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A classic horror story (2021): quella casa nel bosco, ma non proprio quella no, un’altra

Qualcuno sostiene che gli artisti non dovrebbero tornare
sulle proprie opere, fornendo spiegazioni sul contenuto, un’opera d’arte
dovrebbe vivere di vita propria, ad esempio “Il cielo in una stanza” di Gino
Paoli, a mani basse una delle migliori canzoni di tutta la musica italiana, una
selezione di parole brillanti considerata un classico da decenni. Il suo autore
recentemente ha dichiarato che è la descrizione di un orgasmo (storia vera).

Questo conferma due cose: il grande Gino Paoli è il cantante
con l’atteggiamento più Rock di sempre, inoltre se hai una sua canzone nel tuo
film, hai già vinto in automatico, ma si sa che con Paoli io sono di parte.

Ora, possiamo dire tutto quello che vogliamo ma non che “A
classic horror story” non abbia già vinto, sbarcato giovedì scorso su Netflix (con una
campagna pubblicitaria aggressiva) in un attimo ha conquistato l’etere, schizzano subito tra i titoli più visti.

Sono giornate niente male per gli appassionati di Horror,
cioè per un appassionato del genere con più sangue e budella esposte è sempre
Halloween, ma arriviamo da giornate interessanti: un horror ha appena vinto a
Cannes e la tanto bistrattata Netflix, nel giro di pochi giorni ha rilasciato
due titoli rivolti a fasce di pubblico differente, ma entrambi intenzionati a
far riflettere sul genere horror in maniera quasi metacinematografica. Domani
parliamo dell’altro titolo, promesso.

Uno dei due registi, mascherato in Umbria, dove il film è stato girato.

Sono contento di aver visto subito il film prima che sui
Social-Cosi, “A classic horror story” esplodesse come solo in rete può
accadere, in un tripudio di “Capolavorò!” oppure “Cagata pazzesca” perché si
sa, sui Social-Cosi (e non solo) vince chi urla più forte. La verità ovviamente
sta nel mezzo, il consiglio sarebbe quello di vedervi il film (perché va visto,
come tutti i film) cercando di evitare
anticipazioni, almeno nel limite del possibile. Io stesso cercherò di restare
sul vago ma ad un certo punto vi farò una finta di sopracciglia per avvisarvi
dell’arrivo delle anticipazioni sulla trama.

“A classic horror story” parla di un gruppo di ragazzi,
capitanati dallo studente di cinema Fabrizio (Francesco Russo), a bordo di un
camper per raggiungere una destinazione comune “giù a Sud”. Tra loro spicca la coppietta composta dalla bionda Sofia (Yuliia Sobol) e dal rosso Mark
(Will Merrick), in perenne equilibrio tra il compagnone e l’odiosissimo. La più
vistosa di tutte comunque resta la bellissima Elisa, anche per il solo fatto di
essere interpretata dalla specialista del genere, Matilda Lutz.

Un incidente lungo il percorso, una deviazione sbagliata e
pensate un po’? I ragazzi prima si imbattono in una vecchia casa e poi in alcuni
strambi personaggi ed eventi. Come dite? Sembra la trama degli ultimi cento
horror che avete visto? Appunto.

Vieni, c’è una strada casa nel bosco, il suo nome conosco, vvuoi conoscerlo tu? (quasi-cit.)

Scritto e diretto da Roberto De Feo e Paolo Strippoli, “A
classic horror story” porta avanti un discordo cinematografico iniziato da De
Feo che dopo il suo The Nest, si
conferma ancora posseduto dallo spirito di Stanis La Rochelle. La sua missione
è quella di rendere meno Italiano il cinema Italiano specialmente quello di
genere, solo che questa volta, coadiuvato da Strippoli punta più in alto, ad una
prima occhiata sembra che questo film sia un modo di elaborare la lezione di “Quella
casa nel bosco” (2011), ma è solo il primo strato di un film che si rivolge,
più degli altri horror, ai fanatici stessi del genere, che a furia di guardare
gente ammazzata male, forse hanno sviluppato un certo grado di distacco
allenando il loro cinismo. Direi che da qui in poi, proseguiamo con qualche
rivelazione sul contenuto del film, quindi finta di sopracciglia che per
comodità chiameremo: SPOILER!

Diciamo che questo vale come omaggio a Romero.

Mentre De Feo e Strippoli sfruttano i minuti per farci
affezionare alla carne da cannone meglio nota come protagonisti, l’idea
iniziale è che “A classic horror story” sia tutto un bel gioco di citazioni,
due appassionati del genere che al secondo film, hanno deciso di omaggiare
tutti insieme, i film che hanno amato. La storia infatti procede a colpi di
strizzate d’occhio, a voler organizzare un gioco alcolico (si beve ad ogni
omaggio ad un film horror famoso), qui si rischia di finire in coma etilico
prima della metà del film, perché De Feo e Strippoli in certi momenti ricreano
persino le stesse identiche inquadrature dei film che hanno (e abbiamo) amato,
e non parliamo certo di titoli sconosciuti, ci sono inquadrature sugli shorts e
sui vetri della casa che arrivano da Non aprite quella porta, così come la scena della tavolata presa di peso dal
film di Tobe Hooper. Un cervo impagliato al muro come Evil Dead, occhi pugnalati come in un film di Lucio Fulci, torture quasi alla Saw, per non parlare di omaggi a The Wicker Man” (1973) o al più recente Midsommar, insomma il vostro fegato non
potrebbe mai reggere nemmeno se di nome fate Frank Gallagher.

