il solito pasticcione, capace
di buone idee, ma anche di scivolate sulla buccia di banana, come già successo con il suo Dracula.

Trama che come acqua e olio non si mescolano molto bene.

Ci sono momenti dove
le motivazioni dei personaggi semplicemente non reggono, peccato perché se
siete appassionati di storie “crime” questa serie potrebbe fare al caso vostro, a me è parso
tutto molto pasticciato, interessante si, ma anche poco credibile per quanto
recitato alla grande.

Commento in breve: pezze annodate come Pretzel, sono Inside Man come Denzel (cit.)
Chi ne ha scritto
meglio di me:
l’avete vista? La
sezione commenti è stata creata per questo.
Big Mouth
Stagione: 6
Dove la trovate: Netflix

Sembra che io non
possa più fare un 57 canali senza Big Mouth, ma sembra anche che io non possa
parlare male di questa serie, anche io che non ho peli sulla lingua (e se li ho, non
sono i miei) ogni volta finisco per divorarmi la nuova stagione della creatura
di Nick Kroll, dannandomi, perché si passa un anno ad attenderla e poche sere
per terminarla.

Queste boccacce continuano a macinare puntate su puntate.

Strizzando subito l’occhio
allo spin-off (lo avete visto no?), la nuova stagione di “Big Mouth”
porta avanti le trame e la gravidanza di Maurice, rimasto incinto come Arnold in “Junior” (1994), anche se Connie non ne vuole sapere di riconoscere la
maternità del pupo che presto, con effetti da Body Horror, verrà sparato fuori
dal corpo di Maurice. Non volete conoscere i dettagli, credetemi.

Ad Aaron McGruder piace questo elemento (questa la capiranno in pochi)

Nel frattempo niente
può più fermare quell’erotomane di Andrew, che si è anche preso una cotta per
la cugina, ma se lui è impegnato in una storia a distanza via tablet, tutti gli
altri personaggi sono ancora alle prese con l’adolescenza e i relativi mostri
degli ormoni. Formula che vince non si cambia, dopo sei stagioni “Big Mouth”
riesce ancora a snocciolare un ragguardevole numero di sporcaccionate con
quella boccaccia che si ritrova, ma anche a parlare di pubertà agli adolescenti
in un modo dritto e spigliato.

Dopo sei stagioni hanno ancora un sacco di idee matte come questa.

L’episodio sulla
vergogna della vagina mette in primo piano il punto di vista femminile, ma non manca
nemmeno l’occasione per parlare di asessualità o dell’avere più papà, tutti
membri di una boy band per altro. Il finale di stagione poi è la versione “Big
Mouth” di un classico come come “Quel pazzo venerdì” con tanto di scambi di
corpi. Insomma, anche la sesta stagione termina troppo presto, confermandosi
ancora una volta una delle serie più matte, sboccate e creative in
circolazione.

Baby Yoda lèvati, ma lèvati proprio!

Commento in breve: tipo “Quel pazzo venerdì” ma non con la “P”.
Chi ne ha scritto
meglio di me:
potere della
sezione commenti, vieni a me!

Solar Opposites
Stagione: 3

Dove la trovate: Disney+
(Star)

Non so più come
consigliarvela questa serie, la cuginetta di Rick & Morty, nata dagli
stessi autori, con protagonista una famiglia di alieni pronti a terra formare
il nostro mondo usando la Pupa, equivalente locale della Lisa Simpson dei Solar Opposites, visto che ormai si chiamano così anche infrangendo più volte la
quarta parete.

Questa serie non è ancora pronta per il salto dello squalo (ah-ah)

Giunta alla terza annata questa serie non accenna a rallentare, le trovate tutte da ridere non
mancano e in questa stagione, la sotto trama della bacheca (e della nuova
società nata al suo interno) passa dall’essere una gustosa gag ad un essere
senziente con vita propria, occupando parecchi minuti degli undici episodi della stagione, più uno speciale di Halloween.

Quindi si raggiungono
apici di genio in cui la sotto trama ormai straborda come succede nell’episodio
3×04, dove i protagonisti vanno in viaggio a Hululand (la Disneyland dedicata
ai programmi di Hulu) mentre dentro la bacheca, i suoi intrappolati abitanti si rivoltano
ancora con risultati onirici notevoli.

L’episodio sulla versione locale delle Lanterne Verdi è roba da veri nerd.

Ma ci sono anche episodi
in cui Korvo e Terry affrontano le dissolvenze tra un episodio e l’altro
tipiche dello streaming, ritrovandosi ad esempio a fare la fila per un’intera
puntata (3×03), mentre la Pupa pare portare avanti un trama incredibile che la
vede combattere prima con Godzilla, poi con dei robot giganti e poi contro
tutti, ma noi non possiamo vederla, perché dobbiamo fare la fila con i Solar Opposites.

Fare la fila era noioso, prima di questo episodio.

L’episodio 3×05 (“Il
raggio Gargoyle”) diventa un enorme omaggio a “Daylight” (1996) con tanto di
entrata in scena di Slvester Stallone, ma l’omaggio ai miti del passato non
manca nemmeno nell’episodio 3×07, dal chilometrico titoli “Il plarynum
bebyblade burst 800 tanaka tomy edition” (fiuuuu!) dove si prende apertamente
per i fondelli la retromania per gli anni ’80.

Sly Stallone un posto su questa Bara lo troverà sempre, anche in versione animata.

Ma dove la terza stagione
di Solar Opposites colpisce è nel finale, l’evoluzione della pupa porta la sua
famiglia ad un cambio di vita drastico, che inizialmente sembra la solita gag
protratta all’infinito (e per questo ancora più divertente), ma si rivela un
finale amarissimo, stemperato solo in parte dall’episodio di Halloween che
trovate comodamente in fondo alla terza stagione su Disney+, che vede Yumyulack
precipitare all’inferno, ma lui crede nella scienza mica nelle superstizioni
religiose, quindi non sarà di certo lui a passarsela male.

