
A questa rubrica mancava un capitolo speciale, perché ci sono stati alcuni progetti mai realizzati dal buon vecchio Stanley, ma solo uno è diventato un vero film, mi sembra giusto completare l’opera con l’ultimo capitolo (speciale) della rubrica… Come ho imparato a fregarmene e ad amare Kubrick!

La storia di David girava nel testone del buon Kubrick fin dagli anni ’70, periodo in cui acquisì i diritti del racconto di Brian Aldiss intitolato “Supertoys che durano tutta l’estate”, pubblicato nel numero di dicembre 1969 di Harper’s Bazaar. Aldiss scriveva di un mondo sovrappopolato, dove il metodo scelto per controllare le nascite è quello di introdurre dei figli robot nelle famiglie, il protagonista David è uno di questo robot che spende le sue giornate cercando un legame con la madre e ricevendo consigli dall’orsacchiotto Teddy, anch’esso un androide.
Il soggetto aveva molto colpito Kubrick, soprattutto per la porzione di storia in cui David provava invano a compiacere sua madre, ma il progetto rimase nel cassetto a lungo, ma non a prendere polvere, perché il regista nel corso del tempo, lo fece girare di mano in mano a diversi potenziali sceneggiatori, tanto che la storia della lavorazione di questo copione è già un mezzo film tutto suo.
Prima, come da sua abitudine, Kubrick ingaggiò l’autore del racconto originale, salvo poi intervenire in prima persone incorrendo nelle solite divergenze creative che portarono al licenziamento di Aldiss, il problema principale? Quello noto, tutti i familiari e strettissimi collaboratori di Kubrick, hanno passato una vita intera a sentire il regista riferisci a questa storia chiamandola semplicemente “Pinocchio”, che poi è la geniale trovata che fa fare un salto di qualità al film, ma Aldiss di mescolare la sua storia con elementi pescati dalla favola di Collodi non aveva nessuna voglia, anche se le influenze furono molteplici.

Kubrick successivamente, nel 1988, aveva letto “Mind Children”, un libro scritto dal professore di robotica Hans Moravec, che elaborava teorie sull’intelligenza artificiale, l’insistente Stanley si fece mandare capitoli in anteprima del libro, per aggiungere coerenza scientifica ad un copione che era ancora un cantiere aperto, tanto che per un po’ Kubrick accarezzò l’idea di far muovere David in una città dove i Robot veniva sfruttati per lavorare, finché non cadevano a pezzi, tutto presto scartato quando il regista passò il copione prima a Bob Shaw – che dopo sei mesi scappo’ non sopportando più la meticolosità di Kubrick – e infine a Ian Watson, facendo saltare la mosca al naso ad Aldiss che dichiarò: «Non solo il bastardo mi ha licenziato, ma ha assunto anche il mio rivale!» (storia vera). Anche se il limite più grosso per Kubrick era l’assenza di effetti speciali all’altezza per tutto quello che sognava di portare sullo schermo, almeno fino al 1993.
La storia la conoscete, Jurassic Park ha fatto fare un salto evolutivo alla CGI, proprio in quel periodo Kubrick e Spielberg erano diventati amici tanto che un giorno, il regista, ormai fisso in Inghilterra, fece volare il collega a casa sua per proporgli l’idea: «Ho questa storia per le mani che penso, sarebbe più adatta alla tua sensibilità e poi sarebbe commercialmente appetibile, diretto da Spielberg e prodotto da Kubrick», rifilando al regista di Cincinnati quei due o tre appunti che aveva preso nel corso degli anni, una Bibbia composta da migliaia di storyboard, dipinti preparatori anche altamente dettagliati, avete presente il ponte dalle forme ginoidi che vediamo per due secondi nel film? Erano già nella testa di Kubrick, ereditato a Spielberg, che era lo stesso che lo aveva anticipato, su quell’altra idea, quella di un film sull’Olocausto (storia vera), il patto era chiaro: «Steve, se parli con qualcuno di questo progetto non metterai mai più piede a casa mia a vita.»

