
Tutte le monografie che ho trattato qui sulla Bara Volante, contengono un titolo che non è il migliore della filmografia di cui fanno parte, ma è lo sfavorito della corsa, il vincitore romantico, il mio MVP del cuore, il titolo che di testa, non può essere il numero uno, ma de panza sì, bentornati a… Non è cinema, è Martin Scorsese.

Dopo un titolo sentito come Kundun, il Buon Vecchio Zio Martin decide di portare sul grande schermo “Pronto Soccorso”, romanzo di Joe Connelly, che prima di dedicarsi alla scrittura, per un decennio ha lavorato come autista di ambulanze. Quella decadenza umana, quelle notti newyorkesi, per Scorsese potevano avere un solo cantore, il suo nemico-amico Paul Schrader, per quello che è stato il loro quarto e fino ad ora ultimo film insieme, visto che “Al di là della vita” è un film sulla fine di tutto, in questo caso anche delle collaborazioni.
Dopo aver aperto gli anni ’90 con Quei bravi ragazzi, aver toccato l’apice di quel decennio proprio a metà, nel 1995, con Casinò, un attimo prima della conclusione del secolo, che guarda caso avrebbe avuto come atroce ciliegina sulla torta, un brutto giorno di settembre di un paio di anni dopo, pensate, proprio a New York, con questo film Scorsese decreta la morte degli anni ’90, di una certa parte della sua città e forse, anche del suo modo di raccontare la Grande Mela, nata nelle strade di Mean Streets. Il film andai a vederlo subito, sull’onda di un trailer che sparava a manetta la bellissima “You can’t put your arms around a memory” di Johnny Thunders, lo amai dalla prima visione, anche se fu un flop clamoroso al botteghino, ogni volta che mi capita di rivederlo, succede sempre che scelgo una cattiva giornata per farlo, a dirla tutta, anche oggi che mi sono deciso finalmente a scriverne, non è proprio una gran giornata, anche se casualmente è il compleanno di Nick Cage (anche se voi lo leggere dopo, storia vera), visto che è il mio Scorsese del cuore… Classido!

Nelle sapienti mani di Paul Schrader, il romanzo viene modificato quel tanto che basta per adattarsi ancora meglio alla poetica di uno dei Maestri della New Hollywood e dello stesso Schrader, che quel titolo non se lo vede mai appioppato ma a ben guardare, dovrebbe essere suo di diritto. Sul grande schermo la storia diventa un affresco visionario e deformato di una metropoli che allo stesso tempo si ama e si detesta, grottesco come Fuori orario, ma senza l’umorismo nero di quel vortice kafkiano, urbano come Taxi Driver, con in più un altro povero Cristo, l’ennesimo della filmografia di Scorsese, che prova a salvare anime lungo una notte che sembra infinita, a sua volta tentato, ancora una volta.
Frank Pierce (Nicolas Cage) lavora come paramedico per l’EMS, in teoria, il suo compito dovrebbe essere quello di salvare vite umane, in pratica, è in striscia negativa aperta. Da tempo riesce solo a raccogliere e portar via i cadaveri, come suggerisce lo stesso titolo originale del film, “Bringing Out the Dead”. Ogni intervento si conclude con un fallimento, le persone muoiono sotto i suoi occhi e questo continuo senso di impotenza lo sta trascinando verso una progressiva perdita di lucidità.

A tormentarlo più di tutto è il ricordo di Rose, una giovane tossicodipendente morta per overdose che Frank non è riuscito a salvare, il rimorso lo consuma tanto da trasformare la sua dieta da solida a liquida, nel senso di composta al 100% da alcolici, sperando, neppure troppo velatamente, di essere licenziato. Ma quando fai il paramedico nessuno ti licenzia, visto che sei sulla linea del fronte e servono sempre uomini e donne, per questo Frank è costretto così a tornare in strada, ad affrontare ancora una volta i durissimi turni notturni, in una notte che pare non terminare mai.
La principale modifica apportata dalla sceneggiatura di Paul Schrader, consiste nell’accentuare l’arco narrativo del protagonista, affiancandogli nel corso della notte tre colleghi, uno diverso dall’altro, dal rassicurante e scansafatiche John Goodman, allo spavaldo e in piena fase mistica Ving Rhames, per arrivare al pazzoide schizzato Tom Sizemore. L’abuso di alcol non aiuta, anzi genera visioni continue, Frank scorge il volto di Rose ovunque: nei lineamenti delle ragazze, nei corpi dei sofferenti, nelle prostitute e nei tossicodipendenti che incontra durante le notti di lavoro, i fantasmi che ciascuno si porta dentro sembrano materializzarsi per lui sulle strade di New York, dove li vede vagare nei luoghi in cui hanno perso la vita, come se la città fosse un immenso cimitero a cielo aperto.

