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A House of Dynamite (2025): calmo come una bomba

Conoscete la teoria, perché è popolare e per questo, spopola sul web: per distruggere l’umanità basterebbero una manciata di bombe atomiche, però sparse per il mondo, il più delle volte pronte ad esplodere, sono ben più di una manciata. Roba da non dormirci la notte.

Provo a calarmi nei panni di Noah Oppenheim, uno che con quel cognome si sarà sentito le sue battute e battutacce tutta la vita, fino ad ora si è “vendicato” scrivendo i copioni per un paio di film “Young adult” e “Jackie” per il mio nemico/amico Pablo Larrain, questa volta però, con questo oggettino ad orologeria, non solo ha firmato il suo lavoro più maturo, ma ha trovato la migliore delle registe possibili.

La difficoltà davanti ad un film come “A House of Dynamite”, ultima fatica di una delle eroine di questa Bara, Kathryn Bigelow, consiste nel non scivolare scrivendo: il film è una bomba! Anche se di fatto lo è, perché ancora una volta la regista non sbaglia un colpo, il vero problema di questo film è quello che puntualmente, torna sempre più spesso anche qui sulla Bara e lo farà ancora: sono sempre di più i grandi autori o le grandi autrici che si devono rifugiare nei fondi delle piattaforme si streaming. Anzi sono stato fortunato, ho beccato una delle poche proiezioni in sala di questo film, un giorno solo e in lingua originale, prima della sua distribuzione su Netflix, che lo ha finanziato, lo scorso 24 ottobre.

«Abbiamo un problema: una Bara in volo nel nostro spazio aereo»

Il vantaggio, ora è disponibile per l’enorme platea di Netflix un film bellissimo, uno dei migliori dell’anno, che riesce con la sua struttura, a far sue delle logiche da serie tv rendendole puro cinema, il peccato è che in sala ci sia passato di striscio, più facile mancarlo che vederlo.

“A House of Dynamite” fa decisamente parte del filone di film della seconda parte della carriera di Bigelow, quella da The Hurt Locker in poi, di cui fa parte anche lo sfortunato e molto degno di rivalutazione Detroit, uscito ormai la bellezza di otto anni fa e più attuale che mai, esattamente come questo nuovo gioiellino, capace di parlarci dei venti di guerra mai così di moda, perché forse, non hanno mai smesso di esserlo.

Lo stile di Bigelow è composto da una conoscenza tecnica notevole, non mancano nemmeno qui acronimi – tutti ben spiegati senza bisogno di pesanti momenti espositivo – che ormai sono parte della preparazione che la regista applica ad ogni suo nuovo lavoro. Lo stile poi è sempre quello, ad una prima occhiata di qualche penna stipendiata distratta, banalmente etichettabile come documentaristico, in realtà cinematografico al 100% perché con una storia e personaggi di finzione, la regista ci illustra qualcosa di spaventosamente realistico.

Quando vi sentite disperati al lavoro, con le cuffie sulle orecchie, ricordatevi di Rebecca (però lei è più caruccia)

In “Zero Dark Thirty”, la regista utilizzava il suo cinema per raccontarci un evento che nella realtà nessuno, tranne pochissimi addetti ai lavori, hanno potuto vedere con i proprio occhi, ovvero l’irruzione nel covo del terrorista Osama Bin Laden, un evento storico riportato da tutti i giornali del globo, che solo nella finzione cinematografica è stato ricreato con l’accuratezza con cui Bigelow ci raccontava la vita dei suoi artificieri o ci portava nel mezzo di un fanno di cronaca, nera per più di una ragione.

Questa volta, utilizzando lo stesso approccio, la regista ribalta l’assunto, la ricostruzione è accuratissima, i termini tecnici e le procedure altrettanto, ma l’evento raccontato in prima persona dai personaggi è immaginario, nel senso di non ancora accaduto (per fortuna!), quindi l’espressione giusta è ipotetico: I radar della base militare di Fort Greely in Alaska, rilevano un missile nucleare in volo, lanciato da qualche oltre dell’Oceano Pacifico che entro diciannove minuti di tempo padroneggiato dalla nostra Katrina, colpirà Chicago sterminando dieci milioni di persone e dando il via ad un escalation che può avere come unica conclusione l’inevitabile annichilimento totale. Non si sa chi lo abbia lanciato il missilone, informato, il presidente degli Stati Uniti, ha pochissimo tempo per decidere se e come reagire.