Ma il progetto si è concretizzato davvero dopo il 1999, al funerale di Kubrick, l’amico Spielberg dichiarò che avrebbe mantenuto la parola di non lasciare incompleto in lavoro segretissimo. Rimaneggiando l’ultima stesura di Ian Watson, Spielberg fece suo un progetto in tutto e per tutto, dalla fotografia del fidato Janusz Kaminski fino alle intense musiche di John Williams, per una produzione che con la sodale Kathleen Kennedy si impegnava a tenere tutto segreto, questo spiega perché “A.I. Artificial Intelligence” è stato l’ultimo film della storia del cinema ad avere un Teaser, un Teaser vero, come lo si intendeva un tempo, non come ora che è solo un trailer di trenta secondi chiamato per comodità Teaser. Un tempo il Teaser era qualcosa di girato appositamente per la campagna promozionale, fatto con scene che NON apparivano nel film, godetevi questi due minuti scarsi di promozione cinematografia vecchia scuola.
Spielberg completa il film che esce nelle sale americane il 29 giugno 2001, l’anno di Kubrick, in uno strambo Paese a forma di scarpa ad ottobre dello stesso anno, rendendo lo “skyline” di New York che si (intra)vede nell’ultimo atto, un prima e un dopo considerando il periodo. Il cast è impeccabile, lamento solo un sottoutilizzo di William “Geppetto” Hurt perché beh, era tipo il più grande attore del mondo, che getta carisma e intensità per i pochi minuti in cui lo vediamo, ma per l’appunto, pochi. Il film incassa molto bene e generalmente, almeno dal mio “osservatorio”, trovo che sia un film sottovalutato, se non proprio disprezzato perché nato morto, quel “Da un’idea di Kubrick e diretto da Spielberg” porta le aspettative a livello stratosfera, inoltre da venticinque anni David viene tirato per la giacchetta dal partito del “Ehhh ma se lo avesse fatto Kubrick sarebbe stato diverso”, che per me, da venticinque anni, è una frase che vince il premio G.A.C. (Grazie Al Cazzo) perché ignora l’ovvio, “A.I. – Intelligenza artificiale” non è un film di Kubrick, è un film di Spielberg, che Kubrick ha brillantemente compreso di non poter dirigere, non nel modo giusto, non per scarsità, figuriamoci, ma per maggiore vicinanza alle tematiche del cinema del regista di Cincinnati.

Spielberg era ed è quello giusto per raccontare in chiave moderna e tecnologica la storia di un Mecha-Pinocchio che sogna di diventare un bambino vero. Il sentimento che David prova per sua madre è indotto, con una procedura irreversibile chiamata imprinting, una funzione di base generata dalla Cybertronics, illustrata da Geppetto William Hurt e applicata da mammà Monica (Frances O’Connor), consapevole che suo figlio, tenuto in vita criogenicamente, non tornerà, il tutto in un mondo che è sempre più credibile, anche venticinque anni dopo, perché il clima che abbiamo distrutto ha sommerso molte città costiere, la sovrappopolazione galoppa e si sente parlare di I.A. in tutti i telegiornali e suoi Social-cosi, molto più di quanto accadesse del 2001.

Haley Joel Osment, post Il Sesto Senso, era la scelta logica e sensata, la sua prova sostiene tutto il film proprio perché l’amore di David per sua madre è incrollabile, quel diavolaccio di Spielberg dedica tutta la prima parte del film a farci patteggiare per il suo Pinocchio elettrico, lo fa entrare in scena, quasi sinistro, mentre fissa la sua nuova mamma con mille occhi, attraverso la rifrazione del vetro smerigliato. Quando ride, fa paura e l’unico a dargli buoni consigli è un altro giocattolo come lui, solo dalla forma che si espone a meno dubbi etici, il suo personale grillo parlante, l’orsacchiotto Teddy.
Quando mammà Monica legge a David la favola di Pinocchio è l’equivalente di quando Dee Wallace leggeva a Drew Barrymore Peter Pan in E.T., un idillio che va in pezzi contro la concorrenza impossibile del figlio tornato dal ghiaccio di Monica, che non è crudele per il gusto di esserlo, ma crudele come può essere un bambino, quindi in modo realistico e se non vi basta la zampata del vetro smerigliato, io vi ricordo la scena della piscina, con David abbandonato sul fondo, pesante zavorra, dimenticato lì, nella posa di chi cerca un abbraccio, che poi è quello che farà per i duemila anni a seguire.

