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A-Team (1983-1987): le basi fondamentali dell’intrattenimento d’azione

Essendo cresciuto come un bambino teledipendente, faccio
parte di quella generazione per cui tanti film, cosiddetti della vita, li ho
scoperti sul piccolo schermo, quel monolite, tritatutto per neuroni che
sfornava a ripetizione anche quelli che una volta non ci vergognavamo a
chiamare semplicemente telefilm.

Tra i titoli del mattino, premio supplementare per le giornate in cui si restava a casa malati, uno molto famoso compie i suoi primi quarant’anni in
questi giorni. Dopo il diciassettesimo Super Bowl, il 30
gennaio 1983, andava in onda il primo episodio di “The A-Team” sul canale americano NBC.

Immagini che potete sentire (e volendo canticchiare)

In quel periodo il presidente della NBC era il rampante
Brandon Tartikoff, arrivato dalla ABC con idee bellico se. Per la sua squadra
mise insieme Frank Lupo e Stephen J. Cannell, che più avanti nel corso delle loro carriere avrebbero firmato un’altra notevole infilata di telefilm con cui sono
cresciuto: “Riptide”, “Hunter” e “Ralph supermaxieroe”, mica pizza e fichi. Il compito era quello di sfornare una serie d’azione che fosse un misto di
“Missione: impossibile” (il caso della settimana da sbrogliare), Quella sporca dozzina (i militari ben
poco pettinati), Mad Max 2 (gli innocenti da salvare), una punta di “Hill Street
giorno e notte” (la leggenda vuole che Murdock sia vagamente ispirato al
sergente Belker) e ah sì, avete presente quello con il taglio da guerriero
mandingo e le catene al collo di Rocky III? Lui deve guidare il camion.

Lupo e Cannell mettono su la squadra e mandano a segno un
telefilm destinato ad infestare i palinsesti Fininvest prima e Mediaset poi, per
tre decenni. Novantotto puntate e cinque stagioni piene di un militarsimo e una
violenza da cartone animato più vicina ai G.I.Joe che al patriottismo di Rambo II,
dove i loro fucili, il più delle volte dei Ruger ac556 modello K con calcio
reclinabile, finivano per sparare un quantitativo esagerato di pallottole per
non colpire poi davvero niente. Penso che metà del budget della serie andasse
bruciato in scintille e scintillette generare per simulare i colpi mandati a
vuoto alle spalle dei protagonisti, oppure in auto e mezzi fatti saltare o modificati da P.E. Baracus con tubi di ferro rimediati in giro, saldatrice e
dadi chiusi a coppia usando pollice e indice.

La “A” sta per azione.

L’episodio pilota, porta subito in scena il commando di ex
berretti verdi chiamato appunto A-Team, accusati ingiustamente di aver rapinato
una banca ad Hanoi durante il loro servizio in Vietnam, da allora in fuga,
braccati dalla autorità ma sempre pronti a prestare esperienza, bicipiti,
astuzia e “piani ben riusciti” a tutti i bisognosi sulle strade d’America e a
volte non solo, nella quinta stagione vanno a giocare a football bella Germania
dell’Est (episodio 5×04).

Il carismatico capo di questa banda di gatti senza collare è
il colonello John “Hannibal” Smith, interpretato dall’attore veterano
George Peppard, quello che ha costretto una legione di cascatori a indossare
una parrucca canuta per sostituirlo nelle scene più movimentate, insegnando a
tanti ragazzini come me il gioco di “Individua lo stuntmen”, giusto per
ribadire quanto “A-Team” sia stato un telefilm in grado di formare l’amore per
la narrativa di genere in almeno un paio di generazioni. A differenza di Peppard,
che in carriera ha recitato in un’infinità di film, Hannibal Smith è un
aspirante attore non proprio di prima categoria, esperto in travestimento e
responsabile di chiudere tutte le puntate con la sua: «Vado matto per i piani ben riusciti!»

