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A-Team (2010): non c’è un piano B

Episodio 2×15 della serie A-Team. Quello intitolato “La battaglia di Bel-Air”, non potete
mancarlo perché è quello dove il cattivo della settimana è interpretato da Kurtwood Smith.

Murdock il matto è
impegnato ad alleggerire un elicottero per portare avanti uno dei piani (ben
riusciti) di Hannibal, ad un certo punto riferendosi al peso del mezzo dice:
«Hai mai visto un carro armato volare?» perché vi racconto tutto questo? Più
avanti ci arriviamo.

«Scusi signora è questo il blog dove volano anche le bare?»

Il piano di portare l’A-Team dal piccolo al grande
schermo è stato lungo, problematico e con molti soggetti coinvolti, il primo a
provarci nei primi anni ’90 fu John Singleton che voleva il fidato Ice Cube nel ruolo di P.E. Baracus (storia
vera), inaugurando una tradizione per cui sembrava che il ruolo storico di Mr. T potesse
essere ereditato solo da cantanti Rap, forse perché gli unici in grado di poter
provare a pareggiare (inutilmente) lo stile e la classe di Baracus.

L’unico a riuscirci per davvero a portare l’A-Team al
cinema è stato uno che se fosse nato in un’epoca differente, avrebbe avuto ben
altra carriera, parlo di Joe Carnahan, regista con tutti i gusti giusti e una sfiga addosso che lèvati, ma lèvati proprio.
Vi ho già raccontato come il buon Joe sia uno che ha le idee giuste
prima di tutti, ma sistematicamente si vede superato a destra da film molto
simili ai suoi che lo battono sul tempo, non per forza in qualità. Per assurdo
nel 2010 si ritrovò a gareggiare contro “The Losers” (uscito ad aprile) tratto
da un fumetto largamente ispirato al telefilm di Frank Lupo e Stephen J.
Cannell. Se non è sfiga questa, non so cosa sia.

«Joe ma la sigla della serie la usiamo?», «Che scherzi?! A costo di suonarla io con la pianola!»

Il buon riscontro di pubblico di “Smokin’ Aces” (2007) ha
permesso a Carnahan di dedicarsi all’A-Team, con l’approccio di uno che come
noi, è cresciuto con Hannibal e compagni, ma anche con la volontà di portare i
personaggi nel ventunesimo secolo. Mettici poi un certo amore per le tattiche,
le armi e le procedure utilizzate dai soldati e il suo “A-Team”, scritto
insieme ai fidati Brian Bloom e Skip Woods risulta essere un giocattolone,
forse un po’ ambizioso, ma ben venga, visto che trova a suo modo l’equilibrio
tra la volontà di action realistico, dove si parla un sacco di droni quando
ancora, nel 2010, nessuno sapeva esattamente cosa fossero e dove tutti i
personaggi, utilizzano il linguaggio tecnico di Ranger e agenti della CIA, ma
che riesce al tempo stesso a rispettare la natura dei personaggi e lo spirito,
leggero, cazzone (nel senso migliore possibile del termine) e da cartone
animato di un telefilm dove tutti sparavano per non colpire niente,
l’importante era aiutare gli innocenti, costruire robe impossibile usando una
buona saldatrice e portare a termini piani ben riusciti.

Arduo? Decisamente, eppure ditemi quello che volete, io
nella mia vita ho finito per vedermi e rivedermi questo film qualcosa come tre
o quattro volte ed ogni volta mi esalta. Non solo lo trovo molto più
convincente di “The Losers” (magari una volta di queste ne parliamo), ma di
tutta quella moda Hollywoodiana dei primi anni 2000, in cui i nostri telefilm
dell’infanzia sono stati rifatti con grandi nomi nel cast, questo resta il mio
preferito, forse non necessariamente il migliore, però quello che riguardo
molto più volentieri ad esempio di “Starsky & Hutch” (2004) o
“Hazzard” (2005), proprio perché Carnahan qui mette in chiaro di
essere davvero uno di noi, cresciuto con i piani ben riusciti dell’A-Team.

