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A better tomorrow (1986): i veri colori di un eroe

Ci sono titoli speciali, che trovano un modo per farsi
strada nella storia del cinema e nei cuori del pubblico, momenti chiave in cui
tutto svolta, in favore di un domani migliore, benvenuti al nuovo capitolo
della rubrica… Who’s Better, Woo’s Best!

Con un’infilata di titoli come regista alle spalle, John Woo
è ad un passo dal mollare tutto, l’industria cinematografica lo ha deluso e
incastrato tra troppe commedie. Solo in un paio di film che abbiamo trattato,
il regista nato Wu Yu-sen ha potuto (quasi) esprimere la sua idea di cinema, con
i piedi ben saldi nella tradizione orientale ma lo sguardo rivolto ad
occidente, un uomo nato sul continente ma Hongkonghese di adozione e a ben
guardare, anche nello spirito, visto che il porto dei fiori è stato per una generazione,
forse una generazione e mezza, l’ideale ponte tra il cinema orientale e quello
occidentale e non solo, ma non così, non a queste condizioni, non lavorando su commissione
in questo modo.

Quando un produttore pesca un regista pronto a mollare, uno
che non ha nulla da perdere, il più delle volte è la formula per il disastro,
per filmacci fatti a tirar via oppure, l’esplosivo ammonticchiato vicino al
fuoco della rivoluzione, in questo caso? Barrate l’opzione “B”, perché il 1986 aveva
qualcosa di speciale nell’aria, saranno state le radiazioni di Chernobyl,
oppure un’irripetibile condizione favorevole alla creatività. Negli Stati
Uniti i fumetti di super eroi
diventavano grandi perdendo la verginità,
mentre laggiù ad Hong Kong, John Woo e Tsui Hark erano pronti a fare la storia.

John Woo spiega come eseguire la posa degli eroi della Bara al suo attore feticcio.

Infatti è proprio il regista e produttore Tsui Hark a
sottoporre all’amico e compare John Woo l’idea matta, quella che solo un
regista pronto a mollare tutto potrebbe accettare, ovvero rifare un classico
del noir hongkonghese, diretto nel 1967 da Patrick Lung Kong, noto sui mercati
anglofoni come “Story of a discharged prisoner” e in patria con il titolo
originale che suona più o meno come “True colors of a hero”. La proposta di
Tsui Hark è quella di declinare al femminile tutti i personaggi (visto? Non è
solo una moda contemporanea), John Woo accetta e poi cosa fa? Quello che vuole:
mantiene i protagonisti maschili, riempie il film di temi a lui molto cari e
del film di Patrick Lung Kong mantiene solo lo spunto di partenza e il titolo,
anche quello stravolto ancora una volta per i mercati esteri, un’invenzione
nemmeno così aderente alla trama ma a suo modo brillante. Nella mia testa non
riesco proprio a non pensare a Tsui Hark e John Woo fare un patto fraterno,
cinema migliore, quello che sognavano di fare, per un domani migliore.

In nome di quel domani, Woo ci mette la faccia nel suo film (letteralmente)

La trama, che ruota intorno a tre personaggi chiave, ha
bisogno degli attori giusti, John Woo sceglie di trasformare i suoi (anti)eroi
in criminali perché in quel momento, ad Hong Kong, gli unici che secondo lui
vivevano ancora secondo un codice cavalleresco antico (tema a Woo molto caro) erano proprio i
gangster, anche se è chiaro che il genietto di Hong Kong avesse negli occhi e
nel cuore tanto cinema occidentali. Infatti “A Better Tomorrow” è la risposta
di Woo all’industria cinematografica che fino a quel momento gli aveva solo
tarpato le ali, un gioiello con tanto Scorsese e Melville nel cuore, sempre a cavallo tra oriente e occidente.

Per il ruolo del criminale Tse-Ho Sung viene scelto l’attore
Ti Lung, per lui, già stella dei film del Maestro di Woo ovvero Chang Cheh (penso a titoli
come La mano sinistra della violenza), “A better tomorrow” avrebbe dovuto rappresentare il grande ritorno, quello di
cui non aveva bisogno Leslie Cheung, allora popolarissimo, che qui veste i
panni del fratellino poliziotto Tse-Kit Sung.

