
Mi spacco di televisione e guardo decisamente troppe serie, seguendo le immortali parole del Boss, 57 canali e in questo caso, troppo da riassumere in un post solo, quindi forza… Iniziamo!
Primal
Stagione: 3
Dove la trovate: HBO Max
Forse non sono stato abbastanza bravo io a sottolinearlo, forse non ci ho messo abbastanza enfasi, ma Primal è la miglior serie d’animazione in circolazione, ed è tornata con una terza stagione che mi sono gustato, ogni fotogramma, centellinandola, anche per questo ne scrivo solo ora, il tempo passato della terra selvaggia di Spear e Fang è tempo ben speso.
Si perché Genndy Tartakovsky è un genio, eliminare i dialoghi permette a “Primal” di tornare all’origine primigenea della narrazione, quella per immagini, quella che il pubblico sta dimenticando visto che troppo spesso è abituato più a guardare lo schermo del telefono che lo schermo del televisore (o nel cinema), inoltre se le prime due stagioni erano invisibili qui da noi, la terza è diventata subito disponibile sulla piattaforma HBO Max, non avete più scuse, se non una, come fa a continuare questa serie, dopo il finale della seconda stagione? Potremmo citare Chev Chelios…

Intervistato, Genndy Tartakovsky ha dichiaro che ripetersi per lui, è il terrore peggiore, l’animazione poi ti permette di tutto, anche la trovata rivoluzionaria di far tornare Spear sottoforma di non morto, senza memoria, e farlo vagare in questa terra selvaggia, dove tutto può ucciderti, dalle piante, ai dinosauri, passando per facoceri, leoni e SIMMIE, tutte creature con cui il primitivo lotterà in questa stagione.
L’arco narrativo del personaggio passa da un decadimento fisico, calotta cranica che si stacca, un braccio divorato fino all’osso, mentre il nostro va avanti per pura forza di inerzia, o per pura forza e basta, visto che anche da zombie Spear non ha rivali.
Ho adorato ogni singolo fotogramma di ogni singolo episodio, era dai tempi di Collodi che nessuno ci faceva affezionare ad un grillo (il montaggio sonoro di questa serie è da applausi), non vi racconterò i dettagli, scoprite o riscoprite questa meraviglia, mentre la guardavo pensavo: «Che bello sarebbe se Tartakovsky facesse un film d’animazione su Conan il Barbaro», le microspie che ho in casa funzionano, guardate cosa ha annunciato il nostro?

Batman – Caped Crusader
Stagione: 2
Dove la trovate: Amazon Prime Video
Il problema della prima stagione di Batman – Caped Crusader? Troppi produttori, tra cui, lui, il maledetto, la mia nemesi, GIEI GIEI. Per nostra fortuna Bruce Timm compensa quella nefasta presenta, e anche la seconda stagione della serie animata si conferma piuttosto interessante.
Vi ricordate le polemiche per la Pinguina versione femminile della prima stagione? (trovata semplicemente ridicola), bene, qui abbiamo Hattie, la cappellaia matta, una sorta di giornalista scandalistica che seguirà il crociato incappucciato con la volontà di demolirlo, ma se vi turba questo cambio di genere, seguite la serie, capirete che a differenza della Pinguina è ininfluente ai fini della trama.
“Caped Crusader” riprende il tono del Batman delle origini, quello ispirato agli eroi Pulp degli anni ’30, quello a sua volta armato di pistola che non si faceva problemi a sparare ai criminali. Per questo il suo compare non lo chiama Alfred ma Pennyworth, come un collaboratore più che un mentore, anche per questo per stendere la versione locale di Solomon Grundy, lo colpisce a ripetizione con la Bat-mobile, in una scena lunghissima che sembra un’esecuzione, forse lo è.

Anche Edward Nygma qui risulta più un gangster che il solito snocciolatore di indovinelli, se anche questa modifica vi turba, guardatevi la serie, vedrete l’esordio di una ottima Posion Ivy, se pensate che fiori e fiorai non siano minacciosi, cambierete idea.
Certo, ci sono puntate riempitivo e alcune ottime scritte da Greg Rucka e una ottima del grande J.M DeMatteis, potrà sembrare un episodio minore quello con la piccola aspirante vigilante Carrie Kelley (dai, la citazione è facile…), che ad una prima occhiata sembra la puntata dedicata ai ragazzini, ma vi ricordo che Bruce, traumatizzato in un vicolo dopo un lutto, mentalmente è fermo a quel momento, quindi può aprirsi solo con qualcuno di quella età.