Protagonista assoluto è Frank, interpretato da un Nicolas Cage in stato di grazia, che attraversa una personale via crucis, come egli stesso afferma, salvare vite è una dipendenza: dà l’illusione di essere Dio, o quantomeno di assomigliargli. Senza la percezione di una missione superiore si è destinati a crollare, basta però riuscire a salvarne una per ritrovare un fragile equilibrio con il mondo. Infatti tutto il suo percorso passa attraverso questo, un senso di colpa auto imposto che fa a pugni con dogmi religiosi, in un finale che comunque è già bello coraggioso così, figuriamoci per un regista smaccatamente cattolico come Scorsese.
Merita attenzione il tono ironico riservato al personaggio fanatico di Ving Rhames, convinto di agire come strumento divino e che trasforma ogni turno in una sorta di spettacolo mistico, così come il suo opposto incarnato da Sizemore, ossessionato dal sangue e incline alla violenza. Frank, al contrario, è un combattente ostinato: strappa un uomo alla morte e riconosce nella figlia di quest’ultimo una figura salvifica, una moderna Maria Maddalena – non a caso chiamata Mary – ex tossicodipendente dal passato tormentato.

Sebbene l’ambientazione newyorkese evochi inevitabilmente le atmosfere di Taxi Driver, Frank appare come una figura cristologica contemporanea, un angelo bianco vestito illuminato dalla fotografia del fidato Robert Richardson, che sceglie consapevolmente di continuare a portare il proprio fardello. Fedeli a una visione profondamente pessimista, Scorsese e Schrader ipotizzano una possibile ricomposizione della psiche del protagonista solo attraverso il rifiuto del suo stesso lavoro, in un finale che diventerà catartico.
“Al di là della vita” è uno di quei film che sembrano esistere in uno stato di perenne stanchezza, come se fossero sempre sul punto di collassare insieme al loro protagonista, non è un’opera che cerca l’equilibrio, né tantomeno la grazia, è un film che ansima, che si trascina per le strade notturne di New York come un corpo esausto, incapace di fermarsi ma anche incapace di andare avanti. Martin Scorsese, qui, non racconta semplicemente una storia di redenzione o di fallimento, costruisce un’esperienza sensoriale e mentale che ha la forma di un purgatorio urbano, un viaggio circolare che non promette salvezza ma solo consapevolezza, oltre che a parlare della fine, quella definitiva, in una maniera che trovo sempre molto profonda.
Frank Pierce, il paramedico interpretato da Nicolas Cage, non è un eroe né un martire ma è un uomo svuotato, consumato dal peso di ciò che non è riuscito a fare, vive in uno stato di insonnia cronica che non è solo fisica, ma soprattutto morale. Non dorme perché non può permettersi di farlo: chiudere gli occhi significherebbe lasciare spazio ai fantasmi, ai volti di chi non è stato salvato, ai ricordi che continuano a bussare come sirene lontane. In questo senso, “Bringing Out the Dead” è prima di tutto un film sulla colpa, su quella forma di colpa che non deriva da un’azione sbagliata, ma dall’impotenza.

Scorsese immerge lo spettatore in un flusso notturno continuo, quasi ipnotico, le notti di Frank si susseguono senza una vera distinzione, come se il tempo avesse perso la sua funzione lineare, la città diventa un organismo vivente, pulsante, malato, attraversato da ambulanze che sembrano globuli rossi impazziti in un corpo prossimo al collasso. New York non è più lo spazio mitico o criminale di altri film scorsesiani: qui è un luogo stanco, degradato, spiritualmente esausto, la città che non dorme mai, ma non per vitalità, più che altro per depressione e disperazione.
Il lavoro di paramedico diventa così una metafora brutale dell’esistenza stessa, Frank arriva sempre “troppo tardi” o “quasi in tempo”, in quella zona grigia dove la vita non è ancora scomparsa ma non è nemmeno davvero presente. Ogni intervento è una lotta contro l’inevitabile, una corsa che spesso non porta da nessuna parte, Scorsese non edulcora mai questa dimensione, infatti la morte non è spettacolarizzata, ma trattata come un evento ordinario, quasi amministrativo. Nicolas Cage da parte sua, offre una delle interpretazioni più trattenute e dolorose della sua carriera, il suo Frank Pierce è un uomo che ha già perso, ma che continua ostinatamente a giocare una partita che sa di non poter vincere: volto segnato, sguardo assente, la voce che sembra sempre sul punto di spezzarsi, tutto contribuisce a costruire un personaggio che vive in uno stato di dissociazione permanente. Cage non interpreta la follia in modo esplosivo, ma la suggerisce come un logoramento lento, una crepa che si allarga notte dopo notte, prendere appunti e vedere (o rivedere) questo film, per tutti quelli che lo considerano scarso, raccomandato o “Poco espressivo”, via veloci, ripassare.