«Fermi, non dovrei averne un paio di quelle automatiche anche io? Altrimenti come ci divertiamo?»

Sapete per chi è stato un vero trampolino di lancio questo
film? Chow Yun-Fat, l’amico del protagonista, il tipo carismatico, il Jigen
della situazione dei cartoni animati di Lupin, quello che ruba la scena a
tutti, destinato ad essere ricordato come uno dei più grandi divi d’azione
della storia, proprio lui che non aveva la minima esperienza e ancora oggi, è
quello che quando mia madre (ovvero la negazione vivente dei film violenti)
vede in “Anna e il re” (1999) dice: «Vah che bell’uomo!» che poi era il motivo
per cui John Woo lo scelse, aveva bisogno del suo Alain Delon e lo trovò in
lui. Scelta azzeccatissima, tanto che il suo personaggio Mark Gor, con gli
occhiali da sole, il fiammifero in bocca e il pastrano lungo fino alle
caviglie, non solo è stato il prototipo dei futuri Neo, ma per i ragazzi di Hong Kong, quello che in precedenza era
stato Fonzie, oppure Rocky per tanti
ragazzi occidentali, si vestivano come lui e tornavano a vedere il film solo per
rivedere il loro nuovo eroe (storia vera). Ma visto che questo film è stato il
vero ponte tra oriente e occidente, questa abitudine l’ha ereditata anche
Quentin Tarantino, che corse a comprarsi un cappotto dopo aver visto per la prima
volta “A better tomorrow”, proprio lui che dall’heroic bloodshed ha pescato a piene mani, con buona pace
di Ringo Lam.

Fogli verdi con sopra facce di ex presidenti defunti non ignifughi.

Già, l’heroic bloodshed, definizione coniata da Rick Baker sì,
ma non quello, mi riferisco all’editore
della rivista Eastern Heroes magazine, che davanti a questo bagno di sangue,
scritto, diretto e pensato con Sam Peckinpah nel cuore, ha capito prima di tutti di essere di fronte ad un
nuovo genere, che aveva molto del noir e tanto dell’hard boiled, ma era
semplicemente diverso, tanto da influenzare molto neo-noir americano arrivato
dopo e ovviamente tutto il cinema d’azione di Hollywood a seguire. La
rivoluzione non bussa, al massimo entra in scena saltando e sparando con un’automatica
in ogni mano, con un solo film, John Woo ha fatto la storia, firmando un
Classido!

Cosa vi dico sempre dei primi minuti di un film? Sono quelli
che ne determinano tutto l’andamento, l’inizio di “A better tomorrow” è
micidiale, un incubo in bianco e nero che sembra una sinistra profezia. Tse-Ho
Sung (Ti Lung) sogna suo fratello minore Tse-Kit Sung (Leslie Cheung) colpito a
morte in un vicolo, una caduta a rallentatore già in odore di Bloody Sam, per
un montaggio alternato che sovrappone la morte del fratello minore al risveglio
traumatico del maggiore, in un bagno di sudore davanti ai suoi (e ai nostri)
occhi, assistiamo alla peggior paura del protagonista, tutto quello che l’uomo
teme e vorrebbe scongiurare. Una scena, la prima, ed è già chiaro che “A better
tomorrow” ha un passo che nessun altro film di Hong Kong aveva mai avuto prima,
ora possiamo iniziare per davvero.

La presentazione dei personaggi è veloce, in linea con un
film che dura 95 minuti, tutti tiratissimi e carichi di un melodramma che è un
fattore tutt’altro che secondario. Per lunghi tratti “A better tomorrow” riesce
ad essere in parti uguali una “mariomerolata” clamorosa, in cui ogni volta che
parte LA MUSICHINA, lei, maledetta,
puntualmente e combinata in modo scientifico con le immagini dirette da John
Woo, ti spezza il cuore, non trovo altre espressione meno caramellose per
descriverla, anche perché è proprio quello che accade. In questa storia di
amicizia virile, mai macchiata da nemmeno una traccia di “Broomance” scappato
di mano (anche perché il sesso nel cinema di Woo non ha quasi mai
cittadinanza), perché per un portatore di cromosoma Y non è proprio possibile non
rivedere qualcosa dei propri amici del passato, di quanto eri tu insieme a
loro, in cerca di un domani migliore. Non ci posso fare niente, John Woo è
talmente scientifico nell’usare quella musichina stramaledetta, da colpirmi al
cuore ogni volta, con più forza delle pallottole sparate dai protagonisti.