Un quarto di veterano dei film di guerra: Hannibal Smith

A guadagnare molti più soldi di Peppard – questione su cui
torneremo tra poco – il più memorabile del gruppo, il pilota e meccanico con la
fobia per il volo, da narcotizzare con l’inganno prima di ogni trasferta,
quell’energumeno di Mr. T che con il suo sergente Bosco Albert “P.E.”
Baracus ha inaugurato la formula del personaggio, duro, grosso ma dal cuore
d’oro, che avrebbe poi replicato altrove, come nel non molto fortunato telefilm
“T. and T.” giusto per citarne uno. La cresta da guerriero mandingo e un
quantitativo di collane d’oro al collo che vanno aumentando nel corso delle
stagioni, Baracus resta tra i personaggi più amati e popolari degli anni ’80,
anche se nella versione italiana, il gioco di parole con le sue iniziali va
perso, infatti da “Bad Attitude” passiamo al nostrano “Pessimo Elemento”, che
comunque suona fighissimo lo stesso.

Un quarto di muscoli, bonaria arroganza e compro oro: Mr. T

Anche se devo ammetterlo, per evidenti affinità, la giacca
di pelle, le Converse e la follia, il mio preferito è sempre stato il capitano
James Murdock. Dwight Schultz lo abbiamo visto comparire anche nell’universo di
Star Trek nel corso degli anni, ma Murdock
il matto sarà per sempre il ruolo della sua vita. Spalla comica di lusso, al
centro di eterni siparietti con “P.E.” Baracus o capace di menarla
per un’intera puntata, auto convincendosi di tutto, anche di poter diventare
invisibile. Insomma il lato simpatico del disturbo da stress post-traumatico.

Un quarto dello spirito guida di Cassidy: Murdock il matto.

Completa il quartetto, lo sciupafemmine del gruppo, il
sorriso da venditore di auto usate e la faccia da schiaffi, anzi da sberle del
tenente Templeton “Sberla” Peck interpretato da ehm, Tim Dunigan.
Dunigan?! Quello di “Capitan Power”? Proprio lui ma solo nell’episodio pilota.
Considerato troppo alto e giovane, l’attore venne sostituito in corsa con Dirk Benedict, lo
Starbuck della prima versione di “Battlestar Galactica”. Infatti uno spezzone
dell’episodio 2×11 è finito dritto nella mitica sigla del telefilm, mi
riferisco a quando Sberla incrocia uno dei Cycloni.

Un quarto di quota Terence Hill (e Starbuck): Sberla

Ora, non so se sia più iconica la sigla composta da Mike Post e Pete Carpenter oppure il furgone nero, con tamarrissima striscia rossa, GMC
Vandura del 1983, entrato di diritto tra i migliori “ferri” mai visti sotto il
culo egli eroi della nostra infanzia. Anche perché è inutile girarci attorno,
facciamo parte di quella generazione per cui l’eroe era definito anche dal
mezzo, possibilmente ignorante e a benzina, che guidava. Ma che ne sanno i
monopattini!

I brake for Greta Thunberg.

Per dirla proprio tutta, all’inizio della serie, l’A-Team
poteva contare anche su Amy Amanda “Triple A” Allen, interpretata da
Melinda Culea e presto sostituita dal personaggio fotocopia di Tawnia Baker
(Marla Heasley) che però senza troppi giri di parole, George Peppard vedeva
come il fumo negli occhi. Al primo giorno sul set l’attore veterano le diede il
benvenuto dicendole che era a bordo solo perché i produttori volevano una
ragazza nel gruppo, personaggio presto archiviato proprio per cercare di tenere
tranquillo un set più esplosivo dei piani di Hannibal e compagni.

Come vi dicevo, George Peppard non gradiva l’idea di essere
meno popolare (e pagato) di Mr. T, quindi tra i due storie tesissime, con Dirk
Benedict utilizzato come il figlio della coppia in fase di separazione: «Va a
dire a quello con le collane che…», ambasciatore non porta pena, ma deve avere
grande pazienza.

Nel tentativo di alleggerire l’aria e mediare tra le parti,
il canale NBC, seriamente intenzionato a lanciare l’ascesa dell’allora WWF sul
piccolo schermo, diede il via ad una serie di apparizioni di volti noti, a
partire da Hulk Hogan, eroe del Wrestling con cui Mr. T aveva un ottimo
rapporto, che compare in ben due episodi.

Potrebbe essere uno dei saluti ufficiali della Bara Volante.

Senza contare piccoli ruoli per chiunque, Brion James,
Michael Ironside, James Hong, Lance Henriksen, una parata di attori a cui vanno
aggiunte apparizioni speciali anche per Boy George, perché fino alla terza
stagione, “A-Team” era la festa a cui tutti volevano partecipare. Ma tra i
tanti nomi coinvolti, uno che non viene citato mai si merita un paragrafo
dedicato.