Perché dico questo? Perché è chiaro che Big Joe si sia
ripassato TUTTA la serie almeno una volta prima di mettersi al lavoro su questo
film, sono sicuro che con cento dieci milioni di fogli verdi con sopra facce di
ex presidenti defunti, messi a disposizione dalla 20th Century Fox, quando Carnahan
ha sentito la battuta di Murdock che citavo in apertura avrà pensato: «E se lo
facessimo veramente di far volare un blindato?»

Ricordate: L’esagerazione è sottovalutata!

Mossa che io trovo nobilissima, non solo perché in linea
con l’approccio leggero del telefilm, ma anche perché ve la dico fuori dai
denti, molto, ma molto meglio che guardare il primo episodio della serie classica di Star Trek, vedere la
scena dove Uhura ci prova con Spock e pensare che far fidanzare quei due sia
chissà che gran mossa geniale per aggiornare le trame di Kirk e compagni, come
ha fatto un idiota che purtroppo raccoglie cento volte più considerazione di
quella che merita Joe Carnahan. Dare in testa a GIEI GIEI almeno una volta al giorno, fatto!

Sul ciak sotto il titolo del film, potete chiaramente leggere: GIEI GIEI SUCA!

Big Joe mette su una selezione di attori di tutto
rispetto, che urla a pieni polmoni «Anno 2010!». Lo fa partendo proprio dal
nuovo Hannibal, affidato all’irlandese da combattimento di Hollywood Liam
Neeson, uno che era da poco tornato al cinema di genere che lo aveva generato
nel 2008 con “Taken”, ma godeva ancora della statura dell’attore “impegnato”. Un po’ l’uomo
dei due mondi, esattamente come George Peppard, eternamente ricordato da almeno
un paio di generazioni sorridente a masticare il sigaro, lui che veniva da un’infilata
di film di guerra, quelli con cui sono stati allevati i nostri padri.

Liam in versione Lee Marvin.

Per lo strappamutande con l’aria da venditore di auto
usate nell’anno 2010 chi vuoi chiamare? Bradley Cooper post “Una notte da leoni”
(2009) nomen omen, perché lo guardi e vorresti prenderlo a sberle. Questo
spiega perché nel film è anche quello che ha la responsabilità del piano
finale, quando sei l’attore con più peso a livello di “Star system” è normale,
l’anno 2010 richiede il suo tributo di sangue.

Sharlto Copley ha la faccia da pazzo, un accento sudafricano
(che qui gli scappa fuori solo ogni tanto) tutto matto ed arrivata da quella
bellissima follia di “District 9” (2009), che lo aveva fatto conoscere al
mondo. Ruolo in cassaforte, nulla mi toglie dalla testa poi che quando attacca
a cantare “You spin my head right round” appeso alle pale del elicottero, sia più
che una strizzata d’occhio all’originale “Dead or Alive” (puri anni ’80, come del
resto la serie), una mezza pernacchietta all’hangover di Cooper, in ogni
caso uno spasso, perché è quello che farei io che ho in Murdock il matto il mio spirito
guida.

Murdock uno di noi!

Faccenda complicatissima sostituire Mr. T che infatti ai
tempi si propose nuovamente per il ruolo (storia vera), Quinton “Rampage”
Jackson, campione di MMA, tanto azzeccato e ben piantato fisicamente, quanto
carisma-leso quando si tratta di recitare. Aggravanti? Hai un campione di arti
marziali e gli fai tirare solo un pugno in una scena in soggettiva dove mena, per altro con
inquadratura ravvicinata sulle manone tatuate “PITY” e “FOOL”, un po’ Meat Loaf
in “The Rocky Horror Picture Show” (1975) ma soprattutto parecchie strizzate d’occhio
alla frase tormentone di Mr. T. Aggravante numero due? Se vi scappa di
guardare il film doppiato, lo sentirete parlare come Pino Insegno, che non mi è
simpatico ma questo è un problema mio, più che altro doppia tutti, da Aragorn (bene)
a Borat (male) con casi in cui il primo non si distingue dal secondo.
Qui dona un po’ di spessore alla prova di Jackson, ma mi tira anche un po’
troppo fuori dal film, anche se riesco ad essere indulgente nei confronti di “Rampage”
perché ha l’aspetto minaccioso ma la faccia da “patatone”, anche se andate a
dirglielo voi che gli ho dato del Mr. potato. Se mai mi chiedessero negherò
ogni coinvolgimento.