Ogni momento drammatico, diventa ancora più drammatico con LA MUSICHINA.

Tse-Ho Sung e il suo compare Mark Gor sono i padroni della
città, gestiscono tutti i traffici loschi, soprattutto quello del denaro falso,
iconica la scena in cui Chow Yun-Fat si accende la sigaretta bruciando soldi
falsi, momento simbolico visto che in molti riti funerari orientali, si fa lo
stesso per garantire prosperità al trapassato nella prossima vita, e per certi
versi l’inizio è proprio questo, esaltazione della vita da criminali dei
protagonisti, con un occhio di riguardo al cinema di Scorsese (non mancano
citazioni anche dirette a “Mean Streets” il film di zio Martino del 1973) ma
anche al futuro dei personaggi, il loro stile di vita, sarà la causa dello
stile della loro morte.

Stappane una, si va in scena! 

Sempre con tanto Scorsese negli occhi, John Woo dirige la
scena della cena, quella che contiene il primo dei due monologhi chiave di Mark
Gor, quello sulla bottiglia da bere e la pistola puntata alla tempia, si dice
frutto di una vera gita a Taiwan di Tsui Hark, che ritornerà in versione
riveduta ed espansa anche nei prossimi capitoli di questa rubrica, non
vedo l’ora di scriverne!

Proprio Taiwan e la trasferta di Tse-Ho Sung laggiù è il
primo snodo chiave, quello che per Woo non può che coincidere con la prima
gloriosa sparatoria del film, con ovviamente un tradimento in atto, perché per
il genietto Hongkonghese l’amicizia è il più alto e nobile dei valori, di
conseguenza un tradimento il più vile degli atti, il tutto raccontato con quel
tocco “Melò” condito da sparatorie e pallottole che fischiano, in cui drammi
personali e morti ammazzati ballano un valzer di morte, i balletti di sangue di
Peckinpah, che John Woo ha assimilato e fatto propri, per riconsegnarli al mondo in una versione riveduta e
corretta, pronti a fare scuola ad un’altra generazione di registi.

Per qualcuno violenza, per questa Bara scuola di grande cinema.

Tse-Ho Sung finisce in prigione, il padre sul letto di morte
prova a fare da paciere con il fratello minore, ma subisce un attentato che è
il definitivo strappo tra i due fratelli, uno criminale l’altro poliziotto, che
non hanno mai smesso di giocare a guardie e ladri come facevano da bambini. Ma
quando piove grandina, perché nel tentativo di vendicare l’amico, Mark Gor si
sacrifica anche per voi, visto che il risultato è una delle scene madri di un
film che ne è pieno.

Un tipo con il pollice verde (che dipinge tutto di rosso)

Con le 45 automatiche nascoste cautelativamente nei
vasi del corridoio, vediamo Mark Gor solo contro molti, ferito alla gamba in una
scena drammatica e tragica, che mostra tutto il talento visivo di Woo, capace di portare avanti l’azione una pallottola sparata alla volta, non è un caso che anche la
promozione da cadetto a poliziotto di Tse-Kit Sung, venga tutta raccontata per
immagini grazie al montaggio alternato.

Quando il fratellone Tse-Ho Sung esce di prigione, ad attenderlo
trova solo l’ispettore Wu (interpretato dallo stesso John Woo) memento umanoide
del fatto che si, vorrai anche cambiare vita, ma quelli come te non cambiano
mai. Anche se il protagonista ci prova davvero a cercare il domani migliore del
titolo in inglese – completamente inventato e per una volta anche sensato – anche
se suo fratello lo odia e il suo amico Mark, ormai è l’ombra di quello che
era, zoppo, campa solo di elemosina raccogliendo le briciole cadute dalla
tavola dai nuovi boss della criminalità, quelli che prima erano cresciuti nel
suo mito.

Mario Merola lèvati, ma lèvati proprio. 