Come tutte le favole, ci deve essere il bosco, siccome a David leggevano Pinocchio e non Hansel e Gretel, segue la madre in una delle scene di abbandono più spaccacuore di sempre, una roba che, cari vincitori del premio G.A.C. Kubrick avrebbe girato in modo diverso ma ci voleva Spielberg per dargli senso. Lui, il figlio di divorziati, che adorava la madre, figura semi angelicata, che ha usato il cinema fantastico per parlarci di padri che si allontano dalla famiglia, la solitudine del figlio di divorziati, fino ad arrivare alla paternità di chi è stato eterno bambino, qui ci racconta dell’amore di un figlio per la madre, dal suo punto di vista: un amore eterno, capace di andare oltre le glaciazioni, puro e reale anche se generato da una macchina. Anche se poi a ben guardare, è stato più una madre per David un “Sex Toys” con la stempiatura, fatto a forma di Jude Law che Monica, perché sì, scegliere Giuda Legge per il ruolo di Gigolò Joe, il lucignolo della situazione, è l’ennesima scelta di casting impeccabile.
Non è un caso se la «Luna crescenteeeeee!» con cui Brendan Gleeson dà la caccia ai robot assomigli all’astronave di E.T., oppure che a salvare David da quel circo di robot, deportati e distrutti per sfizio, sia una bambina che chiede l’aiuto al suo papà, che guarda caso è quello che segue la diretta nell’arena, perché di mestiere fa, pensate un po’, il regista.

Una macchina può capire l’empatia? Può capire la malinconia, il dolore o anche solo boh, la pancia che brontola? Quando chiedete un’informazione all’intelligenza artificiale e quella vi risponde cordiale, lo è perché è gentile o perché è stata programmata così? Il sentimento di David per sua madre è un’impostazione di programmazione oppure è reale tanto quanto può esserlo, che so, il cinema? Infatti proprio attraverso il cinema Spielberg lo racconta, portandosi un paio di pretoriani di fiducia, come Ben Kingsley a fare da narratore e Robin Williams a doppiare il dottor Know.
L’idea di Kubrick era quella di esplorare il futuro, continuando a chiedersi da dove veniamo? Chi siamo? Dove andiamo? Come aveva fatto nel suo 2001, mentre Spielberg, proprio, nel 2001, ha completato l’opera facendo emergere quel calore e quei sentimenti che lui stesso, intervistato nel fondamentale “Stanely Kubrick: A life in pictures” sosteneva di rifiutarsi di voler credere che il pubblico non percepisse anche nel cinema di Kubrick, solo per via di quel suo punto di vista più distante e distaccato.
Se, una macchina creata dall’uomo può… Non simulare e forse nemmeno provare, diciamo allora applicare, con tanta caparbietà un sentimento tipicamente umano come l’amore di un figlio per sua madre, quella macchina è finta o reale? Quelli che vediamo alla fine (per altro con CGI che non dimostra per niente il quarto di secolo) sono alieni, perché con Spielberg siamo abituati così (anche in tempi recentissimi) oppure sono creature evolute, che trovano in David la loro versione 1.0, più umano degli umani, a cui regalare un finale – anche di film – che è allo stesso tempo, terreno di studio per loro e finale della favola di Pinocchio per noi?

Tante domande lo so, ma ritengo che “A.I. – Intelligenza artificiale” meriti più attenzione delle aspettative mancate perché impossibili da sostenere generate dalla somma di Kubrick e Spielberg, perché in realtà questo film è diretto da Stanley Spielberg o da Steven Kubrick. Il titolare di questa rubrica è stato lungimirante affidandolo alla persona giusta, il risultato è un titolo che merita più dei soliti commenti sterili su Spielberg caramelloso che si gioca la fata turchina, per altro doppiata da Meryl Streep (storia vera), anche perché come tutte le fiabe, “A.I.” ha un bel carico di cinismo: quanti umani positivi ricordate in questo film?
Per la rubrica invece, è davvero tutto, non potevo perdere l’occasione di scrivere di questo “Featuring”, il caldo – che dovreste aver notato – vi ricorda che è quasi tempo di vacanze quindi per un po’, ci facciamo qualche venerdì libero da rubriche ma ho già piano bellicosi per il futuro, dopo Stanley Kubrick di chi vorreste leggere sulla Bara? Commentate!


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