«Abbiamo avvistato la Bara Volante, procediamo all’ingaggio, chiedo autorizzazione a fare fuoco»

Tra le contromisure, un lancio di moneta, un mezzo piano per colpire un proiettile con un altro proiettile con la ben poco rassicurante percentuale di riuscita del 61%, mentre il controllo al 100% della situazione lo ha davvero solo Kathryn Bigelow, per un film che, presentato all’ultima mostra del cinema di Venezia, è stato un po’ il re senza corona, visto che a detta di quasi tutti, è stato il film migliore del Lido senza portare a casa nessun premio, ma beccandosi i paragoni “atomici” (in tutti i sensi) con “il dottor Stranamore” (1964) di Kubrick con cui ha in comune la situazione di partenza, ma non certo gli intenti.

Il buon Stanley era satirico e puntato a bomba (ah-ah) contro il militarismo, un film che ha qualcosa in comune con questo è senza ombra di dubbio The Day After, che però ne è il controcampo, visto che era tutto raccontato dal punto di vista delle persone comuni senza accesso alle stanze del potere. No, in realtà il film che Kathryn Bigelow sicuramente conosce a cui si è rifatta alla sua maniera, aggiornandolo all’anno 2025, per raccontarci una “favola ammonitiva”, è proprio quello che nello stesso anno è stato ingiustamente oscurato da Kubrick, andate a riscoprirlo, mi riferisco ad “A prova d’errore” di Sidney Lumet.

«Autorizzazione concessa, fate smettere di blaterare il dannato Cassidy!»

Lumet raccontava una storia simile portando avanti la storia e i punti di vista dei vari personaggi in parallelo, man mano che gli eventi degradavano, con un presidente in crisi ma meno travolto dagli eventi impersonato da Henry Fonda, qui invece Kathryn Bigelow padroneggia quella manciata di minuti fatali attraverso tre punti vista, tre angolazioni diverse, che vi faranno aggrappare ai braccioli della poltrona (di casa visto che ormai possiamo vederlo solo su Netflix), si passa dalla prima linea gestita tra gli altri da Jared Harris, dal sempre poco rassicurante (ma molto bravo) Jason Clarke e da un’altra gran prova di Rebecca Ferguson che, se mi è concesso un parere extra cinematografico, lei davanti alla macchina da presa e Kathryn Bigelow a dirigere, è qualcosa di illegale per il mio cuoricino, fine del parere extra cinematografico, per tornare a bomba su quello, vi sottolineo l’uso brillante della ricostruzione della guerra civile (un evento fondante della nazione, resta sempre un conflitto) o ancora meglio, il dinosauro di plastica sulla scrivania della protagonista, ad evocare estinzione.

Un punto di vista che sembra alleggerire, solo ad una prima occhiata, è il coinvolgimento del presidente degli Stati Uniti Idris Elba, altro materiale per la mia teoria sulla distanza tra i presidenti Yankee nei film e quelli che poi, vengono eletti per davvero, qui impegnato durante un’apparizione durante una partita di basket femminile – e ditemi se questo non è un tentativo di corruzione al sottoscritto da parte della regista – che non può che ricordare un certo Dabliù, all’asilo, in un brutto giorni di settembre di inizio anni ’00.

«Aveva ragione quello con la benda, il presidente di che?»

Per assurdo questo film è bellissimo da vedere in sala, ma ha tutto anche per coinvolgere il pubblico generalista di Netflix, le dinamiche potrebbero sembrare quelle di una serie tv con più personaggi, ma Kathryn Bigelow non perde un grammo del dinamismo e dell’azione intrinseca nella sua regia, che resta dinamite ad alto potenziale, anche mentre utilizza un approccio al materiale da documentarista, per raccontare un fatto che ci auguriamo tutti resti sempre e solo pura finzione, anche se i telegiornali non ci rassicurano.

Proprio come non sono rassicurati gli Stati Uniti raccontati dalla regista, che non sanno nemmeno chi devono ringraziare per questi tranquilli diciannove minuti di paura, a differenza del passato il nemico ora è invisibile, invece di essere uno e noto, sono tanti potenziali avversari, frutto dei semi di politica estera sparsi negli anni, mentre gli americani si cullavano nella calma illusoria di una sicurezza creata sul principio esposto da uno degli Ex Presidenti, «La pace si ottiene con una potenza di fuoco superiore», quando quello in carica di questo film, non ex, si ritrova di colpo davanti all’unica realtà: non sei al sicuro se hai passato la vita a costruire una casa piena di dinamite.

Come ci si sente dopo aver visto questo bellissimo film di Kathryn Bigelow, l’ennesimo!

Risultato finale, ancora una volta Kathryn Bigelow si conferma l’unica vera potenza con cui non si può patteggiare, passano gli anni ed io un suo film brutto devo ancora vederlo, la vera escalation qui sta nella qualità della sua filmografia, estremamente coerente nell’adrenalina sfoggiata e nell’etica dei temi, con la speranza che questo film resti tale, fiction, da godere sullo schermo di casa, su Netflix, non al telegiornale.

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