Anche questo è un tema che diventerà centrale nella poetica
di John Woo, l’amico caduto in disgrazia da aiutare sì, ma fedelissimo, perché
i momenti alla Mario Merola abbondano nel cinema del genietto Hongkonghese, sempre
con quella musichina, stramaledetta, a colpirli puntualmente al cuore, sempre
pronta a sottolineare ogni dramma tra amici o fratelli, con come unico personaggio femminile, solo la violoncellista, moglie
di Tse-Kit Sung, anche lei al centro di parecchi momenti “Mariomeroli”, tipo
quello del compleanno quasi dimenticato da un marito dedito solo alla sua
missione di poliziotto. Posso dirlo? Per certi versi e con un tono molto più
orientale, quindi ancora più marcato, per certi versi sono anche le tematiche che
ritroveremo in tanto cinema di Michael Mann, quindi capite perché era da molto che preparavo questa rubrica ed ora era il momento giusto per iniziarla.

Dove però “A better tomorrow” colpisce al cuore è nel
secondo monologo di Chow Yun-Fat, perché se Tse-Ho Sung ha tutte le motivazioni
del mondo per voler cambiare la sua vita, Mark Gor lo fa solo in nome della vecchia amicizia
con il suo compare, ve lo dico senza girarci troppo attorno, perché questo film
mi prende alla pancia e al cuore come pochi altri nella storia della settima
arte, il monologo di Chow Yun-Fat, la sua rabbiosa confessione tra le lacrime
maschie, quel suo: ho lottato tutta la vita, nessuno mi ha mai regalato niente. Non diventa un santo uno come me, risponderò sempre alle offese con le offese e tutto il resto, resta il singolo momento in cui Chow Yun-Fat, si è iscritto in automatico alla
stretta cerchia dei miei attori preferiti di sempre, vero barometro emotivo di
un film che ha cuore, pallottole e cervello in parti uguali.

Come ho imparato a fregarmene e a fare di Chow Yun-Fat uno dei miei attori preferiti.

Non è un caso se il suo monologo sia l’equivalente della
tromba suonata dalla cavalleria, quella che mette in moto l’ultimo atto del
film, che andrebbe visto già solo per la sparatoria nel parcheggio, quella per
recuperare il nastro, un trionfo di salti sopra le auto, revolverate ma
soprattutto della mossa che diventerà un classico degli eroi di Woo, ovvero
sparare scivolando all’indietro sulla schiena, come fa Mark Gor sul carrello, in una coreografia che sembra un balletto con molte più 45 automatiche.

Like a fucking anti-hero (e se non fosse chiaro, non si fuma)

Lo scontro finale al porto, sulle note della porzione eroica
ed esaltante del tema musicale del film,
resta un gioiello, non solo perché a quel punto sei così emotivamente
coinvolto, che ogni colpo sparato dai protagonisti e ogni ferita subita, ci
vede in prima linea grazie alla regia di Woo, ma anche perché è la scena con
cui il genietto Hongkonghese si è seduto alla stessa tavola con il Maestro Sam
Peckinpah: quando vediamo Mark sorridere e poi crollare a terra a rallentatore
sotto le pallottole letali, quel momento non ha quasi nulla in meno rispetto a quando
vediamo Ernest Borgnine o William Holden andare a terra, nella scena del
portico di sangue de Il mucchio selvaggio. I piedi piantati nella tradizione per un film che ha riscritto le regole, i
veri colori degli eroi di Woo sono tanti, ma soprattutto il rosso del loro
sangue versato sull’altare di un domani migliore, l’heroic bloodshed da Hong
Kong terrorizza anche l’occidente.

Se quando guardate questa scena, sentite QUESTA nella testa, siete tra i giusti. 

Il 1986 è l’anno della rivoluzione ci sarà sempre un cinema
prima e dopo “A better tomorrow”, il successo del film lo rende un classico
istantaneo, John Woo ad un passo dal mollare per sempre il cinema, di colpo è
il nuovo profeta, malgrado il suo essere un film piccolissimo, ancora oggi, non
riesce a pensare ad un altro titolo che abbia avuto un tale impatto, diventando
ponte tra oriente e occidente, capace di stravolgermi e coinvolgermi così tanto
ad ogni visione, ma il bello è che siamo solo all’inizio della rubrica!

Tutti i film dovrebbero finire con una cavalcata verso il tramonto. 

La prossima settimana, si torna in scena, quindi tenete il pastrano
a portata di mano, anche se pieno di buchi di proiettili, tornerà buono.

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