
Guardo un sacco di serie TV, oppure sono loro che guardano me dallo schermo, mentre mi canticchio un pezzo del Boss e passo da un canale o meglio, da una piattaforma di streaming all’altra, il risultato è il post di oggi!
The Boys
Stagione: 5
Dove la trovate: Prime Video
The Boys era la risposta di Garth Ennis allo strapotere, nell’industria americana dei fumetti, delle super tutine. Lo scrittore di Holywood (occhio al numero di L) non ha mai nascosto il suo immedesimarsi con Billy il macellaio o che tra le sue ispirazioni ci fosse Marshal Law, tanto che Patriota arriva in tutto e per tutto da quel gran fumetto. La serie ha provato una via che apprezzo sempre, quella dell’adattamento, ma ha mancato il bersaglio di chilometri, tanto che ancora in troppi pensano che il protagonista fosse Patriota, inoltre la Wing-woman, mi ha fatto notare che per lo meno, in questa stagione finale, i Boys si vedono, sono stati fantasmi per intere stagioni.
La miglior serie di sempre per scrittura? Mai nella vita, i problemi ci sono sempre stati, al massimo si sono enfatizzati per questa stagione finale, che conclude una serie largamente sopravvalutata, lo sostengo da sempre, non salgo sul carro di nessuno perché non ci sono vincitori. Soprattutto quando una serie che punta molto sulla satira, viene superata a destra dalla realtà, che le fa pure il dito meglio, un esempio? Guardavo Homelander ricevere la corona di spine da “Gesù” nella serie ho pensavo: «Ma Trump ha fatto di peggio, lui si è ritratto come Messia che cura i malati.»

Quindi se la satira dell’ultima stagione di “The Boys” è fresca come il giornale di ieri, la trama se possibile, risulta anche più stantia, con personaggi che cambiano direzione così, a sbuffo. Gli esempi si sprecano ed occhio agli SPOILER: Soldatino che giura e spergiura a Patriota che merita solo di morire per quello che ha fatto e poi… Tieni, il siringone di V1 che ti renderà immortale o ancora, Frenchie che replica la stanza-trappola di Soldatino, viene colpito dalle radiazioni insieme a Patriota, solo che il secondo esce fischiettando come nulla fosse e svolazza via, il primo ci resta e qui mi fermo, perché gli esempi sono davvero tanti.
I creatori della serie dovrebbero baciare il pavimento dove cammina Garth Ennis (andata e ritorno) perché pur avendo, coraggiosamente e ribadisco, giustamente provato a prendere le distanze dal fumetto, non sono stati in grado di gestire una sola delle modifiche ha hanno apportato alla storia. Le uniche ancora applicabili ai loro personaggi ormai finiti in altri territori narrativi, sono quelle che guarda caso, hanno salvato un finale che non è bello, ma risulta almeno (abbastanza giusto): la resa dei conti alla Casa Bianca e l’altra, che in teoria doveva essere ancora più importante, tra Billy Butcher e Hughie, tirata per i capelli ok, perché la vendetta per la moglie Becca è spesso passata in secondo piano, insieme all’impiego criminale di Ryan, altro personaggio che entra ed esce dalla storia inspiegabilmente.

Il finale? Il Tarallucciatore in azione, come diciamo qui alla Bara, quando un finale si conclude a tarallucci e vino, con la Vought impunita per un prodotto, la serie tv “The Boys” nata incendiario e morto pompiere: doveva essere la serie che sputava in faccia all’ossessione imperante per i super pigiami, è quella che ha generato inutili spin-off (e altri due sono già stati annunciati), perché questa serie è ufficialmente prodotta da Amazon, ma se grattate via sotto, potreste trovare il logo della Vought America. Visto che molti di voi pensavano che Homelander fosse il personaggio principale, ha senso che il “sistema” abbia vinto no?
Invincible
Stagione: 4
Dove la trovate: Prime Video
Vogliamo parlare di serie di Super eroi davvero belle che trovate su Prime Video e per altro, anche piene di Super che si ammazzano malamente, scopano e spargono secchiate di sangue mentre strappano arti umani? Io mi chiedo perché si perde tanta di quel tempo dietro a “The Boys”, quando abbiamo Invincible.
Si è vero, i disegni non sono il massimo della vita, non in un mondo dove serie Anime sono opere d’arte, ma la trama è brillante, la serie è un ottimo adattamento del fumetto originale che ha un solo difetto: Robert Kirman ama le trame lunghe, se non lunghissime. Gli archi narrativi dei suoi personaggi coprono uno spazio molto lungo, quindi l’andamento di “Invincible” (fumetto) e lo stesso di “The Walking Dead” (fumetto), momenti in cui va tutto bene ai personaggi e poi, un colpo di scena grosso, dove qualcuno resta a terra morto ammazzato male, per questo, anche la serie che segue lo stesso andamento, ha momenti in cui quello che succede è la routine dei personaggi, ma pensateci, anche nella vita si passano tanti momenti di normale calma in cui non sembra accadere nulla di speciale, di solito sono i momenti che dopo uno ricorda come felici.

