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A quiet place – Un posto tranquillo (2018): le chiacchiere stanno a zero

Alle soglie dell’anno 2020, creature non meglio identificate, quasi sicuramente aliene, hanno invaso la terra. Sono predatori ciechi (e non slovacchi) con un udito finissimo, tipo vostra madre quando cercavate di rientrare tardi a casa la sera. Se emetti un rumore, uno di quei cosi ti piomba addosso in tempo zero e ti ammazza malamente. In meno di 90 giorni l’umanità è in ginocchio, la società come la conoscevamo impazzita, e i pochi sopravvissuti sono costretti a vivere in silenzio totale per non essere uccisi. Da qualche parte nel mondo, M. Night Shyamalan (detto Michael Night) bestemmia per non essersi fatto venire LUI un’idea così per uno dei suoi film!

Questo soggetto invece, è farina del sacco di John Krasinski, uno che di solito fa l’attore con risultati il più delle volte non brillantissimi, ad esempio recitava in Detroit ma io mica me lo ricordo così bene. Va già molto meglio sia come sceneggiatore che come regista, anzi come regista molto bene, perché “A quiet place”, in uno strambo Paese a forma di scarpa dotato di inutile sottotitolo “Un posto tranquillo”, è un film non certo esente da Ortolaniani momenti MACCOSA (anzi!), ma non è nemmeno il crack assoluto che forse in tanti si aspettavamo, ma beccami gallina se non è un titolo dannatamente buono, e voglio essere schifosamente onesto, forse il migliore che potesse capitarmi di vedere in questo periodo, così, giusto per dare una nota personale gratuita.

Posso usare la mia frase? Quella con cui vi tedio un giorno sì e l’altro pure? I primi minuti di un film ne determinano tutto l’andamento, quelli di apertura di “A quiet place” non prendono prigionieri. Dai giornali svolazzanti lungo le strade abbandonate scopriamo che il mondo è finito, la causa è il suono e la famiglia Abbott, deve procacciarsi i viveri nei resti di un supermercato in cui un piccolo giocattolo a pile, di quelli che si muovono e fanno luci e suoni, può essere più pericoloso di una mina Claymore, ed è proprio il giocattolo messo in funzione che segna il primo lutto in famiglia. Siamo a dieci minuti scarsi di film, e sto già seduto in punta alla poltroncina, poteva andare peggio.
«Siamo sicuro che non è il remake di Signs, vero?»

Si perché “A quiet place” potrebbe diventare il film preferito di tutti quelli che amano leggere i sottotitoli, incredibile come Krasinski sia riuscito, con un espediente tanto semplice, a mettere sullo stesso piano protagonisti e pubblico, tutti zitti e muti nella storia e nella sala cinematografica, un livello di coinvolgimento che per un horror è molto importante.

Krasinski si dimostra più abile come regista che comeatto re, perché “A quiet place” è girato molto bene, diretto con sale in zucca e montato anche meglio, inoltre due fattori sono stati gestiti alla grande da Krasinski, prima cosa il budget, ma soprattutto quello che in mancanza di vocabolario specifico mi tocca chiamare con un anglicismo, il “Visual storytelling”, ovvero la capacità di raccontare solo con le immagini, avvalendosi il meno possibile di sottotitoli, come i protagonisti fanno delle chiacchiere, un film “muto” come si facevano i film muti una volta, nel 2018 non è certo un risultato da poco.
Siccome poi i soldini a disposizione non sono molti, Krasinski fa di necessità virtù, le creature hanno un design originale ma si vedono pochino e spesso al buio, quasi sempre animate con una CGI normale, nulla di eccezionale ma decente, che rende i mostri del film una minaccia costante mostrata il meno possibile, anche qui non vorrei scomodare i grandi del cinema Horror, però da Carpenteriano sapete che l’orrore percepito più che mostrato su di me fa sempre effetto.
«Shhhh! Non citare il Maestro a casaccio!»

