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Addio al re (1989): L’Apocalypse Now Miliusiano

Questa settimana parliamo di come sarebbe stato “Apocalypse Now” se fosse stato scritto e diretto da John Milius, benvenuti ad un nuovo appuntamento con…

Penso sia cosa
nota a tutti che John Milius abbia contribuito a scrivere la sceneggiatura di
“Apocalypse Now”, la prova concreta sono tutte le parti dedicate al Surf che si
trovano nel filmone di Francis Ford Coppola.

Molto note
sono anche le difficoltà che ci sono state sul set del film, non ci provo
nemmeno a riassumerle, io e i riassunti non siamo tanto amici, vi dico solo che
là fuori ci sono libri interi scritti su tutti i casini legati alla produzione
di “Apocalypse Now”.
Non soddisfatto
dell’andazzo preso dal film di Coppola, Milius a suo modo, torna sul luogo del
delitto.



Milius che torna rombando (Il teschio di Yorick arriva dalla sua collezione privata).
Durante un
lungo conflitto bellico (la seconda Guerra Mondiale), un soldato diserta e si
rifugia in un luogo lontano dal conflitto. Diventa Re di una tribù del Borneo
che lo idolatra come un Dio (e che lui chiama i miei Comache). Alcuni soldati
Inglesi, lo raggiungono per chiedere il supporto dei locali contro i
Giapponesi, vengono prima presi prigionieri e poi si lasciano sedurre dal
fascino del Re, tanto carismatico da convincere il suo popolo a fare qualunque
cosa, anche sacrifici eclatanti.
Inserite il
Vietnam e i soldati Americani ed è chiaro che il riferimento è il Colonnello
Kurtz interpretato da Brando. Anche come materiale di partenza Milius sceglie “L’Adieu
au roi” di Pierre Schoendoerffer, ma avendo chiarissimo in testa anche “L’uomo
che volle farsi Re” di Kipling, portato al Cinema da John Huston, grande fonte
di ispirazione per Milius.



Che dite? Fa abbastanza Kipling questo inizio?
Il
protagonista di questo film si chiama Learoyd (Nick Nolte), di fatto è quello
che sarebbe stato Kurtz, se si fosse ritirato nella giungla, prima che il morbo
della guerra lo consumasse completamente. La differenza sta nel fatto che
l’Occidentale mandato alla sua corte, non viene per ucciderlo, ma per cercare un
dialogo.
L’inizio del
film a mio avviso è molto bello: ci sono cinque minuti buoni di flashback, in
cui vediamo il passato del protagonista, la voce off sottolinea il fatto che la
storia sia un viaggio nella memoria del protagonista, che ricorda il Secondo Conflitto Mondiale come parte del suo passato, della sua giovinezza. 
Con veramente
poco Milius tratteggia un personaggio che si auto nomina Re del Borneo e si
comporta come se lo fosse davvero.

Lo so Nick, la guerra è una brutta bestia…
Ancora una
volta abbiamo due personaggi contrapposti che intrecciano un rapporto di
amicizia virile, non macchiata dal rischio di apparire ambigua. I due sono
costantemente in conflitto, impegnati a mettersi alla prova (come la scena in
cui il bambino viene minacciato), mentre sviluppano un reciproco rapporto di
stima.
Tutta la prima
parte ha un’atmosfera sospesa, il film è ambientato negli anni del Secondo Conflitto Mondiale, ma in realtà sembra che i protagonisti si muovano in un
tempo non ben definito, ma tutte le svolte delle storia sembrano attingere a piene mani dalla letteratura classica. 
Ci sono
conflitti che cominciano per l’amore tra due giovani provenienti da famiglie
rivali. Si può diventare Re uccidendo in un duello (che nei racconti dura ore)
un guerriero nemico, e una delle mie scene preferite è quando Learoyd convince le
donne del villaggio a fare “L’embargo della patata” per convincere i rispettivi mariti, a tornare in riga. Insomma, si respirano echi di Kipling e
Burroghs (inteso come Edgar Rice), ma anche e ovviamente il Conrad di “Cuore di
Tenebra”.

All hail to the King…

Bisogna, però,
registrare un clamoroso calo di ritmo nel secondo tempo del film. Milius ha
passato anni a lamentarsi con la produzione, attribuendo a loro la colpa delle
modifiche di montaggio fatte al film. C
omunque
anche nella parte che precede il finale, Milius riesce a spiazzare, infilando
una serie di bellissime contraddizioni quasi tutte legate al personaggio di Learoyd.

Il Re è
sicuramente un pacifista in fuga dalla guerra, ma quando è il momento, si
dimostra pronto a insegnarne l’arte ai suoi uomini e ad armarli
con fucili automatici, in un dialogo arriva a pretendere le granate che
serviranno per non farsi portare via i fucili. Salvo poi nel finale, quando la
guerra si scatena di nuovo, Learoyd rinnova la sua volontà a non alzare mai più
una mano contro nessuno (anche perché ormai aveva già ucciso tutti…).



Re Learoyd tenta la via delle mediazione diplomatica.
Sembra quasi
che Milius voglia dirci che la violenza per gli uomini è una vecchia abitudine
a cui non si può rinunciare, ma appena pensi di aver capito il messaggio di
Milius, lui mette in bocca al suo protagonista un’altra riga di dialogo
(scritta come al solito alla grande) per confonderti ancora un pò. Learoyd
parlando del suo folle passato, dichiara di essere stato anche comunista e
quando gli chiedono: “Come può un
comunista diventare re?”, lui risponde deciso “Solo ad un comunista sarebbe
potuto venire in mente!”.
Anche nella
parte del film più confusa (anche eticamente), a tener banco è sicuramente Nick
Nolte, grande e grosso lo è sempre stato, qui sfoggia la magrezza che avrebbe
dovuto avere il Colonello Kurtz, se Brando non avesse avuto altre idee (e una
passione per le ciambelle). Nolte recita sfoggiando sistematicamente tutte le
espressioni sbagliate, lo guardi e sembra uno più adatto a stare nella natura
che con le persone, in questo film Nick Nolte ha lo sguardo da pazzo ancora
più del solito, recita credendoci, credendoci tantissimo, una prova magnifica,
in cui ha portato alla luce tutto il suo lato più selvaggio.



Tipo Marlon ma senza la panza… Like a boss!
I personaggi
in fuga dalla guerra, si ritrovano a doverla di nuovo affrontare, una volta
superata, tutto è pronto per il gran finale. Un piccolo capolavoro in cui
di nuovo un bravissimo sceneggiatore come Milius, rinuncia alle parole in
favore delle immagini. Ritorna il saluto da lontano visto in Corvo Rosso non avrai il mio scalpo, un gesto semplice, che da solo vuol dire più di mille
parole. Anche se i due uomini sono lontani fisicamente, non sono mai stati più
vicini di così, non si sono mai voluti così bene come ora che si stanno
dicendo addio… Tutto questo senza proferire una singola parola.
È il cinema, bellezza! E tu non ci puoi far niente…
La scena è
carica di emotività grazie ad un montaggio alternato fatto come Cristo comanda
e alle musiche del fidato Basil Poledouris che ancora una volta azzecca il
tema giusto, sentimentale senza scadere nel melenso e sempre carico di epica.
Insomma, malgrado il presunto boicottaggio in fase di montaggio e qualche
contraddizione sparsa, John Milius è riuscito a fare la sua personale versione
di “Cuore di tenebra”. Non ha potuto metterci il Surf solo perché non era stato
ancora inventato, altrimenti avremmo visto anche un paio di tavole su tutte
quelle belle spiagge.
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