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A quiet place II (2021): silenzio, parla il cinema

Per i più John Krasinski è il tizio che compare nella
versione Americana di “The Office”, per qualcuno l’attore che assieme ad
Harrison Ford, Alec Baldwin, Ben
Affleck e Chris Pine ha interpretato l’unico eroe occidentale che cambia sempre
attore, senza che nessuno se che a nessuno freghi un accidenti, ovvero Jack Ryan.

Qualcuno vorrebbe vederlo nei panni di Mr. Fantastic in un
ipotetico film sui Fantastici Quattro, ma secondo me più che altro per avere
sua moglie, Emily Blunt nel ruolo della donna invisibile. Personalmente mi
sembra un sosia di Martin Freeman con la barba, sicuramente con il primo A quiet place ha piazzato un colpo non
da poco.

Nel panorama del cinema horror, dominato dagli spaventelli
del Pupazzo UAN, Krasinski è arrivato con l’idea che avrebbe sempre voluto
avere M. Night Shyamalan (detto Michael Night), se non fosse stato battuto sul
tempo dal nostro John. Il primo film
mi era piaciuto molto, non mi sono lanciato in lodi sperticate come ha fatto
qualcuno, a mio avviso affetto da troppo entusiasmo incontrollato, ma era un
film dannatamente buono, che sapeva parlare di resilienza, prima che questo
termine diventasse il più abusato di sempre. Roba che ormai in coda dal
salumiere, senti le signore ordinare un etto di cotto e due di resilienza.

Resilienza, resilienza a perdita d’occhio!

La storia dei mostri venuti da chissà dove, che uccidono
chiunque emetta il più piccolo rumore, nelle mani di John Krasinski era
diventata una lunga elaborazione del lutto, nel più totale e sconfortante dei
silenzi, il tutto senza mai scivolare nel più becero dei METAFORONI. Certo,
alcuni svarioni non mancavano, come la trovata della cascata ad esempio, ma il
risultato finale era ottimo e soprattutto, compiuto.

Si sentiva l’esigenza di un secondo capitolo? Per me no, lo
avevo anche scritto ai tempi, ed ora che ho visto il secondo film (nelle nostre sale da
ieri) posso dire che sono ben felice che questo “Part II” esista. Se vi è piaciuto A quiet place apprezzerete anche questo perché è un film che sa restare
umile.

La regola aurea dei seguiti: uguale al primo ma di più! Krasinski
dimostra di conoscerla ma la utilizza alla sua maniera, forte di un budget
maggiore può permettersi qualche mostro in più, ma per il resto mantiene la sua
storia sullo stesso profilo del primo film, con un secondo capitolo quasi
minimale, che continua a concentrarsi sui personaggi, espandendo il “mondo”
creato con il primo film sì, ma di poco, perché le piccole conquiste della
famiglia Abbott sono arrivate tutte con sangue, sudore, chiodi piantati nei
piedi e lacrime e qui la situazione non è cambiata. Krasinski sembra rifarsi ad
un tipo di cinema minimalista e molto curato che ormai sembrava quasi estinto
nel panorama contemporaneo, bravo ragazzo, ottimo lavoro davvero e da qui in poi,
qualche SPOILER!
Consideratevi avvisati.

Anticipazioni sulla trama… scappate!

“A quiet place part II” comincia tornando indietro al giorno
uno dell’invasione, se siete tra quelli che si sono stizziti perché il primo
film non spiegava da doveva arrivavano i mostri (perché? Romero spiegava da dove arrivavano i suoi morti viventi?) qui
avrete un piccolo indizio ma solo quello, perché il prologo del film sembra
pensato per dare la possibilità allo stesso Krasinski di ricoprire ancora per
qualche minuto il ruolo di Lee Abbott, impegnato a fare la spesa e ad andare
alla partita di baseball dei figli, in un piano sequenza che ricorda un po’ la
scena inziale di Shan of the dead.
Però senza Cornetto.