Quello dove Krasinski (di padre Polacco) dovrebbe migliorare è di sicuro la sceneggiatura, “A quiet place” è un film perfetto? Proprio no, non può esserlo se il tuo modello di riferimento pare essere Michael Night meglio noto come M. Night Shyam… M. Night Shyama… insomma quello lì. Penso sempre che una buona sceneggiatura dovrebbe passare indenne attraverso le domande sulla storia che farebbero i bambini, oppure i cagaminchia come me. Ad esempio, se il rumore forte dell’acqua di una cascata permette di coprire i dialoghi, perché gli Abbott non si sono trasferiti a vivere vicino alla cascata?

Poi dico, metti che uno russa molto rumorosamente durante il sonno, di sicuro passerà dalla fase R.E.M. alla fase M.O.R.T.O. senza nemmeno passare dal via, no? Se questi alieni avessero invaso la terra qualche anno prima, si sarebbero sicuramente portati via tutti i miei rumorosi (EX!) vicini.
Ma forse i difetti di “A quiet place” sono più legati alla mancanza di qualche malizia da sceneggiatore, ad esempio, va bene mostrare allo spettatore un chiodo esposto in una scala di legno, dettaglio che è chiaro, diventerà protagonista più avanti nella storia, ma se lo fai dieci minuti prima della scena madre in cui il chiodo gioca un ruolo vitale, beh questo è un utilizzo abbastanza maldestro della “Pistola di Cechov” su cui si potrebbe lavorare, insomma, senza scendere troppo nel dettaglio, se siete cagaminchia (o bambini nella fase dei grandi perché) come me, non aspettatevi un film a prova di bomba ecco. Eppure “A quiet place” ha dei numeri, non molti, ma li ha…
…Tipo il numero 90: La paura!

Faccio un giro lungo per arrivare al punto, cosa ci piace degli eroi dei film? Tante cose, ad esempio il fatto di essere spavaldi nel loro affrontare il pericolo, ed ora occhio che qui il ragionamento diventa un po’ più contorto. L’eroe o l’eroina di una storia, è grossomodo la versione giovane di noi stesse, quello (o quella) che deve pensare solo a sé stesso, e nella fattispecie, a portare a casa la pelle.

Ma esiste tutta un’altra categoria di eroi dell’immaginario, quelli che sulle spalle hanno il carico di responsabilità che solamente avere una famiglia comporta, pensate che so, ai Freeling, protagonisti di Poltergeist, giustoper far e un esempio celebre. Questa tipologia di personaggi, non possono permettersi le stesse dinamiche dell’eroe solitario, ad esempio devono sacrificare una battutaccia ad effetto, perché il loro compito è quello di pensare prima di tutto a salvare, non loro stessi, ma le persone a cui vogliono bene. Se non vi ho persi tutti nei meandri del mio ragionamento contorto, questo tipo di personaggi rappresentano più o meno voi ed io, quando iniziamo a pensare come “Noi” e non solamente come “Io”. Starò mica mettendo la testa a posto? Naaaaa!
Va da sé che se i protagonisti della tua storia hanno questo livello di priorità, le dinamiche cambiano, ed in qualche modo persino l’inutile sottotitolo italico trova una ragione d’essere, tutti vorrebbero per la propria famiglia “Un posto tranquillo” in cui vivere. Ed è qui che “A quiet place” mena il suo colpo più duro!
Penso che richieda molta più pazienza, sopportazione, ma anche maturità, dover reimparare a vivere in condizioni avverse, “A quiet place” non fa mai l’errore di trasformare il silenzio dei protagonisti, in un METAFORONE dell’incomunicabilità tra generazioni, tra padri e figli, ma piuttosto diventa un inno alla resistenza famigliare, al restare tutti uniti malgrado le difficoltà, sperando di trovare quel posto tranquillo in cui poter finalmente vivere.
Foto a caso di Emilia Canna, inserita così, per mio puro diletto.

Nel corso del film vediamo personaggi che semplicemente si arrendono a questo silenzioso nuovo ordine mondiale (il vecchio, che rimasto solo urla, di fatto suicidandosi), che non fanno altro che sottolineare quando cazzo bisogna essere tosti per riuscire lo stesso a vivere, quando le condizioni esterne sono le peggiori possibili, anche questo a suo modo è un METAFORONE, meno sbattuto in faccia di quanto non accadrebbe in qualunque dei film di M. Night Shyama… oh al diavolo, lui! Eppure è anche un tipo di messaggio in cui mi ci sono ritrovato parecchio.

