
Allacciatevi i guantoni e continuate a ballare su quei piedi, tenete la guardia alta perché voleranno i pugni, benvenuti al nuovo capitolo della rubrica… Macho Mann!

Il pugilato è probabilmente lo sport che è stato raccontato più spesso al cinema, forse solo le “Biopic” sono più materiale per Hollywood dei film con ring e guantoni, per spiccare in una selva così affollata bisogna essere bravi per davvero, Michael Mann ha già dimostrato di essere fatto della pasta dei migliori tanto da non tirarsi indietro nemmeno davanti ad un soggetto ambito come un film sulla vita di Muhammad Alì, uno che affrontasse la storia non dal punto di vista che tutti già conoscono, oppure da quello documentaristico di titoli come “Quando eravamo re (1996)”, titolo da cui Mann con il suo solito approccio ha studiato molto bene, facendosi passare sotto banco dal regista Leon Gast, tutte le ore di girato che non sono finite nel montaggio definitivo del suo film, anche solo per studiare le espressioni e i movimenti del grande pugile (storia vera).
Eppure, il soggetto faceva gola a molti registi, ad esempio il più nero di tutti Spike Lee, ma anche il più politico di tutti, Oliver Stone. Michael Mann sbaragliò la concorrenza forse perché qualcuno ad Hollywood pensò che era più “sicuro” affidare questa storia e lui, dimenticando che in quanto nato e cresciuto a Chicago, Michele Uommo un po’ della cultura nera ce l’ha nel sangue, il problema era trovare l’attore giusto per interpretare “The world’s greatest”.

Ai tempi, lo ammetto candidamente, ero tra quelli che non aveva capito come si potesse affidare il ruolo di Muhammad Alì a Will Smith, eh no Michael Denzel, qui ci voleva Denzel per quanto già troppo avanti con l’età per la parte, eppure quando andai a vedere il film (in una sala mezza vuota) sembravo uno dei giornalisti davanti all’ennesima vittoria di Alì, testimone del momento esatto in cui il ragazzino, principe di Bel-Air diplomato alla scuola dei ruoli cazzari e divertenti, era riuscito a prendere la laurea con il massimo dei voti all’Università Mann per attori, trasformandosi nel Re della Boxe.
Esiste un momento spartiacque nella carriera di Will Smith, prima era uno che faceva il simpaticone figo nei film, poi è diventato un attore vero grazie a Michael Mann, decidendo di gettare via tutto in scelte personali discutibili, schiaffi in faccia Chris Rock e film con Mucchino che, evidentemente, gli ha rubato l’anima. Penso che ora più che mai sia impossibile difendere Will Smith, ma per fortuna il mio ruolo è diverso: dal 2001 sostengo che questa sia la sua prova migliore (Chris Rock è stato fortunato a non aver presentato la notte degli Oscar del 2002) e “Alì”, forse il più sottovalutato film del regista di Chicago, per il suo approccio anti-biopic e per la sua capacità di spiccare nell’affollato mondo dei film dedicati alla Boxe, questo film merita di stare tra i Classidy!

La verità è che al primo incontro tra Mann e Smith, l’attore aveva una fifa blu (Manniano) all’idea di interpretare Muhammad Alì: come faceva un ragazzo nato nel 1968 a capire per davvero la vita dei neri nel 1964? Perché il piano di Mann era chiarissimo: «Le biografie mi annoiano. Bisognerebbe trovare un anno nella vita e dire tutto di quell’anno» ha dichiarato il regista intervistato, infatti dopo aver messo le mani sulla prima bozza di sceneggiatura firmata da Stephen J. Rivele e Christopher Wilkinson, il regista l’ha riscritta quasi da capo insieme al sodale Eric Roth, eliminando i flashback sull’infanzia del protagonista e concentrandosi su un arco di tempo che va dal 24 febbraio del 1964 (unica indicazione di tempo e luogo che vedremo in tutto il film) fino al 30 ottobre del 1974, data che non serve nemmeno indicare perché tutti sanno quando si è combattuto il più grande incontro della storia del pugilato, “The Rumble in The Jungle”, la rissa nella giungla a Kinshasa nello Zaire.

Michele Uommo non è interessato a raccontare gli eventi a chi non li conosce, la storia per il regista scorre intorno ai suoi protagonisti (sarà lo stesso in “Nemico Pubblico”), perché parliamoci chiaro: chi non conosce la storia dello sportivo più influente dello scorso secolo? Della sua amicizia con Malcolm X (qui interpretato da un Mario Van Peebles davvero intenso, papà sarà stato orgoglioso di te Marione), del suo cambio di nome e di religione, del titolo di campione del mondo ritirato per la sua protesta contro la guerra del Vietnam, tutto questo non è nemmeno storia dello sport, ma storia degli Stati Uniti, perché in quei dieci anni il Paese più influente nel mondo occidentale è stato scosso anche da un gigante nato Cassius Clay e diventato con tutte le sue forze Muhammad Alì ed è questo che a Mann interessa raccontare.