Questo prologo permette di introdurre l’amico di famiglia Emmett,
interpretato da un Cillian Murphy che per una volta, si sfila dai suoi ruoli da
Uber figo e Uber stiloso, per calarsi
nei panni di uno Yankee tutto berretto da baseball e partita dei Red Sox. Il
tutto senza perdere un’oncia di talento, anzi a dirla tutta quasi una scelta
filologia quella del direttore del casting, che pare aver mandato un veterano,
il protagonista di 28 giorni dopo, in
soccorso della famiglia Abbott nel momento del bisogno.

28 giorni 19 anni dopo (cominciano a vedersi tutti)

L’attacco dei mostri è brutale e Krasinski si lancia in
inquadrature dall’interno dell’abitacolo dell’auto tutte dirette e montate
davvero alla grande, ma sulla questione montaggio, lasciatemi l’icona aperta
che più avanti ci torneremo.

Dopo questo avvincente prologo, “A quiet place part II”
manda a segno un’altra scelta che personalmente mi fa impazzire, come da
tradizione di alcuni seguiti horror, continua la storia un minuto dopo la fine del film
precedente, riportandoci al giorno 474 della vita degli Abbott, continuando da
questo punto la resistenza dei superstiti, che come abbiamo visto alla fine del
primo capitolo, ora hanno in mano un’arma per combattere le misteriose
creature, ma questo non li rende certo immortali o nuovamente posizionati sul
gradino più alto della catena alimentare del pianeta, da cui i mostri hanno
dolorosamente scalzato l’umanità.

Quando prendi l’auto proprio per non prendere il bus, ma quello decide di prendere te.

Iniziamo subito dai lati negativi, ovviamente l’effetto
sorpresa è andato, Krasinski astutissimo lo sa bene infatti è libero di
mostrare i mostri (ah-ah) con molta più libertà, forte anche di un budget
maggiore che non lo costringe a mantenere sempre al buio le creature per
mascherare qualche magagna della CGI. Di fatto “A quiet place part II” un po’
come accadeva per Evil Dead 2, sembra
tornare sulle dinamiche e le situazioni del primo film, per limare qualche
difetto di sceneggiatura (dimenticatevi lo svarione della cascata, qui la
storia fila molto meglio) e forte di un budget più alto, può permettersi di…
volevo dire alzare il volume della radio, ma considerato il film, non mi sembra
l’espressione più appropriata.

Di sicuro Krasinski è apprezzabile, perché ha studiato i
grandi seguiti del cinema horror prima di lanciarsi nell’impresa di scrivere e
dirigere questo secondo capitolo, un’altra tacca alla sua cintura, quello che
forse “A quiet place part II” perde un pochino è quella forza che stava nella
lettura di secondo livello del primo film. Gli Abbott erano costretti in
silenzio a metabolizzare un lutto, cercando un modo di continuare le loro vite,
vivendo invece che sopravvivendo, il tutto senza poter mai esprimere a parole
il dolore per la perdita che si portavano dentro, un logorio costante molto ben
raccontato, che da spettatori, ci faceva stringere attorno ai protagonisti.

Dedicata ai feticisti dei piedi (ciao Quentin!)

In questo secondo film quella volontà di vivere e non
semplicemente sopravvivere che spingeva gli Abbott è sempre la stessa, viene un
po’ a mancare la metabolizzazione del secondo grande lutto che li ha colpiti,
perché forti di una soluzione per sconfiggere i mostri, questa volta gli Abbott
raccolgono armi, ritagli (cit.) e coraggio e partono al contrattacco. Questo li
lascia con meno tempo per riflettere sul loro dolore, infatti senza farvi troppe
rivelazione sulla (stringata) trama, sappiate che i nostri protagonisti si
dovranno dividere, qualcuno per cause di forza maggiore dovrà mantenere il
fortino, altri proveranno a far fruttare la loro arma segreta contro i mostri.