Può mancare il Joker? Mai, lentamente introdotto, un morto in ogni puntata, visivamente simile all’ispirazione originale per il personaggio, “L’uomo che ride” (1928), insomma, non è Batman – La serie animata, ha le sue belle differenze, e se Timm lavora e la mia nemesi non intercede, io questa serie potrei continuare a seguirla, se riuscissero a fare qualcosa per le ombreggiature, migliorando l’uso dei colori, la serie ne gioverebbe di molto. Licenziate GIEI GIEI e prendete più tecnici specializzati!
X-Men ‘97
Stagione: 2
Dove la trovate: Disney+
Sapete cosa sono mancate alla seconda stagione di X-Men ’97? Le polemiche, nessuna discussione, nessuna lamentale, nessun piagnisteo per le curve di Rogue, sapete cosa vuol dire? Che se ogni tanto lasciassimo lavorare gli artisti, invece di piangere surfando sulle onde della malinconia più becera, sarebbe anche meglio, la prima stagione del ritorno degli Uomini-Pareggio e della loro serie animata, ha convinto così tanto che finalmente le chiacchiere stanno a zero.
Ed ora, rieccoci qua, niente più “eh, ma non è come quella degli anni ’90”, niente “hanno cambiato questo personaggio”, niente “la sigla non mi dà le stesse sensazioni perché nel 1994 io avevo nove anni e adesso ho quarant’anni, due mutui e un principio di ernia”. Gli X-Men sono tornati, hanno preso quella vecchia serie animata che ricordavamo con gli occhi lucidi, l’hanno rimessa in moto e ci hanno dimostrato una cosa abbastanza semplice: la nostalgia è una spezia, non può essere il piatto.
La stagione due, quindi, aveva un problema grosso come il cranio di un Celestiale (occhiolino-occhiolino): doveva dimostrare di non essere stata soltanto una botta di culo, infatti arriva Apocalisse. Quello vero. Non il tizio blu con la faccia da “ho chiesto un villain degli anni ’90 e mi avete consegnato un action figure gonfiabile”, ma En Sabah Nur, il primo mutante, quello che quando entra in scena non sembra arrivato per fare due chiacchiere davanti alla macchinetta del caffè, citofonare Magneto per conferma, in particolare in un episodio intensissimo.

La seconda stagione riparte esattamente da dove eravamo rimasti, con i nostri Uomini-Pareggio sparpagliati tra passato e futuro, e questa trovata permette alla serie di fare una cosa che gli X-Men sanno fare benissimo quando sono scritti bene: prendere la storia dei mutanti e trasformarla in una gigantesca partita a scacchi giocata contemporaneamente su più tavoli.
L’inizio funziona alla grande, il passato, il futuro, Apocalisse, gli X-Men divisi, le diverse squadre, le conseguenze di quello che abbiamo visto nella prima stagione: la serie comincia a macinare roba con quella sicurezza che ti fa pensare “ok, questi hanno di nuovo capito tutto”. I fatti abbiamo i governativi di X-Factor e gli irregolari, che fanno il lavoro sporco della X-Force di Cable, tra le cui fila viene arruolata la tostissima Jubilee, che da spettacolo prima sulle note di Volcano Girls delle Veruca Salt e poi insegna a volare a quel palo in culo di Havoc.
I primi episodi sono una goduria, la citazione a “Marvels” avrebbe potuto farmi piangere se non fossi un T-800, la serie continua a giocare con la propria sigla, con la messa in scena, con le aspettative dello spettatore e soprattutto con quella meravigliosa sensazione da fumetto che, francamente, è una delle cose che più mi mancavano nei prodotti Marvel. Mettiamoci poi una puntata su Wolverine e i suoi, che cita apertamente Predator e Aliens, no ma sul serio, di che stiamo parlando? Anzi, passate a trovare Lucius per tutti i dettagli!

Perché “X-Men ’97” ha capito una cosa che Hollywood sembra aver dimenticato mentre era impegnata a contare i multiversi: un fumetto non deve per forza essere realistico per essere adulto. Può essere enorme, melodrammatico, assurdo, può avere un tizio egiziano vissuto per millenni che vuole selezionare i mutanti più forti mentre un adolescente telepatico piange per amore e un canadese basso e peloso prende a pugni qualcosa, cercando di recuperare l’adamantio, l’importante è crederci, e “X-Men ’97” ci crede. Anni di storie a fumetti, tra il ciclo degli anni ’90 e X-Corp di Grant Morrison, aiutano.
Poi però succede una cosa strana: la stagione comincia a correre. Non correre tipo Quicksilver. Correre proprio come me quando mi accorgo che sono le 3:47, domani lavoro e devo ancora lavarmi i denti. Alcune idee che qui dentro ci starebbero comodamente per una stagione intera vengono introdotte, sviluppate e archiviate nel giro di mezz’ora. Arrivano personaggi, minacce, nuove situazioni, alleanze, squadre e roba che nei fumetti avrebbe avuto abbastanza spazio per occupare tre albi, una saga e probabilmente una variant cover con Wolverine che guarda verso sinistra e snuda gli artigli.