Carisma così così, però si è approcciato al personaggio con modestia e taglio tamarro.

Completano l’opera, Jessica Biel nei panni della tipa
tosta ovviamente ex di Sberla, ma anche Patrick Wilson in quelli dell’agente
della CIA di nome Lynch (seguito poi da un minuto di svogliato Jon Hamm nel finale),
uno con su scritto in fronte «CATTIVO» così tanto che solo le ambizioni della
trama riescono a calciare questa palla il più in là possibile, prima di iniziare
a giocarla davvero. Menzione speciale per il Generale Morrison, interpretato
dai baffetti di Gerald McRaney, quello di “Simon & Simon” (lui interpretava
Simon) e anche qui, non si esce vivi dagli anni ’80.

Begli occhiali Jessica (facente funzione di Amy Amanda “Triple A” Allen)
Regola dei cinque minuti iniziali che determinano tutto l’andamento
del film? Ci potete scommettere il vostro GMC Vandura del 1983, che qui fa una
veloce apparizione seguita da una sparizione ancora più veloce, doloroso, ma
necessario visto il ritmo della trama. Da qualche parte in Messico il colonello
John “Hannibal” Smith si libera di due torturatori e di due Rottweiler
senza feriti ma emergendo dal buio, con Liam Neeson figo come la neve a Natale e
aiutato da Alan Silvestri che intelligentemente fa uso del tema originale di Mike Post e Pete Carpenter.Da qualche altra parte in Messico, Bosco Albert “P.E.”
Baracus è impegnato in un breve inseguimento che è la cosa più Tony Scott (ad a
sud del confine e del cinema dello Scott giusto) che vedrete in un film, non a
caso prodotto proprio da quello figo di casa Scott, perché Joe Carnahan era il
suo protetto e forse anche questo è il motivo per cui Big Joe non è mai stato
particolarmente fortunato ad Hollywood, ma meglio così che piegarsi all’egida dello
Scott sbagliato.

Poi ditemi che non penso alle lettrici eh? (intendo tutte e quattro)

Sberla (Bradley Cooper) fa le sue cose da Sberla, tipo rischiare
la vita per mano di un mercante d’armi locale cornuto e mazziato
(letteralmente!), il tutto mentre il mondo per dirla alla P.E. va alla rovescia,
quando è un bianco come Hannibal a fregare l’auto ad un nero come Baracus. Forse
i dialoghi spingono un po’ troppo sulla questione dei piani? Dite? Solo perché
in un paio di minuti sentiamo dire: «la prossima volta amico, prepara un
piano», «Non credo alle coincidenze, credo ci sia sempre un piano» e via così, ma posso dirlo? Mi piace questo fede incrollabile di Hannibal, questo suo vedere piani ovunque, anche dove altri vedono che so, solo le scie chimiche. Dà
al personaggio un tocco da guerriero e sciamano, quando nel mezzo del deserto
trova un commilitone, per andare a salvarne un altro.

In questa lunga sequenza molto ritmata, accreditato come
Bo Anzo, nei panni di Mike non perdetevi il cameo del regista Joe Carnahan,
anche se mi rendo conto che l’entrata in scena del Murdock di Sharlto Copley
sia ben più vistosa, con il volo in elicottero che spiega le origini della fobia
di P.E. (eh vabbè ci tocca), usando l’azione il nostro Big Joe segue la
lezione di Spielberg: fai un prequel nel tuo film e racconta le origini dei
protagonisti, però fallo a perdifiato. Mi piacciono i piani Spielberghaini per
riusciti!
Quando il prequel è già comodamente dentro al film, bravo Joe.

