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A Quiet Place – Giorno 1 (2024): mangia la pizza, prega di farcela e ama gli horror (e i gatti)

In una manciata di anni, la saga di “A Quiet Place” è diventata prima di tutto questo, una saga, perché tanto un classico istantaneo del cinema contemporaneo lo era già fin dal primo capitolo del 2018, perché? Perché John Krasinski ha saputo prendere un’idea di base molto semplice, mostri misteriosi che piombano sulla Terra e uccidono chi fa rumore, per riportare l’horror popolare, quello che esce in sala, alle origini della paura, mostri, urla, terrore, il tutto però applicato ad un racconto molto umano, un dramma di famiglia che era anche un METAFORONE, uno di quelli buoni, perché non tutti i METAFORONI vengono per nuocere. A quello ci pensano i mostri di “A Quiet Place”.

Uno dei film più celebrati di sempre, ma per motivi anche più palesi resta Indiana Jones e l’ultima crociata. Voi direte e ‘mo che c’azzecca Spielberg? Regola numero uno, Spielberg è come il nero, va bene con tutto, inoltre in quel film aveva messo fine, o per lo meno aveva già detto tutto sulla moda dei prequel, nei dieci minuti iniziali del terzo (ed ULTIMO) film su Indy, ci aveva spiegato come fare un prequel funzionale, una lezione che guarda caso, John Krasinski aveva dimostrato di aver capito come i primi minuti di A Quiet Place II, che ci riportavano già al “Giorno 1” dell’invasione non degli ultracorpi, ma degli ultrasensibili (al rumore).

I botti fortissimi, la materia di cui sono fatti i film che sogna questa Bara Volante.

Eppure oh, piaccia o meno l’horror è l’ultimo genere a tener botta anche a livello di incassi, un film del terrore che esce in sala, fa soldi, quindi figuriamoci uno ormai sulla bocca di tutti (il che è ironico visto che nel film non parlano) come “A Quiet Place”. Malgrado la lezione Spielberghiana, la saga va cavalcata, il mondo va espanso, il limone spremuto quindi sotto con il seguito che però è anche un prequel che riporta al “Giorno 1” ma da un altro punto di vista, anzi da un’altra ambientazione, facile (si fa per dire) stare nascosti in silenzio in un paesaggio bucolico, prova a farlo nella città che non dorme mai.

Un punto che viene chiarito subito dalla frase piazzata in apertura, il quantitativo quotidiano di decibel di sottofondo a New York equivale a quelli di un uomo che urla, in visita alla città troviamo Sam (Lupita Nyong’o) malata terminale, afflitta da una comprensibile depressione che va a braccetto con la sua condizione. Se papà Bridges aveva scelto un brutto giorno per smettere di fumare, Sam ha scelto quello peggiore possibile per visitare New York, ma non che ne abbia poi ancora davvero tanti sul calendario da cui pescare.

«Ora proprio non posso suonarti un pezzo dei Metallica, troppo casino»

Nel mezzo del casino e dell’attacco in massa alla Terra, Sam incontra Eric quindi sì, lo spunto alla base di “A Quiet Place: Day One” è un ragazzo incontra una ragazza e se vi mettete a cantare un pezzo dei The Colors io vi ricordo dei mostri sensibili al rumore in circolazione. Anzi, ci metto il carico, Eric è fatto a forma di Joseph Quinn, in rampa di lancio dopo la sua parte da Metallaro in “Strane Cose 5”, che qui interpreta uno che affronta la situazione con il panico nel cuore, come sarebbe legittimo per chiunque trovandosi circondato da creature aliene che ammazzano brutalmente senza nemmeno davvero capire il perché o il percome. Quindi sì, “A Quiet Place: Day One” ha come protagonista una ragazza di colore che riesce a mantenere la calma (perché sta già affrontando di peggio) rispetto al maschietto bianco co-protagonista. Tutto questo vi fa arrabbiare? Tutto questo lo considerate cucinato con il “Woke”? Beh cazzi vostri, vuol dire che non avete capito un’infiocchettasissima del genere Horror che storicamente è sempre stato schierato dalla parte opposta ai forti.

L’attacco iniziale è ben diretto, gli effetti speciali funzionano, i mostri si vedono il giusto e sono abbastanza spaventosi, se in un film cercate lo spettacolo questa parte di “A Quiet Place: Day One” la garantisce, quindi con una mano sul cuore e una sul portafoglio, John Krasinski nelle vesti di produttore, insieme all’altro finanziatore Michael Bay (piangete! Bay ha prodotto questa saga, vi voglio veder piangere odiatori di Bay compulsivi, le vostre lacrime voglio!) hanno capito cosa piace al pubblico ma anche cosa ha fatto di “A Quiet Place” un titolo diverso dagli altri e no, non stanno cavalcando l’uscita della serie The last of us, perché tanto Krasinski aveva già battuto sul tempo anche la HBO.

