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Air – La storia del grande salto (2023): il film su Michael Jordan (quasi) senza Michael Jordan

Chicago, stagione
’97-’98, la conoscete è quella dell’ultimo ballo. Pippen è
temporaneamente fuori per infortunio, la dannata schiena gli fa vedere le
stelle e il record della squadra non è il massimo, ci vuole maggiore impegno da
parte di tutti, doveroso quando indossi la maglia dello stesso colore di quella
di quel tale che sulla sua, sulla schiena porta ben leggibile JORDAN e il
numero 23.

Dennis Rodman
risponde presente, mister cattivo ragazzo (ma genio assoluto del gioco) si
conferma un ottimo secondo violino per un po’, poi le sue abitudini chiamano e
il Verme scompare. Non lo trova più nessuno, quello con la numero 23 di
persona, con alle porte i playoffs della loro stagione più importante, l’ultima insieme,
prende un aereo per andare a ripescare Rodman, dove? Nella città che preferisce
al mondo, quella del peccato, Las Vegas. Dennis è sparito per un fine settimana
che “Una notte da leoni” lèvati, ma lèvati proprio, in compagnia di Carmen
Electra – se siete giovani non la ricordate, se la ricordate, in vita vostra
avete avuto problemi di vista – MJ recupera il compagno di squadra, riportandolo
a Chicago, immagino acchiappandolo per uno dei numerosi orecchini sulle sue
orecchie.

Storia vera. assurda
ma vera. Perché ve la racconto, anche se l’avete sentita dai diretti
protagonisti in The Last Dance? Per farvi ragionare su un punto chiave:
la vita può permettersi di fare il cazzo che vuole, come Rodman che sparisce
per un fine settimana di fuoco. Se i personaggi che vi ho raccontato e questa
scenetta, l’aveste letta in un romanzo, vista in un film o in una serie tv, cosa
avreste pensato? Ve lo dico io: amico scrittore di ‘sta roba, metti giù il
fiasco. La vita no, la vita a differenza del cinema può permettersi le
coincidenze, i momenti incredibili, alcune storie sono già da cinema e se mai è
esistita una storia che è stata cinematografica in numerosi momenti era quella di Michael Jordan.
 
Io non sono Ben Affleck, non vi nascondo MJ, sulla Bara lo sfoggio.


Tanto che nel corso
degli anni è stata raccontata in tutti i modi, io stesso non ho mai perso
occasione per farlo per il semplice fatto di essere cresciuto nel mito
di MJ, potrei tediarvi ancora ma mi militerò a dirvi che io ero il ragazzino
cantato da Macklemore, ma non sono qui per raccontarvi questo, perché la
storia di oggi è sempre quella di MJ, solo raccontata dall’ennesimo punto di
osservazione, però voi il pezzo ascoltatelo lo stesso, Wing$ è un ottimo
spaccato di un tempo che andato che vi servirà ad entrare nell’ottica del
film di oggi, voglio credere che lo abbia ascoltato anche Ben Affleck e il suo
sceneggiatore Alex Convery, prima di lanciarsi in questa operazione.

 

La storia di “Air” – appesantito dall’ennesimo sottotitolo italico inutile, in cui qualcuno si è
divertito a spacciarsi per brillante nella scelte delle parole – chi è
appassionato di Basket la conosce già, per il semplice fatto che non esiste un
singolo dettaglio della carriera sportiva di MJ che non sia stato sviscerato. Se invece della pallacanestro non conoscete nemmeno il numero di giocatori in
campo per squadra (cinque) potrete gustarvelo lo stesso, perché racconta di
come la Nike, che allora era una pulce a confronto di super potenze come la
Converse (54% del mercato) e la tedesca Adidas (29%), queste due avevano sotto contratto
tutti i giocatori migliori e nel 1984, prossimo al suo esordio nella NBA,
proprio quest’ultimi, stavano per mettere le loro scarpe con tre bande
laterali, ai piedi di un ragazzo in linea di massima promettente da Wilmington,
North Carolina, un tale di nome…

Indizio: la “M” non sta per Maurizio.
La storia ruota
tutta attorno all’appassionato (anche scommettitore) Sonny Vaccaro e a come è
riuscito a convincere il suo capo e proprietario della Nike con porsche color uva, Phil
Knight, a firmare il più grosso contratto mai firmato dall’allora piccola nike,
quello che avrebbe cambiato il mercato per sempre trasformandola beh, nella
NIKE, scritta proprio così.

So cosa state
pensando, sarebbe come raccontare la produzione de Il Padrino, non dal
punto di vista di Coppola, uhm ok forse avrei potuto fare un altro esempio.
Chissene frega di un film sul basket dove nessuno tira, schiaccia, passa,
stoppa o passa no? Ma in fondo potremmo dire la stessa cosa su molti altri
soggetti.