Salto in avanti di otto anni, per fortuna di Carnahan gli
americani hanno sempre una guerra in corso, quindi per lui è semplice spostare
l’azione dal Vietnam del telefilm all’Iraq, ovviamente la squadra Alfa o A-team
(si, hanno dovuto spiegare anche questo, ci tocca, secondo estratto) è la
faccia buona e scanzonata delle operazioni sotto copertura americane, mica come
quei pezzi di merda colonialisti, invasori bastardi e con nome che comincia per
“B” dei Black Forrest eh? Le divise, le armi, il modo di impugnarle e l’atteggiamento
è quello da moderno e serissimo film militare, il cuore è quello un po’ cazzone
del telefilm, uno spirito da cartone animato per cui si cazzo! Facciamo volare
un blindato, come dice Hannibal: «Perché l’esagerazione è sottovalutata amico
mio», che potrebbe tranquillamente essere il motto ufficiale della Bara Volante
insieme a «Passami la birra!»

…vennero condannati ingiustamente da un tribunale militare (cit.)

Le matrici della zecca di Saddam, sostituiscono la rapina
alla banca di Hanoi della serie ma portano allo stesso punto: un generale
ucciso, un drammatico funerale sotto una pioggia battente (che fa subito The Rock) e un processo farsa, che rende l’A-Team prima carcerati e poi fuggiaschi
in cerca di redenzione, delle matrici e del colpevole. Quaranti minuti,
ritmatissimi di film e cosa è successo? Metà di quella che era la frase
introduttiva prima dell’esaltante sigla di ogni episodio ovvero: Dieci Otto
anni fa gli uomini di un commando specializzato operante in Vietnam Iraq
vennero condannati ingiustamente da un tribunale militare. Evasi da un carcere
di massima sicurezza si rifugiarono a Los Angeles, vivendo in clandestinità. Qui
Joe Carnahan ci lascia con quello che comunque è un bel restare in sospeso,
perché tanto la famosisisma frase d’apertura la sappiamo tutti a memoria,
quindi il punto d’arrivo del film è noto, per fortuna il come ci si arriva è
piuttosto divertente. Anche se va detto, centodieci milioni di fogli verdi con
sopra facce di ex presidenti defunti ma non tutti sono andati spesi in CGI
(invecchia peggio di Neeson che si conserva meglio), mettiamo pure in chiaro
che Bradley Cooper nel 2010 non veniva via per poco, con gli spiccioli però si sono
pagati le apparizioni speciali di Dirk Benedict e Dwight Schultz, i nostri
Sberla e Murdock, che nella versione vista nei nostri cinema, compaiono in un
paio di scenette dopo di titoli di coda, invece nella “Extended Cut” sono stati
piazzati in maniera un pochino più organica (ma sembra abbastanza
gratuitamente) nella trama.

L’originale Murdock il matto non si scorda mai.

Cosa vi devo dire, a me di questo film piace tutto,
persino il fatto che a volte le esplosioni coprano le parolacce, mi sembra un
modo intelligente per girare attorno (in parte) al visto censura omaggiando lo
spirito originale della serie. Mr. T, che non ha “benedetto” il film (anzi!) e
non ha fatto nessun cameo a differenza dei colleghi, viene evocato nei
turbamenti di “Patatone Elemento” Baracus, che non si sente all’altezza di una
frase di Gandhi ma a cui basta una frase di Gandhi per abbracciare di nuovo il
taglio da Mandingo (anche se si ostinano a chiamarlo da Mohicano, quando è
sbagliato) che per altro sparisce e ritorna nel finale, che è davvero un inno
all’esagerazione, per un film che ha il cuore dal lato giusto e si diverte a sfoggiarlo
per tutto il tempo.