“Non so perché ho in testa un pezzo degli Iron Maiden

“A classic horror story” porta in scena una soluzione che mi
auspico di vedere nei film horror di uno strambo Paese a forma di scarpa da
tempo, ovvero di strutturare il nostro folklore locale, che ha poco da invidiare a quello degli altri, anche se
fino ad ora i risultati sono stati modesti.
Osso, Tartosso e Carcagnosso, giocando a carte scoperte, qui vengono paragonati a nostrani Freddy, Jason e Michael, inoltre introducono nella storia le origini della
Mafia, ben rappresentata da un personaggio uscito direttamente dal cast di Gomorra. Perché lo sappiamo tutti no che
il cinema Italiano deve parlare per forza di Mafia vero? Anche se in realtà è
solo un’altra falsa pista sparsa lungo il percorso da De Feo e Strippoli, che
abbandonano questa sotto trama in fretta, forse anche troppo a dirla tutta, sarebbe stato originale approfondirla meglio, ma il film ha altri interessi.

Una sorta di Freddy, Michael e Jason a chilometro zero.

Pregi? Un gran utilizzo della musica fuori contesto come
piace a me, oltre al citato Gino Paoli anche il classico “La casa”, non di Sam
Raimi ma di Sergio Endrigo, funziona come la sinistra filastrocca che negli
horror non può mancare mai, per un film che è davvero ben diretto (perché per
rifare le scene di tutti i classici così bene, devi sapere il fatto tuo) e
molto ben fotografato da Emanuele Pasquet, insomma un prodotto che,al netto di alcune sbavature (soprattutto nei dialoghi) “non sembra
troppo italiano”, tanto per tenere fede allo spirito di Stanis La Rochelle.
Inoltre menzione speciale per Matilda Lutz che sta mettendo su una bella
carriera da “Scream Queen” ricoperta di sangue.

“Donatrice universale!” (quasi-cit.)

Difetti? Francesco Russo che ha sulle spalle buona parte
della storia, recita il ruolo del “Campione del mondo di calabrese estremo”
(cit.) e per esigenze narrative, recita anche parecchio sopra le righe, quindi
buona parte del pubblico sono sicuro, punterà il dito contro di lui anche se
personalmente, ho trovato il suo fanatico degli horror né più né meno irritante
di un Randy qualunque, e non ho
citato questo personaggio a caso, perché dal 1996 il cinema horror non è mai
più stato lo stesso.

Forse il difetto vero è che la metafora (anzi, il
METAFORONE) di “A classic horror story” è urlato, lanciato in faccia allo
spettatore, anche con una certa volontà di strapazzarlo ammettiamolo. Non che
nel cinema horror le metafore siano state storicamente gestite per forza con garbo o con i guanti di velluto, ma qui il
messaggio è sottolineato dieci o undici volte, perché proprio come nel film che
arriverà domani su questa Bara, se il tuo bacino di pubblico è grande e
variegato come quello di Netflix, forse è meglio utilizzare un linguaggio
diretto, che poi è un po’ la filosofia che utilizzava Rod Serling per i suoi racconti ai confini della realtà.

Il campione di calabrese estremo e gli altri fortunati protagonisti.

Il problema è che una questione è essere diretto, un altro
paio di maniche è fare la figura di quelli che al campetto dicono: «Il pallone
è mio e se non mi fai giocare me lo porto via», che è un po’ la buccia di
banana su cui De Feo e Strippoli scivolano nella scena dopo i titoli di coda,
che ha il tono di uno sfogo su Internet (infatti proprio al “popolo” di Infernet si rivolge), ma che tutto
sommato possiamo perdonare perché arriva in coda ad un film tutto sommato riuscito. Anche se
dare in pasto agli Internauti un film con questo tipo di messaggio, potrebbe
fare l’effetto di gettare pastura agli squali ma ehi! Non diventi il secondo
film più visto su Netflix nel giro di pochissimi giorni senza correre qualche
rischio no?

Se devo giocarmi l’aggettivo “geniale”, continuo a
riservarlo al modello di riferimento di De Feo e Strippoli, ovvero il film di
Drew Goddard e Joss Whedon del 2011, eppure “A classic horror story” mi è
piaciuto non solo perché è la dimostrazione che due registi giovani (hanno
quasi la mia stessa età, quindi sono giovani ok?), hanno idee bellicose per tornare a
rendere centrale il cinema Horror in uno strambo Paese a forma di scarpa, ma
anche perché sono riusciti a reclamare un po’ di rispetto per tutto quello che
sta dietro. Facile criticare dall’alto di un cazz… Di una tastiera, sputando
frettolosamente sul lavoro degli altri, dovremmo essere un po’ tutti come il
critico culinario di “Ratatouille” (2007), farebbe comodo a tutti ricordarlo.

“Le maschera da Groucho Marx erano finite? Ah ok”

Per quanto riguarda in particolare Roberto De Feo, devo dire
che per la seconda volta malgrado i difetti dei suoi film, ha saputo portare a
casa il risultato, ora mi auguro di cuore, che il suo piano a lungo termine,
non sia continuare a fare solo lo Stanis La Rochelle della situazione, abbiamo
capito il tuo punto di vista Robè, ultra condivisibile, ora che hai
l’attenzione di tutti è ora di far parlare i fatti, il momento storico in cui
si trova il cinema di genere nostrano e l’Horror in generale è propizio,
quindi… Dai! Dai! Dai! (cit.).

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