Detto questo, nella quarta stagione di “Invincible” tornano vecchi imbattibili nemici (altra abitudine di Kirkman, quella di innamorarsi dei suoi riusciti cattivi), per verificare lo stato di evoluzione dei suoi personaggi, il tutto mentre Mark, suo padre e suo fratello e le loro dinamiche crescono, spesso insieme a loro e per essere una stagione dove «Non succede nienteeeeeee!» abbiamo la svolta chiave per tutta la civiltà dei Vitrumiti e ve lo dico? Il meglio, le evoluzioni dei personaggi davvero interessanti o i momenti drammatici e iconici, in questa serie, devono ancora arrivare, ma voi perdete tempo a guardare “The Boys” e non mi ascoltate.
Scrubs
Stagione: 10 (se non ho perso i conti)
Dove la trovate: Disney+
Ci sono due cose davvero inevitabili nella vita, andare dal medico e il revival: Poteva Scrubs uscire immune? Mai nella vita, troppo (giustamente) amata, troppo dedicata ai Millenials, insomma ho atteso a lungo questi nove episodi e devo dire che il ritmo è quello giusto, il numero di battute al secondo è bello alto, ma anche i momenti emozionanti, problema: ci vedo tanto mestiere e un po’ troppa furbizia.
Lati positivi? “Scrubs” aveva già provato ad affiancare nuovi e giovani medici alle vecchie glorie, in quella stagione di cui NON si parla e di cui NON parleremo nemmeno qui, va detto che rispetto alle “Mary Sue” della stagione innominabile, le nuove giovani leve sono più curate, per lo meno ricordo le loro caratteristiche, dal belloccio narcisista alla Dottoressa TikTok, anche se sono certo che da soli, non potrebbero reggere una serie senza i nostri personaggi.

Eppure, penso che la trovata di far divorziare JD ed Elliot all’inizio di questa stagione revival sia una mossa davvero pigra, per rimettere in scena il loro tira e molla che conosciamo bene, ci è familiare e quindi… Malinconico. Quando sarebbe stato ben più interessante vederli interagire come colleghi e marito e moglie, anche con tutti i problemi del caso.
Inoltre, perdere Cox così, dopo il primo episodio uhm… Ma poi come? Con JD che lo sostituisce senza vere difficoltà. Ritroviamo il protagonista girare per i corridoi del Sacro Cuore, dispensando buoni consigli e facendo il cazzone con Turk, solo che ad un certo punto gli dicono: «Tieni questo faldone, si chiama Budget dell’ospedale» e in un attimo, il nostro sa come fare il primario, un cambio di ruolo, che non prevede una vera cresciuta per il personaggio, che prima era giovane, ora è un …enne che fa il giovane, che ricorda i bei tempi quindi… Malinconico. Capite dove voglio andare a parare? Dovreste saperlo che la malinconia la odio.
La frase alla fine della prima puntata: «Mai stato un capo, non posso farcela la solo» mi ha fatto ben sperare perché la serie puntasse ad una vera crescita, invece niente. Ci vogliono otto episodi perché uno sceneggiatore si ricordi di mettere in bocca JD la spiegazione del perché indossa ancora il camice da apprendista, per sette puntate sembra solo la volontà di non turbare il pubblico, per una serie che risultata datata, datata in senso positivo perché molte battute abbracciano ancora quell’umorismo non-sense che la Gen Z non capisce, però ammettiamolo, è dall’intervista promozionale dove il vero Max Pezzali spiegava al finto Max Pezzali cosa era una cassetta, che la diga si è aperta, ci sono serie per Millenials, questa è una di quelle, basta esserne consapevoli. Per un secondo parere medico, rivolgetevi pure alla Dottoressa Lisa.
The Testaments
Stagione: 1
Dove la trovate: Disney+
In principio fu “Il racconto dell’ancella” romanzo distopico, bellissimo, scritto da Margaret Atwood nel 1985, sul serio, fantastico, da leggere, oppure da gustare il suo ottimo adattamento, la prima stagione della popolare e premiata serie The Handmaid’s tale, da poco terminata, ma non senza qualche pressione sulla stessa Atwood.
Nel 2019 infatti è uscito “I testamenti”, libro seguito di quello del 1985 che è chiaro, Atwood non aveva minimamente voglia di scrivere. Si vede dal fatto che è una costola del romanzo originale, un compendio che espande il mondo utopico descritto e che dopo un’intera serie tv, che ha spremuto il limone della storia fin troppo a lungo, non aveva molto da dire.