Nel capolavoro di Richard Matheson, “Io sono leggenda”, il protagonista Robert Neville re imparava a sopravvivere in solitudine, in un mondo dove al calare delle tenebre, i vampiri uscivano per dargli la caccia. La famiglia Abbott invece, non solo si rifiuta di morire, ma si rifiuta con fermezza di limitarsi a sopravvivere, perché non sarebbe giusto per i loro figli, perché non è giusto per loro, quindi si inventano un modo, anzi, tutti i modi possibili per fare le stesse cose quotidiane, malgrado le condizioni intorno a loro, siano le peggiori possibili.
Lee Abbott (lo John Krasinski, che in molti momenti sembra Martin Freeman moro e barbuto, non so perché, mi ricordava lui) e Evelyn Abbott (la bravissima Emilia Canna, sempre intensissima) vivono utilizzando espedienti pensati mesi, se non addirittura anni prima, un approccio difensivo ad una minaccia che mi ha conquistato, perché se non sei un eroe solitario spavaldo, libero di pensare solamente a se stesso, ti devi inventare un modo per fare comunque quadrato e proteggere chi ti sta a cuore, dicono che gli attaccanti portano a casa la gloria, ma i difensori sono quelli che vincono le partite, regola che vale anche per l’horror.
I protagonisti, sfuggono ai mostri nascondendosi dietro ad un dito.

La voglia di vivere, malgrado tutto, degli Abbott si manifesta in una scena in particolare, ennesima ragione per cui ho sentito il film molto vicino a me. Avete presente la classica scena da film, in cui per farci vedere quanto due personaggi sono innamorati, li fanno ballare nel soggiorno di casa? Qui stessa cosa, ma con gli accorgimenti di chi deve vivere senza fare nemmeno un rumore, quindi condividendo gli auricolari Lee ed Evelyn ballano sulle note di uno dei miei preferiti, zio Neil Young e la sua bellissima “Harvest moon”, perché se sei costretto a vivere in silenzio, quella volta che ti concedi un po’ di musica, che sia almeno dannatamente bella, cacchio!

Let’s go dancin’ in the light, We know where the music’s playin’.

Allo stesso modo, gli Abbott sono nati pronti, come Jack Burton, per affrontare qualunque cosa, anche un parto, attività che, parlo per esperienza totalmente indiretta, non credo possa essere affrontata in totale silenzio, anzi direi proprio per niente.

Il bello di “A quiet place” è anche che pur avendo un soggetto minimale, più adatto ad un cortometraggio che ad un film di novanti minuti (il minutaggio perfetto per un film, non solo horror), la trama non ha mai un momento di noia, i momenti espositivi ci sono e sono obbligatori in una storia così, ma il bello del film è la sua capacità di farti fare il tifo per questa famiglia che pur di vivere, ha fatto di necessità virtù, lavorando su tutti i punti deboli dei loro avversari. Permettetemi una metafora cestistica, puoi avere un grandissimo attacco, ma è con la difesa che vinci, quindi per me è automatico fare il tifo per chi gioca bene in difesa e con il doppio della motivazione di un avversario palesemente più forte.
«Non un passo, il parquet in quel punto scricchiola»

Quindi il bello di “A quiet place” è proprio questo, anche se gli umani sono palesemente caduti dal gradino più alto della catena alimentare battendo una culata dolorosa, grazie a superiori motivazioni, e una manifesta voglia di vivere (non si sopravvivere) a trionfare è la capacità di farlo, anche nelle condizioni peggiori, un inno alla resilienza che riesce ad essere coinvolgente, il tutto però, in rigoroso silenzio, quando un horror mette dentro tutta questa roba, e convince un’intera sala cinematografica a non fare nemmeno un fiato, beh, per me è un successo, bravo Krasinski!

Visto il successo al botteghino del film, pare sia già in lavorazione un seguito, di cui onestamente non sento nessun bisogno, perché tutto quello che questa storia aveva da dire, lo ha fatto forte e chiaro in questa pellicola. Anche senza usare parole.
«Grazie Cassidy, ma ora fai un favore a tutti e stai muto»
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