Pretendo la serie solista dedicata al guardiano della cripta!

Commento in breve: insomma,
sta su Disney+ ed è bellissima, basta! Non so più come consigliarvela!
Chi ne ha scritto meglio
di me:
almeno date ascolto a Lisa! Maledetti umani che non siete altro!

The Crown
Stagione: 5
Dove la trovate: Netflix

Avevo dei dubbi, perché
ultimamente più affronto opere con Lady Diana come protagonista, più inizio a
patteggiare per Carlo, quindi già temevo che l’ennesimo punto di vista sulla
storia, attraverso gli occhi della “principessa triste” avrebbe monopolizzato
tutto. Mai dubitare di Peter Morgan!

Un giorno capirò perché le attrici e gli attori inglesi sono così dannatamente talentuosi.

La quinta stagione di “The
Crown” è circolare, inizia con il varo della Britannia, l’amata nave della
regina Elisabetta II e termina con l’ultimo viaggio dello yacht dei reali
inglesi, in questo senso la scelta di Imelda Staunton per il ruolo è
impeccabile, esattamente come l’entrata in scena di uno dei miei preferiti,
ovvero Jonathan Pryce nei panni di Filippo.

Ma devo dire che ho
apprezzato anche il tempismo, con cui Morgan è riuscito a mostrarci il primo
Carlo non ottuso, visto che in tutti gli altri adattamenti il suo ruolo è
sempre più o meno questo. Coerenza narrativa oppure ottimo strategia visto che
nel frattempo il principe è diventato Re? Non si sa, però funziona, anche se l’attore
scelto per interpretarlo mi ha spiazzato.

Parliamo un momento di voi due litiganti.
No sul serio, Dominic
West è bravissimo nulla da dire, ma voi ve lo ricordate Carlo negli anni ’90?
Volete dirmi che era figo come Jimmy “Fuckin” McNulty? Non scherziamo su! Forse
avranno scelto West visto che c’è almeno un episodio “ormonale” per Carlo, però
ci ho messo tre puntate per riprendermi dallo sconvolgimento di vedere l’irlandese
McNulty capo della chiesa d’Inghilterra.
Cosa penserebbe Bunk se ti vedesse conciato così?

Una menzione per Elizabeth
Debicki, che riesce a regalarci una Lady Diana finalmente tridimensionale e non
più il santino che fin troppi adattamenti (e documentari) ci hanno già
raccontato, anche se la sua prova forse sfoggia un po’ troppe facce e faccette. Insomma si attende tanto “The Crown”, ma poi finisce sempre troppo presto, anche perché tutta la parte sulla famiglia Al-Fayette ha calamitato la mia attenzione.

Finalmente ho capito come sono riusciti a produrre film da Oscar, ci voleva questa serie a raccontarmelo.
Il cast è sicuramente un motivo di interesse per ogni nuova stagione, ma è la cura delle trama che mantiene questa serie su livelli alti.

Commento in breve: Carlo “Fuckin”
d’Inghilterra… No, non posso farcela.
Chi ne ha scritto meglio
di me:
 vi attende un caffè In central perk.

The Handmaid’s Tale
Stagione: 5
Dove la trovate: Tim
Vision

No. No, no no no e no.
Non ci siamo.
Ormai siamo allo sfacelo
più totale, mi sembra che questa serie non sappia più come gestire i
personaggi. Ok farli morire per dare una svolta alla trama, ci sta, ma la quinta
stagione di “The Handmaid’s Tale” ormai è più che altro una farsa.

Personaggi parcheggiati
per intere puntate in un letto come giocatori di basket in panchina (la Janine
di Madeline Brewer) oppure Moira (Samira Wiley), cosa fa ancora in questa serie
esattamente? La governante in casa di June?

Era lo sfiga dei personaggi sfiga, ma per mancanza di alternative ora è il super cattivo.

Vogliamo parlare poi dei
Canadesi che odiano gli immigrati (per la bellezza di… mezzo episodio)? Ma voi
li avete mai conosciuti dei Canadesi? Non odiano nemmeno le zanzare. Per tacere della svolta sovietica data a Gilead,
in cui l’unico dei capitani rimasti, un tempo pecora nera del gruppo, qui viene
venduto come l’architetto di Gilead, in un tentativo anche palese di utilizzare
persino gli stessi termini che i telegiornali usano per la Russia di Putin, apertamente
citata come modello, così, tanto per risultare attuali.

Le trame ormai fanno sembrare brillante anche il marito di June, il che è tutto detto.

Quando guardi The
Handmaid’s Tale
e ti ritrovi ad essere d’accordo con il marito di June, il
personaggio più idiota di tutta la serie, capisci che tutti gli altri intorni a
lui lo hanno sorpassato a destra in termini di stupidità. Sul serio, la grande
svolta della serie sarebbe che June e Serena ora sono migliori amiche per la placenta
pelle perché entrambe sono madri?

La vendetta delle mammine pancine.

No ma sul serio? Ma chi
scrive questa roba ha visto le altre stagioni di una serie ormai in caduta verticale, dove i “primi piani intensi” (cit.) su Elisabeth Moss sembrano ad
uso e consumo dei meme in rete? No. No, no no no e no. Non ci siamo.

«Che cavolo stai dicendo Cassidy?» (quasi-cit.)

Commento in breve: No.
No, no no no e no. Non ci siamo.
Chi ne ha scritto meglio
di me:
L’avete vista? Parliamone nei commenti! Altrimenti non vi siete persi
molto.

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