L’unico modo per sopravvivere ai mostri continua ad essere quello di nascondersi dietro ad un dito.

L’arma segreta di “A Quiet Place: Day One” ha un nome e un cognome che non è Krasinski ma quasi, mi riferisco a Michael Sarnoski, a cui vorrò non dico eternamente, ma per molto tempo bene per il suo bellissimo Pig e che qui, non solo dimostra di essere la scelta giusta per un titolo su commissione, ma riesce a confermarsi uno con dei tratti quasi da autore, anche perché sono due film in fila in cui riesce ad utilizzare il genere per parlare di rapporti umani, con una sensibilità che per una volta non sa di finto.

Inizio dai difetti: le aspettative di chi vuole la caciara (in un film dove i personaggi non possono parlare?) potrebbero risultare tradite, inoltre come detto, un po’ di questo “Day 1” lo avevamo già visto nel corso dei capitoli precedenti, si nota dall’uso assolutamente pretestuoso di personaggi come quello interpretato da Djimon Hounsou, che sta qui semplicemente per creare un gancio (non poi così utile in realtà) con i due film precedenti. Poco male, me ne posso fare una ragione, così come del fatto che spesso il gatto della protagonista, riesca a rubare la scena, più carismatico di una fetta del cast, di sicuro più di Alex Wolff ad esempio.

«Chi saraaà? Quel gattone che ammalia le donne di tutto il quartiere chi saraaà?» (cit.)

A ben guardarlo “A Quiet Place – Giorno 1” potrebbe sembrare un “Cloverfield” senza la macchina da presa ballerina e tutti quei «OH MY GOD!» che per ovvie ragioni, qui è meglio omettere se non vuoi finire falciato. Anche qui però, se volete un prequel spiegone che ci racconta come si chiamano gli alieni (io punterei il mio ideale dollaro su Gino, Pino e sono sicuro che ci sarà almeno un Nino tra di loro), da che pianeta vengono, se c’è vita il sabato sera e altre menate così, lasciate perdere, l’ultimo giorno a New York, forse l’ultimo giorno sulla Terra per Sam ed Eric diventa allo stesso tempo il peggiore e il migliore per conoscersi e applicare una citazione sempre buona: o fai di tutto per vivere o fai di tutto per morire o meglio, quando la morte verrà per te, l’unica cosa che puoi fare per batterla per davvero è cercare di farti trovare vivo e non già morto dentro.

“A Quiet Place”, sia “Giorno 1”, che il resto della saga (ormai possiamo dirlo) ci ricorda come il nostro continuo, frettoloso e soprattutto rumoroso continuare a parlarci addosso, siano un’enorme manica di cazzate, un rumore bianco di fondo che fin troppo spesso prende il sopravvento su ogni altra cosa trascinandoci sotto come un’onda. Michael Sarnoski utilizza ancora una volta la scusa del cinema di genere per parlarci di qualcosa che lui ritiene importante, se è l’ultima occasione che abbiamo per visitare un posto storicamente vivo come New York, allora che sia vivo davvero anche se non possiamo più parlare.

«Spegni quella luce o Bariste e Baristi domani dovranno andare dall’oculista»

Devi per forza perdere qualcosa per apprezzare quello che hai? Se sei un ingrato forse, ma anche questo “A Quiet Place” almeno ci prova a ricordarci di non esserlo, grazie alla sicurezza della finzione, il laboratorio per esperimenti del cinema di genere, ad esempio perdere qualcosa (in questo caso l’uso della parola) permette a tutti di riscoprire il valore degli altri sensi. Ora non vorrei far scappare tutti dicendo che a suo modo “A Quiet Place: Day One” è una sorta di “Mangia, prega, ama”, diciamo quindi che è più che altro il “Mangia, prega, ama” versione Bara Volante: mangia la pizza, prega di farcela e ama gli horror, mentre cerchi di non morire. Questa forse me la faccio scrivere sulla lapide, anche se «Tranquilli è solo sonno arretrato. I’LL BE BACK» continua a piacermi di più.