Ammetto candidamente di avere un debole per Emilia Canna,
attrice che pare aver azzeccato tutte le scelte, considerando il suo ruolo di
contorno in “Il diavolo veste Prada” (2006) ha fatto quasi meglio di Anne Hathaway,
che invece di quel film era la protagonista. Qui sacrifica il minutaggio in
favore della bravissima Millicent Simmonds, che rappresenta da sola l’unica
speranza per gli umani e caparbiamente, insegue il segnale rappresentato dal
pezzo “Somewhere Beyond The Sea” di Frank Sinatra, ottimo esempio di musica
allegra utilizzata (bene) fuori contesto, in un film horror.

“Faremo tutto quello che serve per far star zitto Sinatra!”

Menzione speciale per Cillian Murphy, che come ultimo
arrivato si ritaglia un ruolo ad una prima occhiata spigoloso agli occhi del
pubblico e con il passare dei minuti sempre più importante. Quindi se con il
primo film Krasinski riusciva a dire tanto delle sofferenze dei sui
protagonisti, ma per motivi contingenti parlando pochissimo, qui la storia
lascia più spazio al contrattacco degli Abbott. Scrivendo del primo film, con
solito utilizzo di una metafora cestistica a me molto cara, avevo detto che i
protagonisti giocavano d’anticipo in difesa, qui decisamente puntano tutto sull’attacco e le immagini, insieme ai due montaggi (quello video e quello
sonoro) rendono “A quiet place part II” un film davvero riuscito.

Ci sono momenti di sconforto abissale, in cui Regan Abbott
sprofonda nel silenzio più totale e in cui per la seconda volta, anche in sala
il pubblico sembrava quasi aver timore di fiatare, completamente immersi nella
visione – erano mancati i film al cinema, devo ammetterlo – in altri momenti Krasinski,
coadiuvato dall’ottimo montaggio di Michael P. Shawver, fa davvero un lavoro
egregio. Direi che è il momento di chiudere quell’icona lasciata aperta lassù.

Nascondersi dietro ad un dito, ancora il modo migliore per sopravvivere ai mostri di questo film.

In un paio di momenti “A quiet place 2”, si gioca due scene
d’azione e di tensione in contemporanea, senza che mai, ma intendo proprio mai,
il pubblico corra il rischio di fare confusione, la dinamica di entrambe le
scene raccontante in parallelo è sempre chiarissima e raddoppia spesso la
tensione, con scelte visive anche molto riuscite che sono il frutto di una
chiarezza d’intenti in fase di sceneggiatura, di regia e soprattutto di
montaggio. Insomma, per essere un film che ci chiede di contare così tanto
sulla vista, sacrificando le parole e i suoni (che diventano così rari, sono
ancora più preziosi e ben sottolineato dal montaggio sonoro), le immagini che
vediamo e a cui da spettatori, finiamo per affidarci, sono davvero ottime.

Forse la critica che qualcuno potrebbe muovere a “A quiet place
2” è che di fatto, questo secondo capitolo porta avanti la storia degli Abbott
di un altro passettino, termina con un finale auto conclusivo, ma volendo in
caso di buona risposta di pubblico al botteghino, non ci sarebbero difficoltà per un “A quiet place 3”. Considerato che è stata criticata la
non spiegazione sull’origine dei mostri, sono certo che qualcuno criticherà anche
questo, ma se la qualità generale della scrittura, della regia, del montaggio e
della recitazione (gli attori sono tutti ottimi e fanno un gran lavoro di
squadra) resteranno su questo livello, a questo punto non mi dispiacerebbe
vedere la storia degli Abbott diventare una trilogia, d’altra parte il cinema
Horror vive anche di seguiti e John Krasinski lo sa, perché ha decisamente fatto
i compiti a casa, bravo ragazzo.

D’altra parte, William Friedkin su twitter ha definito
questo “Part II” come un classico film dell’orrore, concludendo il suo “cinguettio”
con le parole «Cinema is back». Chi sono io per non sottoscrivere in pieno il parere
del vecchio Billy?

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