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A Beautiful Day – You were never really here (2018): Il film preferito di Thor (e Miley Cyrus)

Certe volte vorrei essere nato schifosamente
ricco, voi direte: “Beh, facile, non lo vorrebbero tutti?”. Certo, ma a volte
vorrei essere così ricco da poter possedere una flotta di sottomarini privata
da fare invidia pure a James Cameron ed utilizzarne uno per miniaturizzarlo
con un macchinario fantascientifico, ovviamente finanziato da me (tanto
sono ricco, cazzo mene) ed usarlo per viaggiare tra le sinapsi dei titolisti di
uno strambo Paese a forma di scarpa.

Sono piuttosto certo che con il mio sottomarino (giallo, per
far felici i fan dei Beatles) avrei una possibilità di capire qualche assurdo
processo mentale porti a “tradurre” (virgolette obbligatorie) un film
intitolato “You were never really here”, tratto dal racconto il racconto
originale dello scrittore Jonathan Ames, che qui da noi è disponibile con il
titolo “Non sei mai stato qui”, con l’assurdo titolo, per di più
nemmeno in italiano “A Beautiful Day – You were never really here”.

Ora, ho visto il film in lingua originale, un po’ perché
essendo così basato sulla prova di recitazione del protagonista non ha senso
vederlo doppiato, anche perché sarei qui per vedere quanto è bravo Joaquin
Phoenix, non il suo doppiatore. Per questo non so dirvi come sia stata adattata
la frase finale del film, ma presumo per lo meno, non in Inglese, mi auguro che
nella versione italiana qualcuno non se ne esca pronunciando le parole «A
beautiful day», ma mi aspetto di tutto, perché parliamoci chiaro e ve lo dico
NON è uno spoiler sulla trama, prendere questo film ed intitolarlo “A Beautiful
Day bla bla bla” è un po’ come prendere “Via col vento” e farlo uscire con il
titolo di “Francamente me ne infischio”, anzi ancora peggio! Farlo uscire come:
Frankly, my dear, I don’t give a damn – Via col vento.

“Mamma secondo te dovrei prenderli a martellate?” , “Che ti frega guardati il film in originale”.

A ben pensarci, forse non mi servirebbe un sottomarino
miniaturizzato per affrontare un “Viaggio allucinante” alla ricerca di un senso
a tali misteri, forse sarebbe meglio un più economico martello per risolvere la
situazione, come fa Gioacchino Fenice nel film, quindi dopo questa doverosa
premessa, parliamo davvero del film, che per provocazione chiamerà da qui in
poi, “Non sei mai stato qui”, tiè alla facciazza vostra!

Il protagonista è un signor nessuno ordinario fin dal nome,
Joe, di lui sappiamo che sul corpo porta vistose cicatrici che sono niente a
confronto di quelle che ha nel cervello e nell’anima. Il nostro Joe è un reduce
di guerra, non viene detto chiaramente, ma è chiaro (e su questo, tenetemi l’icona
aperta che ripasso) ha una vecchia madre un po’ rincoglionita di cui si prende
cura e per campare raddrizza torti a colpi di martello, un sicario, ma non una
roba di classe, facciamo pure del tipo più rozzo ma efficace possibile.

Stop! Hammer time.

L’unico essere umano che rappresenta il tramite tra Joe e il
resto della società è il tizio che gli procura gli incarichi che ha la faccia
di John Doman, quindi quando l’unico umano quasi accettabile che conosci è il
Rawls di “The Wire”, tanti auguri amico mio. L’incarico è lineare: concentrare
le sue attenzioni di una banda di bastardi, del tipo a cui piacciono un po’
troppo le bambine, ovviamente la trama si complica, di mezzo compare il Senatore
Votto (Alex Manette) e sua figlia Nina (Ekaterina Samsonov) potete immaginare
come continui e visto che ho detto senatore, avete presente l’icona lasciata
aperta lassù? Ecco, non toccatela, ma tenetela a mente, la prossima volta giuro
che la chiuderò.