Qui invece sembra quasi di assistere a una riunione di sceneggiatori con il cronometro in mano: “Ciao, sono questa cosa importantissima”. “Piacere”. “Bene, problema risolto”. “Ok”. “Sigla”. Ed è un peccato, perché quando “X-Men ’97” rallenta e lascia respirare i personaggi, torna ad essere quella bestia rara che avevamo conosciuto nella prima stagione, ma è anche molto bella proprio perché densa, non stiracchia un’idea, perché sa di averne tante.
Prendete quella meraviglia di Polaris, la figlia di Magneto arriva a prendersi uno spazio che non sembra semplicemente quello della “figlia di”, ma quello di un personaggio con un conflitto proprio, una ferita propria e soprattutto una voglia di riscatto che funziona perché non viene servita con il cucchiaino. Oppure Xavier che predica bene ma ha comunque i mirini puntati addosso, come i grandi leader, quello che fanno la storia.
Perché il bello degli X-Men è proprio questo, nessuno ha completamente ragione, Magneto non è semplicemente il cattivo, Xavier non è semplicemente il buono, Ciclope non è semplicemente il tizio che spara raggi dagli occhi e Apocalisse non è semplicemente un grosso egiziano incazzato che ha trovato un modo molto elaborato per dire “la vita è una giungla”, questa roba funziona quando la serie lascia che i personaggi siano contraddittori.

Il “buon” En Sabah Nur, da questo punto di vista, riceve finalmente un trattamento degno del suo nome, Apocalisse non è soltanto il boss finale da menare tutti insieme perché altrimenti il videogioco non finisce, ma è una filosofia ambulante, la versione mutante di quella vocina che ti dice che, se sei abbastanza forte, hai automaticamente ragione.
In questa stagione c’è tantissimo da “mangiare”, arrivano nuove squadre, nuovi mutanti, nuovi personaggi, vecchie conoscenze e cameo a profusione (tipo Doop, ho esultato!). X-Force, X-Factor, facce note, facce meno note, roba che per chi conosce i fumetti è praticamente una gita scolastica dentro la propria libreria.
Non perché sia fondamentale alla trama, ma perché “X-Men ’97” ha ancora quella voglia di divertirsi con il materiale originale. Deadpool, Doc Ock e compagnia cantante diventano il modo della serie per ricordarti che, sotto tutto il dramma, le tragedie, i viaggi temporali e i traumi familiari, questi sono ancora cartoni animati di supereroi.
Menzione speciale per Nightcrawler, Kurt, il nostro demonietto blu preferito (senza fronte, ha l’ombra costante tra ciuffo e occhi), che anche stavolta dimostra di essere uno dei personaggi migliori della baracca, sia quando deve menare le mani sia quando deve aprire bocca. Anzi, soprattutto quando apre bocca, perché gli X-Men continuano ad avere una qualità che molti prodotti supereroistici moderni sembrano aver perso per strada: sanno parlare di qualcosa senza trasformare ogni discorso in un cartello luminoso con scritto “ATTENZIONE, QUESTO È IL MESSAGGIO”, e se lo fanno, lo fanno almeno bene.

La metafora mutante continua a funzionare. La paura del diverso continua a funzionare, l’odio continua a funzionare, guardando quello che succede nel mondo reale, la parte inquietante è che non dobbiamo nemmeno fare troppa fatica per capire perché. La seconda stagione non deve più convincerti che “X-Men ’97” è una buona idea, quello ormai lo sappiamo, non deve nemmeno convincerti che gli X-Men funzionano ancora, perché, dopo la prima stagione, sarebbe come spiegare a Wolverine che i peli fanno parte del suo look.
Il problema della seconda stagione è che deve essere all’altezza della prima, lo è? La risposta può essere solo una: sì! E mentre Hollywood si prepara a rimettere gli X-Men sul grande schermo, con tutto il carrozzone di aspettative, casting, MCU, multiversi e altre parole che fanno venire l’orticaria, io ho una sola domanda: Ma siamo sicuri che quelli messi peggio non siano loro? Perché questi Uomini-Pareggio hanno già fatto vedere come si fa?


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