Come può essere
avvincente la storia della ricostruzione degli Oakland Athletics, raccontata
dal punto di vista del loro general manager Billy Beane? Un altro esempio? Il
Faccialibro, cosa mi può fregare di come Zucchina lo abbia creato e reso
popolare? Ecco infatti, ogni volta che mi rivedo “The Social Network” (2010) e
devo dire che lo faccio con una certa frequenza, resto incollato fino ai titoli
di coda e quando sento partire quel pezzo dei Beatles, mi stupisco che sia già
finito (storia vera). Qui è la stessa identica cosa, con la differenza che Alex
Convery non è Aaron Sorkin anche se le prova tutte per sorkinizzare (EH!?)
riuscendoci anche piuttosto bene, aggiungo un altro punto, marchettone e spot
pubblicitario per la Nike? Ovvio, ma non più di quanto già non lo fossero Space Jam e Terminator o che so, Ritorno al futuro per la Pesi e
direi che con questa, vi ho appena venduto il film o per lo meno, vi ho fornito
argomenti per fugare i vostri dubbi iniziali sull’operazione che ammettiamola,
è stata pubblicizzata.

«Product Placement», «Ok, ora puoi dirlo in italiano?», «Marchetta», «Ora mi è chiaro, grazie»
Per un mese (tempo
percepito, magari erano solo un paio di settimane) in ogni telegiornale
parlavano di “Air”, come plateale scusa per infilare in un servizio di tre minuti,
due minuti e quaranta della coppia BENAFFLECKJENNIFERLOPEZ. Vi giuro che io
vorrei avere per le mani la testa del giornalista a cui ho sentito dire le
parole «… e c’è di mezzo anche lei!» come se JLo figurasse tra le produttrici
del film, cosa che non è affatto vero (ho controllato) quindi tu, penna
prezzolata che diffondi disinformazione nel tuo servizio acchiappa attenzione, manda
pure l’assegno del tuo stipendio alla Bara Volante (labaravolante@gmail.com ti rispondo con l’IBAN su cui versare) perché tanto sono soldi che hai
rubato.
Volete Ben & Jen? Io vi do Ben & Jen ad una partita dei Celtics e ‘fanculo al vostro gossip!
Io capisco che Ben
Affleck non aveva più diretto nulla dai tempi del disgraziato “La legge della
notte” (2016) arrivato dopo il successo e l’Oscar vinto per “Argo” (2012).
Capisco anche che il ritorno della coppia di amici Matt Damon e Ben Affleck,
che qualche mese prima che MJ facesse la storia del gioco laggiù nello Utah,
portarono a casa l’Oscar come miglior sceneggiatura per “Will Hunting”, sia
argomento ghiotto si, ma mai quanto BENAFFLECKJENNIFERLOPEZ, però “Air” ha dei
numeri.
Per prima cosa il
film riesce a ricreare più che decentemente il 1984, attraverso costumi,
acconciature (brutte) e l’uso della musica, Dire Straits, ZZ Top, Cyndi Lauper
e Bruce Springsteen, basta il prologo del film per mettere in chiaro che questi
non sono gli anni ’80 di plastica che vanno tanto di moda, anche perché l’aria
è quella di un film tra amici, dove MEEEEIT DEEEEIIIIMON (cit.) può permettersi
di sfoggiare la panza e Ben Affleck si ritaglia il ruolo “da scemo” Phil Knight,
con i piedi scalzi sulla scrivania, tutto tute di acetato e aforismi Zen,
ovvero il capo che si affida a grafici e tabelle, il cui vecchio compare gli ricorda
come si faceva ai primi tempi, con quell’atteggiamento da venditore piede di traverso
nella porta.
Produce scarpe, non le usa (ma spero faccia lievitare le visualizzazioni, mi hanno detto che le foto di piedi sono il futuro!)
La regia di Ben
Affleck è competente, ben ritmata, i 112 minuti di “Air” filano via belli lisci,
anche grazie ad un buon lavoro di montaggio, anche se è chiaro che Affleck sia
prima di tutto uno che sa cosa vuol dire ricevere direttive da un regista sul
set. Infatti nel film funzionano tutti, Chris Messina nei panni dello
stronzissimo (nella realtà era anche peggio) agente di MJ, David Falk, oppure
il rassicurante Jason Bateman, perfetto gregario di lusso nei panni di Rob
Strasser.