«Facciamo un piano, ma che sia ben riuscito»

L’evasione dall’ospedale psichiatrico in Germania, con l’Hummer
che sfonda la parete durante la proiezione di “La grande fuga” (in realtà
spezzoni presi dal telefilm) è una presa per il culo ad un moda che nel 2010
ancora ci perseguitava come i film in 3D. Allo stesso modo la trovata del volo
con il blindato, è talmente scema da fare il giro e risultare uno spasso, anche
perché chi altri proverebbe a far volare un carro armato se non quei matti dell’A-Team?
Ve lo dico io che di far volare bilici storicamente considerati inamovibili me
ne intendo.

Battute che nel 2010 facevano più ridere.

Difetti? Penso di averli elencati un po’ tutti e nessuno
in tutti questi anni mi ha mai convinto a detestare questo film, anzi, spesso
li trovo addirittura dei pregi visto il contesto di un’operazione particolare come
questa, forse potremmo dire che il secondo atto sul finale, intreccia un po’ di
eventi e per dar spazio a Jessica Biel e Patrick Wilson alza un po’ il piede
dall’acceleratore, ma è più che altro una rincorsa in vista del finale,
considerando che comunque in quella porzione di film Baracus scende correndo e sparando
dalla vetrata di un grattacielo, tutto sommato non ci si annoia proprio mai con
l’A-Team di Joe Carnahan.

Un film che mantiene quello che promette perché dopo quel finale
gustosamente caciarone arriva anche la seconda metà della frase introduttiva
(con tanto di vignette da fumetto, giusto a chiarire ancora una volta il tono
dell’operazione), per quello che è la versione in grande di una puntata a caso
della serie, magari proprio la 2×15, solo che questa volta il blindato vola per
davvero e non solo in una riga di dialogo.

Carnahan ricorda che Bradley Cooper ha imparato a sparare così bene con l’M4A1 da riuscire a ricaricare in due secondi appeso in questa scena, meglio di Val Kilmer in Heat, ma la notizia non ha mai preso davvero piede come sperava Joe.

Per me il problema vero resta il fatto che questa
incarnazione dell’A-Team non ha mai avuto un piano “B”, al netto di un incasso
in positivo (177 milioni di fogli verdi con sopra facce di ex presidenti
defunti) la 20th Century Fox non si è detta convinta destinando agli incassi dell’home
video il destino di un eventuale seguito che ovviamente non è mai arrivato.
Anche se Joe Carnahan si è prodigato scrivendo un paio di fumetti dedicati alla
sua versione dei personaggi, un peccato perché io qualche altro piano ben
riuscito messo su da Liam “Hannibal” Neeson e compagnia l’avrei anche
guardato volentieri.

Il problema però delle operazioni malinconia è sempre lo
stesso, i fan sono conservatori quando si tratta di film, quando si tratta di telefilm
invece, perché dovrei pagare per andare a vedere una nuova A-Team, quando
quella che conosco viene replicata quotidianamente in televisione? Forse anche
per questo la moda di vecchi telefilm rifatti al cinema è tramontata presto. Peccato, perché con questo spirito qui tra il serio e il faceto, mi sarei goduto
anche un film sui G.I.Joe diretto da Big Joe, che secondo me avrebbe potuto farmi
questo grande regalo.

…ma se avete un problema che nessuno può risolvere – e se riuscite a trovarli – forse potrete ingaggiare il famoso A-Team (cit.)
In ogni caso il mio è un bel consolarsi, visto che dopo
aver abbracciato l’esagerazione come stile di vita e piano principale, Carnahan
è tornato ad una dimensione più intima, regalando proprio a Liam Neeson uno dei
suoi ruoli più intensi nel bellissimo The Grey. Perché se non si fosse
capito, Big Joe è il tipo di regista che piace solo ai pazzi come me che hanno
in Murdock il loro spirito guida. Carnahan meriterebbe ben altre fortune ma
anche per la sua carriera, pare non esserci un piano B, poco male Joe, questa Bara
ti vuole bene lo stesso.
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