“Anche perché se non lo farai Cassidy, ti manderò il mio amico armato di martello”.

Come vi piace la bistecca? No, non mi hanno miniaturizzato un
sottomarino nel cervello, come vi piace la bistecca? Al sangue, ben cotta, servita
con le patate, alta tre dita alla Tex Willer? Ditemi voi, siete tra quelli che
quando si siedono a tavola vogliono mangiare oppure vi mettere ad analizzare l’impiattamento
e tutte quelle altre cose che sembrano fondamentali nei programmi sui cuochi
alla tv?

“Non sei mai stato qui” è la promessa di una
mangiata di carnazza che si traduce in una bistecca cotta alla perfezione, un’opera
d’arte che persino la mucca se non fosse finita nel piatto applaudirebbe sbattendo
uno contro l’altro gli zoccoli per il risultato finale, ma forse potrebbe
essere troppo raffinato per chi si aspettava di uscire con la panza piena e di potersi
pulire la bocca usando la tovaglia a quadrettoni disposta sul tavolo. Oh, fatemi
uscire da queste metafora che mi sta pure venendo fame!

Lui mi sa che è uno da bistecca al sangue.

La regista e sceneggiatrice Lynne Ramsay è un vero talento,
una manciata di film negli ultimi vent’anni e la notorietà raggiunta con quel
discreto calcio alla bocca dello stomaco intitolato “…e ora parliamo di Kevin”
(2011). Dal punto di vista della messa in scena, anche il suo nuovo film è davvero
una gioia per gli occhi, per chi ama soffermarsi sul lato più tecnico del
cinema.

Il passato di Joe e tutto l’orrore a cui ha dovuto
assistere fin da bambino emerge non in maniera didascalica, Lynne Ramsay ci
racconta tutti i traumi del personaggio attraverso piccoli flash che si fanno
sempre più insistenti man mano che la vicenda va in merda e il cervello di Joe
in pezzi, il montaggio sonoro, ad esempio, è impeccabile e una menzione speciale
la merita Jonny Greenwood, passato dai Radiohead al cinema, ormai oltre ad aver
già lavorato con la Ramsay nel suo film precedente, è diventato il compositore
di fiducia di Pitì Anderson. La capacità
di Greenwood di comporre pezzi che salgono di intensità facendo lievitare la
tensione è micidiale, da questo punto di vista sono molto felice di sapere che
le musiche del remake di Suspiria,
sono state affidate a lui.
Lynne Ramsay pare attratta dai personaggi fondamentalmente
buoni che perdono la loro innocenza per fattori esterni, se la madre di Kevin
nel film precedente doveva fare i conti con la mostruosità del figlio, Joe è
ancora un passo successivo nel modo di raccontare questa tipologia di
personaggi, un uomo che ha visto e fatto cose orrende per sopravvivere e per
certi versi lo fa ancora, visto che di mestiere fa il sicario e secca la gente
per soldi, eppure pare un personaggio che in qualche modo ha trovato una suo
equilibrio, infatti dedica le sue amorevoli martellate solo a loschi figuri che
se le meritano tutte.

“Tu non è che per caso ti chiami Mathilda, vero?”.

Bisogna dire, però, che “Non sei mai stato qui” è un
film di 95 minuti, anche meno se escludiamo i titoli di coda, che per quello
che ha da dire, potrebbe durarne tranquillamente 40 e questo dovrebbe farvi
intuire sia il ritmo che l’aria che tira, anzi per spiegarmi al meglio (o per
lo meno per provarci) fatemi chiudere quella ormai famigerata icona lassù.