Visiti New York e non ti vuoi sparare une bella fetta della loro pizza locale? Con una malattia in fase terminale e dei mostri assassini spaziali dall’orecchio sensibile? Eh che cazzo, qui si tratta di ora o mai più. Allo stesso modo sono gli altri sensi a salire in cattedra, i bisogni che di solito consideriamo non primari a diventare importanti, quelli che normalmente mettiamo in panchina perché siamo troppo impegnati dal farci travolgere dalla rumorosa ruotine di tutti i giorni.

L’odore di un libro, un gesto (fondamentale quando non puoi parlare) e ancora una volta “A Quiet Place” mette al centro della trama le persone e le loro dinamiche e trova in Lupita Nyong’o la scelta migliore possibile per il ruolo di Sam, una che zitta zitta l’Horror, sembra non volerlo mollare nemmeno per sbaglio (brava!) e con quello sguardo tutto occhi diventa un’arma non convenzionale in un film in cui la parola e il suono vengono messi nuovamente da parte per un momento.

Occhi giganti sul pianeta film dell’orrore.

Dal canto suo Michael Sarnoski mannaggia a te! È riuscito a farlo di nuovo, pur non avendo la presa emotiva che ha avuto sul sottoscritto il suo bellissimo Pig, cazzo l’hai fatto di nuovo! Un altro film giusto al momento giusto e con questo sono già due, a questo regista il tempismo non manca ma nemmeno la capacità di dimostrarsi un umanista in grado di scegliersi i soggetti giusti, o per lo meno, di saperli rendere personali.

Insomma “A Quiet Place – Giorno 1” a qualcuno forse sembrerà un po’ un “More of the same” come direbbero i nostri amici Yankee (prima di essere presi da un mostro spaziale), forse non si sentiva tanto il bisogno di rallentare e tornare ancora sul luogo del delitto di quel “Day 1”, ma a volte è necessario rallentare, godersi il viaggio, una fetta di pizza, un libro o un film. Perché quello che non capiranno mai quelli che ti pensano un lunatico che gode a vedere gente morta ammazzata nel tempo libero (beh a volte un po’ si…) consumando film dell’orrore uno via l’altro, è che non puoi parlare di morte in un horror senza parlare anche di vita, anzi a volte puoi farlo anche senza parlare.

Ultima prima di alzarmi dal bancone di questa Bara, giochino dei sei gradi di separazione e suggerimento per i prossimi capitoli di questa saga: Michael Sarnoski dirige Nick Cage in Pig. Michael Sarnoski dirige “A Quiet Place: Day One”. Nick Cage recita nel suo “A Quiet Place” personale ovvero Arcadian… capitolo crossover! “A Quiet Place: Arcadian”. Se lo fanno per davvero voglio il mio assegno, oppure un pagamento in pizza e libri.

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  1. La saga (a questo punto, concordo la si possa chiamare così) di “A Quiet Place” rappresenta la rivincita di tutti quelli che, affetti dalla per nulla disprezzabile abitudine di non aprire la bocca soltanto per darle aria sparando cazzate, si son sentiti bollare con vari appellativi tipo “muto dell’anno” e via discorrendo… Tutto questo in genere da parte di chi, qualora si trattasse di dover tacere ed agire, non si dimostrerebbe poi altrettanto in gamba 😉
    Nicholas Cage chiamato a far parte di questo universo silenzioso? La storia è praticamente già scritta! 👍

    • Considerando che ad Ovest degli argomenti cinematografici sono una sorta di divo del muto, mi trovo a casa con questa saga. Inoltre che in generale si parli troppo e si agisca poco, concordo, concordo in pieno, anche in ambito giudizi cinematografici si parla troppo (e a caso) 😉 Cheers

  2. Con il tuo articolo hai redento il mio scetticismo verso questa serie. Ero convinta che il primo film avesse già detto (anzi, non-detto) tutto, e infatti il secondo già mi pareva pleonastico per la sua voglia di mostrare e spiegare molto più del necessario. Però da come ne parli invece sembra che possa valere la pena. Grazie!

    • Banalmente aggiungo che questo per me è meglio del secondo capitolo, pensare che ero dubbioso su questa operazione, invece era il film di cui avevo bisogno nel momento in cui ne avevo bisogno 😉 Cheers

  3. Per una volta abbiamo un prequel che vale al pena di vedere. Sarnoski sa il fatto suo e l’intuizione di fare una storia umana su tutti i livelli alla fine vince.

    • Poteva essere la solita roba, perché andiamo, cosa si può dire ancora dell’invasione aliena con meno resistenza (e uso di parole) della storia? Ci voleva Sarnoski, nel suo essere un ottimo umanista fa tutta la differenza del mondo. Cheers!

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