Attorno a Frank ruota una galleria di personaggi che sembrano incarnare diverse reazioni al trauma, i colleghi paramedici non sono semplici spalle comiche o caricature, sono maschere della sopravvivenza anche quando fanno gag come quella degli occhiali da sole. C’è chi reagisce con il cinismo, chi con la rabbia, chi con una forma di fanatismo quasi religioso, ognuno ha trovato un modo per continuare a funzionare davanti a tutta queata morte, e proprio per questo appare, a suo modo, già morto. Menzione speciale per il tossicissimo Noel di Marc Anthony con i rasta o l’apparizione lampo di Michael Kenneth Williams, a proposito di visioni, uno dei dispensieri in ospedale, è il solito cameo di zio Martino, occhi aperti per non perderlo.
La componente visionaria del film emerge gradualmente, senza mai trasformarsi in sovrannaturale o manierismo visivo per Scorsese, le apparizioni, le allucinazioni, le percezioni alterate di Frank non sono mai spiegate, il regista di New York non è interessato a stabilire se ciò che vediamo sia reale o frutto della mente del protagonista, la distinzione perde importanza, perché ciò che conta è l’effetto, l’impossibilità di separare il presente dal passato, la vita dalla morte.
In questo contesto si inserisce Mary, interpretata da Patricia Arquette, figura fragile e luminosa allo stesso tempo, Mary non è una “salvatrice” nel senso classico del termine, né un semplice interesse romantico, anche se quando il film è stato girato, era davvero sposata con Cage, divorziarono non a caso nel 2001, quando la New York di un tempo è finita. Mary risulta essere uno specchio emotivo, qualcuno che condivide una perdita simile e che, proprio per questo, riesce a vedere Frank senza giudicarlo, il loro rapporto è costruito su una precarietà costante, non c’è mai la sensazione di un vero rifugio, solo quella di una tregua temporanea dal dolore.

Dal punto di vista formale, “Al di là della vita” è un film estremamente controllato, nonostante l’apparente caos, la regia utilizza movimenti di macchina nervosi, montaggi sincopati, luci artificiali che schiacciano i volti e li rendono spettrali. La colonna sonora contribuisce a creare un senso di disorientamento continuo, mescolando sacro e profano, quiete e frastuono, tutto in linea per restituire la percezione alterata del protagonista, il suo vivere costantemente “fuori”.
Zio Martino sembra interrogarsi apertamente sul senso della vocazione, sul prezzo da pagare per continuare a fare ciò che si ama quando questo amore diventa una fonte di sofferenza, Frank Pierce è un uomo che ha scelto di salvare vite, ma che ha perso se stesso nel processo. In questo senso, “Al di là della vita” dialoga perfettamente con altri personaggi scorsesiani, uomini soli, ossessionati, incapaci di trovare pace in un mondo che non offre redenzione facile.
“Al di là della vita” è un’opera irregolare, scomoda, a tratti eccessiva, quindi bellissima, non cerca l’approvazione dello spettatore e non teme di risultare “troppo troppa” (cit.), un film che non è tra i titoli più celebrati di Scorsese, ma proprio per questo rappresenta uno dei suoi lavori più sinceri, anche perché riesce benissimo a parlare della fine, cogliendo con un tempismo sinistro – sanguinosamente pagato poi con il flop al botteghino – la fine, forse di tutto.

“Bringing Out the Dead” è stata l’ultima collaborazione con Paul Schrader, il primo e l’ultimo film da sposati di Cage e Arquette, nella sua ambientazione anni ’90, il film intercetta perfettamente il momento storico più nero nella Grande Mela, quel periodo in cui il tasso di omicidi in città era alle stelle, prima dell’arrivo del sindaco-sceriffo Rudolph Giuliani e della ripulita data a New York, che ha trasformato – per un po’ – il quartiere di Hell’s Kitchen in Clinton, prima di riprendersi il suo nome più cazzuto. A dirla tutta è stato anche l’ultimo film urbano classico, nato, cresciuto e alimentato dalle strade tipiche del cinema di Scorsese, prima di spostarsi su titoli più grandi e costosi. L’ultimo sguardo a quella New York che sarebbe cambiata ancora un brutto giorno di settembre del 2001, pensate un po’ carico di morte e di departed (ah-ah), un addio anche ad un formato, visto che “Al di là della vita” è stato l’ultimo film ad uscire in Laser-Disc, un formato nato morto. Tanto per restare in tema.
Sarà che ho sempre avuto una specie di fissa per la questione, ma parlare di morte in maniera così riuscita non è per tutti, ci tenevo a scrivere di questo film che meriterebbe ben più considerazione.
Settimana prossima, si resta a New York, ma con un passo, un tiro e un’aspirazione del tutto diversa da quella di oggi, non mancate perché tanto ci tenevo a raccontare questo folle viaggio notturno nella morte, quanto non vedo l’ora di affrontare le strada – imbrattate di sangue – in cui è nata l’America.


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