Si può fare una bella serie da un libro così poco ispirato? Avete già capito la risposta. Come “I testamenti” anche “The Testaments” espande il mondo delle Ancelle, delle Ziee e introduce una ragazza perla, in una casata di Ancelle viola, che aspirano al grado di verdi. Ok, ma sembra la versione per adolescenti (e con adolescenti) della celebre serie, che nei suoi momenti peggiori la tirava a lungo, in quelli migliori metteva l’ansia, continuativa, logorante, per non dire che faceva incazzare, come ogni essere umano degno di questo grado dovrebbe fare davanti alle sofferenze patite da June e compagne.
Non dico che sia una serie con poco da dire, o poco curata, quello no, semplicemente non ha lo stesso fuoco, la stessa logorante voglia di arrivare al pubblico, sembra solo un altro modo per spremere il limone di una serie diventata giustamente celebre, insomma è il degno adattamento dello svogliato romanzo da cui è tratta.
Due spicci
Stagione: unica (miniserie)
Dove la trovate: Netflix
Per anni Zerocalcare ci ha raccontato una generazione che cercava di sopravvivere, ansie, precarietà, amicizie tenute insieme con lo sputo e la buona volontà, sensi di colpa grossi come i palazzi di Rebbibia e la costante sensazione che gli adulti fossero tutti gli altri. Il problema è che nel frattempo siamo diventati noi gli adulti, e nessuno ci ha avvisato.
“Due spicci” è probabilmente il lavoro più malinconico di Zerocalcare,non perché manchino le battute, anzi, si ride parecchio, come quando incontri un vecchio amico e per dieci minuti vi sentite ancora quindicenni, salvo poi ricordarvi che uno ha due figli, l’altro un lavoro che odia e tu hai appena fatto un confronto prezzi tra tre marche diverse di detersivo.

La grande intuizione della serie è raccontare il momento in cui la compagnia non basta più a risolvere tutto, perché da ragazzini bastava ritrovarsi sotto casa e il mondo sembrava affrontabile. Adesso invece ci sono problemi che nessuno può caricarsi sulle spalle al posto tuo, il più classico e sincero dei “Dobbiamo vederci al più presto” vuol dire che nel mezzo, passano sei mesi. Gli amici restano fondamentali, ma non sono più il passaggio segreto dietro la cascata che conduce al tesoro, giusto perché Zero cita i Goonies, lo faccio anche io.
Eppure è proprio qui che la serie colpisce più forte, perché non racconta una sconfitta. Racconta una presa di coscienza. Quella fastidiosa fase della vita in cui capisci che non diventerai necessariamente la versione ideale di te stesso che immaginavi a diciassette anni, e che va bene così, forse.
L’animazione continua a funzionare alla grande, per altro più variegata anche grazie all’uso di stop motion o altre tecniche in piccoli inserti, i tempi comici sono quelli che conosciamo e i personaggi sembrano amici che non vedevamo da un po’, ma che riconosceremmo dopo cinque secondi anche in mezzo al traffico dell’ora di punta. Dico solo che Secco, che torna sulla note del pezzo di Drive, potrebbe essere la più grande entrata in scena che vedrete nel 2026, storia vera.

La sensazione finale è quella di aver assistito a un racconto che parla di una generazione senza trasformarla in un monumento. Niente nostalgia malsana del “Si stava meglio quando si stava peggio”, nessuna celebrazione del passato, solo la consapevolezza che il tempo passa per tutti, pure per quelli che pensavano di poterlo fregare con una felpa, qualche fumetto e una pizza mangiata sui gradini.
Forse è per questo che “Due spicci” funziona così bene, perché non parla della fine dell’avventura. Parla di quello che succede dopo, quando il tesoro (più o meno) l’hai trovato, il mostro l’hai sconfitto, i titoli di coda sono finiti e non ti resta che beh, prenderti un cane.

Anche se ora che Zerocalcare si è giocato la sottotrama criminale e una svolta, che io ho chiamato alla “John Wick” non so più dove potrà spingersi, di sicuro ha sfornata un’altra miniserie bellissima, che parla più a chi è consapevole di avere quarant’anni che a chi lo nega, mannagia a te quanto sei bravo Miché!


Creato con orrore 💀 da contentI Marketing