Joe è un sociopatico, in una scena, viaggia in auto di notte
guidando tra i Taxi della città, non fa un monologo che parla della pioggia che
arriverà a spazzare le strade di questa maledetta città, ma è chiaro che il
modello oltre al noir mimeticamente Chandleriano, è chiaramente “Taxi Driver” (1976)
di Martin Scorsese, non manca nemmeno la scena in cui il protagonista va
davanti alla sede principale del senatore, non gli fa il gesto della pistola
con il dito e scordatemi il monologo davanti allo specchio, ma la distanza tra
Joe e Travis Bickle è davvero breve.
La differenza è nella messa in scena, non che quella della
Ramsay sia meno curata nei dettagli rispetto a Scorsese, ma è l’approccio a
cambiare: entrambi i film sono costruiti su un attore protagonista in forma
magnifica che calamita l’attenzione ed entrambi procedono piano piano
srotolando la matassa della psiche dei due personaggi, però Scorsese, ad un certo
punto, concede al pubblico (e al suo personaggio) uno scontro finale che
risulta rapido, ma drammatico, un’esplosione di violenza quasi esagerata che
Scorsese sottolinea con quella carrellata (dall’alto) all’indietro a mostrarci
tutto il sangue, la violenza e i morti ammazzati lasciati a terra.

Ed è qui che bisogna tenere Miley Cyrus, per evitare situazioni imbarazzanti.

La Ramsay, invece, procede al contrario. smonta con il
cacciavite quasi tutti i momenti cardine, ogni volta che potrebbe esplodere il
film pare non farlo mai, il che normalmente sarebbe un problema, invece non lo
è perché costringe Joe a fare un lavoro interiore su sé stesso, la mano tesa al
tizio che muore nella cucina di casa sua, non è un gesto di pietà, è l’elaborazione
del SUO lutto appena subito.

La scena chiave della differenza di approccio è l’irruzione
di Joe che poteva essere un piano sequenza violentissimo in un tripudio di
martelli che trasformano le pareti in quadri di Jackson Pollock, invece… Invece
ciccia! Perché Lynne Ramsay riprende tutto volutamente dalle telecamere a
circuito chiuso in bianco e nero, una scelta all’insegna della abbassare i
toni, perché alla Ramsay non interessano le martellate in sé, eppure ci
colpisce in faccia lo stesso. Quando uno dei, diciamo, clienti per non dire
pezzi di merda (ooops!), un vecchio bastardo esce da una delle stanze, dopo
essersi beccato una martellata da Joe, la vera mazzata è vedere dalla stessa
stanza uscire anche una bambina, a differenza di Scorsese la Ramsay non mostra
nulla, ma l’idea di quello che stava accadendo in quella stanza, prima che Joe
l’esperto di bricolage arrivasse, è violento come la regia di Scorsese.

“Non sono violento, sono solo un pochino introverso”.

Alla fine il problema di “Non sei mai stato qui”,
se di problema si tratta, è questo: poteva essere un violento film d’azione,
invece è un film comunque violento quasi senza azione, se vi aspettavate un
altro vendicatore armato di martello come in The Equalizer, ecco magari anche no, ma grazie alle sfumature da
thriller quasi horror che ti incollano lo scherzo e di una trama talmente ben
diretta che non ha nemmeno quasi bisogno dei dialoghi per raccontare tutto
(tanto di cappello alla Ramsay), beh, magari questo pasto potrebbe fare al caso
vostro, oppure no, ma non dite che non vi ho preparati che se dovesse andare
male come Blogger, potrei sempre riciclarmi Maître di sala.

Menzione speciale per un enorme, gigantesco Gioacchino
Fenice che è una specie di enorme magnete per l’attenzione, il suo Joe è un
golem di cicatrici, ingrassato su di un fisico un tempo muscoloso che è allo stesso
tempo vittima e giustiziere. Gli unici momenti in cui non risulta fisicamente
minaccioso è quando gioca con le caramelle gommose, eppure pure lì sembra che
stia facendo la cosa più importante del mondo mentre lo fa, un film che frustra
così tanto i colpi di scena e le aspettative del pubblico, deve per forza darti
indietro qualcosa, quel qualcosa è sicuramente la cura per i dettagli di Lynne
Ramsay e anche la prova magnifica Joaquin Phoenix, premiato a Cannes, da una
giuria probabilmente terrorizzata dalla sua prova.

“Buongiorno, ho sentito che volermi dare un premio, veeeeeero che volete darmi un premio?”.
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