La prova
dell’abilità di Affleck di mettere i suoi colleghi a loro agio, arriva da due
attori che mal sopporto perché beccami gallina se sono mai riusciti a farmi
ridere, ovvero Marlon Wayans e Chris Tucker che qui oh! Sembrano quei giramondo
NBA sempre con la valigia pronta, mai efficaci malgrado le tante maglie
cambiate in carriera, che qui ci stanno alla perfezione. Dimmi dove giochi, ti
dirò che tipo di giocatore sei, vale anche per gli attori.

Si, sei stato quasi sopportabile qui Chris, ora vai a sederti in panchina.
Proprio al suo
grande amico Matt, il regista lascia il palcoscenico, il suo Sonny Vaccaro non
è un santo, per fortuna siamo lontani dall’agiografia, di sicuro è uno affetto
da “The disease” (cit.) uno con il cuore che batte per la pallacanestro, in un
film che procede in crescendo in cui il componente della famiglia Jordan più
importante, non è quello bravino con la palla a spicchi, nel film sempre di
spalle, impersonato da un sosia (Damian Delano Young), perché qui si gioca ad
un altro gioco, un gioco costruito sopra la pallacanestro in cui per una volta,
ho trovato anche sensato che papà James Jordan, personalità a dir poco
fondamentale per il celebre figliolo, qui giochi in ala, perché la vera MVP è
mamma Deloris Jordan, non a caso assegnata a quella fuoriclasse di Viola Davis.
“Money in the bank” come quando Tim Duncan la appoggiava a tabellone, una
sicurezza.
La “V” di Viola ma anche di Vittoria assicurata, ruolo in cassaforte.
La parte più
improbabile di “Air” è come la “fuitina” di Dennis Rodman, può sembrare assurda
ma è la pura verità. Mi riferisco alla trattativa gestita da mammà, in cui la
signora Jordan ha tenuto in scacco la Nike, con un accordo che ha cambiato per
sempre il modo di vendere le scarpe, come di dicevo, una storia (VERA)
che chiunque ami la pallacanestro già conosce.

La parte
incredibile, nel senso quella che potrebbe farvi sollevare un sopracciglio è
un’altra, il momento in cui diventa chiaro che il film è scritto da Alex
Convery che sorkeggia (EH!?!) e non dal titolare dell’aborto di aggettivo che ho
cercato di utilizzare, ed ora come Sonny Vaccaro vi chiedo di credere.

Ormai un po’ ci
conosciamo, sapete che per me argomentare è un Kata come nelle arti marziali,
da fare a ripetizione ambendo – si spera – alla perfezione del gesto, me lo
avete visto fare mille mila volte su questa Bara, forse due o tre in meno, non
importa. Questa volta vi chiedo di credere alla mia pancia, alla pelle d’oca di
uno che ancora oggi, ogni volta che parla, sente parlare o quando parte Silence
degli Alan Parsons Project di restare completamente tranquillo, proprio
non è capace. Io capisco che QUEL monologone finale di Matt Damon, quello in
cui il suo personaggio conferma di avere “la vedenza” profetizzando il futuro
nei minimi dettagli, sia il climax del film, il momento cinematografico in una
storia che è già cinema di suo, però con tutta la mia propensione alla pelle
d’oca per Sua Maestà Aerea, davanti a quella scena ho pensato: «Anche meno
ragazzi, anche meno.»

MEEEEIT DEEEEIIIIMON!
Ma è davvero l’unico
difetto che riesco a trovare in un film competente, che parla di capitalismo
senza glorificarlo, bastano la parole di Viola Davis al telefono per garantire
della bontà dell’operazione, che può essere apprezzata (o no eh? Mica vi
obbligo, ci mancherebbe) anche da chi non è fanatico di pallacanestro. Anzi
ecco, dovessi trovare un altro difetto, direi questa moda di infilare
dei “romanzi” a fine film, una proliferazione di finali in cui come spettatore,
ci troviamo muri di testo da leggere, per conoscere il destino di tutti i personaggi
coinvolti, sono un lettore e per fortuna leggo abbastanza velocemente, non è
quello il problema, più che altro la trovo una soluzione anti-cinematografica
fin troppo di moda nelle biografie.

Visto che ho messo
sul tavolo due difetti, chiudo con un pregio, tanto che Alex Convery forse non
è stato abbastanza abile da costruirci attorno tutto il film, ma Ben Affleck
molto a fuoco, ha dato valore a quella scena in cui il brividino l’ho avuto,
quando Matt Damon rivede mille volte il tiro della vittoria di MJ nelle finali
NCAA del 1982 e capisce che quello, aveva dentro qualcosa che non avremmo più
rivisto, quello è il momento cinematografico, in una storia già cinematografica
di “Air”, credete alla mia pancia e BEN fatto BEN Affleck (ah-ah), si vede che la pallacanestro ti dona, continua così. Ora fai dieci tiri liberi, poi vai a casa.

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