«Perché insistono a chiamarlo Boy George? Pupa George sarebbe molto più adatto!» (cit.)

Coordinatore degli stunt in 97 episodi (su 98, un giorno
forse era malato) della serie, direttore di alcune seconde unità e responsabile
di TUTTI i ciocchi fortissimi, le camionette ribaltate, i pugni, i salti, i
calci e le esplosioni, un amico di questa Bara come Craig R. Baxley si è fatto le ossa con “A-Team”, non solo dando il
taglio d’azione a tutto il telefilm, ma anche contribuendo a formarci tutti al
modo giusto di intendere l’azione sullo schermo. Non è un caso se le puntate
migliori della serie, abbiano tutte le zampino di Baxley anche dietro la
macchina da presa, come la porzione di episodi legati al processo, all’inizio
della quinta stagione.

Già perché per un lungo periodo “A-Team” è riuscita a
rivaleggiare e a battere in popolarità altri telefilm simbolo degli anni ’80
come “Dallas” e “Dinasty”. La struttura delle puntate era quella classica, una
narrazione verticale con il caso della settimana da risolvere come da moda del
periodo, ma con il calo di ascolti della quarta stagione, sono state introdotte
alcune novità.

Come ho imparato ad amare i ciocchi fortissimi: San Craig R. Baxley da Los Angeles.

Come ad esempio il personaggio di Frankie
“Dishpan” Santana interpretato da Eddie Velez (ve lo ricordate in
“Repo Man” di Alex Cox? Prima o poi dovrò scrivere un post su quel film), che
riesce tutto sommato a non passare per il cane Pucci della situazione, quello
che spezza le dinamiche consolidate tra i titolari della serie, i Grattachecca
& Fichetto che hanno tenuto banco per quattro stagioni, come la pizza.

All’inizio della quinta stagione, si inizia ad intravedere
un po’ di orizzontalità nelle trame, la storica sigla cambia leggermente e
viene chiamato un altro attore, con cui Peppard aveva un buon rapporto, visto
che aveva recitato con lui in “I magnifici sette nello spazio” (1980), ovvero
uno dei sette magnifici originali, Robert Vaughn nei panni del Generale Hunt Stockwell, che di fatto inventa la
formula della Suicide Squad con
quarant’anni d’anticipo, diventando per un po’ il mandante delle missioni
dell’A-Team, prima del ritorno alla formula più canonica e alla chiusura della
serie, nel 1987.

«Si, volevo sapere perché mi avete mandato Fiorello? Yul Brynner non avrebbe approvato»

Cinque stagioni che si sono impresse a fuoco nella memoria di in almeno un
paio di generazioni di spettatori, complici sicuramente le repliche, ma anche i fumetti, videogiochi, un film uscito nel
2010 (che faccio? Ne scrivo?) e una serie di emuli che hanno imparato la
lezione applicando la formula vincente. Sto pensando al fumetto della Vertigo “The
Losers”, diventato un film sempre nel 2010 (che faccio? Ne scrivo? Secondo estratto).
Ma più che altro il lascito dell’A-Team è stato quello di aver creato
personaggi ricordati ancora oggi da tutti, ma anche aver insegnato a
fregarsene, amando un certo tipo di modo di approcciarsi al genere sul piccolo
schermo.

Mi piace pensare che se ancora oggi mi esalto per le
esplosioni, i ciocchi d’auto fortissimi, gli inseguimenti, le sparatorie e in
generale, tutta quella roba che amo vedere in abbondanti quantitativi nella
finzione, per evitare di doverla vedere nella realtà, una buona fetta di quella
responsabilità la devo a Frank Lupo, Stephen J. Cannell, Craig R. Baxley, Hannibal,
Sberla, P.E. e Murdock. Insomma un classico di formazione da giocoso
combattimento, se questa Bara esiste e svolazza è anche perché faccio
parte della generazione che nel caso di un problema che nessuno può risolvere,
può sempre ingaggiare il famoso A-Team. Auguri ragazzi!

Ed ora me lo posso anche concedere il sigaro della vittoria: vado matto per i post ben riusciti!
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