La storia di un personaggio che crea se stesso e il suo mondo, un altro professionista dalla disciplina inflessibile (qui applicata agli allenamenti), dedito al suo lavoro che mai come per Alì è stato una crociata. Come fanno gli eroi Manniani a trionfare, sempre allo stesso modo, con lo sguardo, quello con cui Will Graham inchiodava Dollarhyde, quello sul mondo in fase di cambiamento di Occhio di falco e via dicendo? Perché Mann facendo largo abuso della fratture sempre così popolari nel suo stile cinematografico, non si sofferma, ad esempio, sull’amicizia tra Malcolm X, Cassius Clay, il campione della NFL Jim Brown e il cantante Sam Cooke (i cui pezzi popolano la notevole colonna sonora), lascerà quella storia a film più recenti come Quella notte a Miami… Preferendo concentrare il suo sguardo sul film che quei quattro amici finiscono a guardare in televisione, un horror con una mummia che diventerà per Alì un modo per sfottere l’avversario George Foreman, questo giusto per sottolineare quanti quintali di cinema scivolano dalla dita di Mann, lasciati a terra per gli altri pronti a seguire il suo esempio, mentre lui con la stessa dedizione del suo protagonista, ci fa correre verso Kinshasa, in un’altra corsa contro il tempo (e la campanella degli incontri) per il suo protagonista.

Con questo film Michael Mann trova per la prima volta nel cast un attore, con cui stringerà un sodalizio artistico notevole, per quello che mi riguarda, avrà anche vinto l’Oscar con una biografia canterina, ma è grazie alle rime e la buffa capigliatura del suo Drew “Bundini” Brown che si è davvero messo sulla mappa geografica del talento, lo strambo Mickey di questo Rocky che predica nell’angolo di Alì, al suo fianco nel bene e nel male, in quello che è il romanzo di formazione dell’eroe Manniano puro, un ragazzo che crea il suo nome, il suo mito, il suo mondo e le sue vittorie proprio perché è il più puro e il più duro di tutti e lo fa con la potenza dello sguardo che per un regista è tutto, per uno così votato alla forza delle immagini come Mann ancora di più.

Il primo incontro contro Sonny Liston è già diretto così bene, da dover scomodare il paragone con “Toro Scatenato” (1980) di Martin Scorsese, unico altro regista a portare lo spettatore a bordo ring, solo che zio Martino amava utilizzare le corde del ring per mantenere noi al sicuro dal suo animale senza controllo, Mann fa di più: il regista di Chicago ci porta al centro del ring facendoci vedere quello che vede il suo protagonista, proprio come la prima rapina di Heat, questo primo incontro per qualsiasi altro regista sarebbe la scena madre, per Mann è l’inizio del film. Chi vede capisce il mondo che lo circonda, chi vede vince e quando Liston scosso dai pugni non riesce più a vedere il suo velocissimo avversario (come sottolineano le voci dei commentatori), la musica sale e il futuro titolare del titolo (del film e dei pesi massimi) trionfa senza parole, il cinema di Michael Mann è già tutto in questa scena.

La prova di Will Smith è oggettivamente incredibile, sarà stato anche il Principe di Bel-Air con poster di Malcolm X nella cameretta, ma qui Smith quello delle canzoni su EMME Tivì scompare nel ruolo di Alì, la spavalderia che lo ha reso popolare sul piccolo schermo è perfetta per un personaggio che non si sta zitto un momento (se non quando conta per Mann che azzera i dialoghi), ma il resto del tempo si esibisce in rima («Se mi offende ed è convinto, io lo mando giù al quinto»), una prova incredibile ignorata dall’Accademy come tutti i film firmati da Mann, ma questa ormai dovreste aver capito, che è storia vecchia.
Non manca nulla in “Alì”, lo scontro con il padre Giancarlo Esposito che per crescere il figlio dipinge Gesù biondo e con gli occhi azzurri, ma nemmeno la sottotrama romantica che al ballo, Mann coadiuvato da un nuovo direttore della fotografia (in linea di massima bravino, visto che si tratta di Emmanuel Lubezki, scusate se è poco) mantiene il suo distintivo “Blu Manniano” da sempre simbolo universale di romanticismo nei suoi film, quando entra in scena Sonji (ovviamente Jada Pinkett Smith) l’unica a riuscire in parte a tenere testa al protagonista («Non sono mai stato con una come te», «Può darsi che non starsi più con nessuna altra»)

Ma il momento chiave è probabilmente la scena dell’omicidio di Malcolm X, una lunga sequenza dove il campione in auto riceve la notizia da un uomo in strada e qui Mann lascia che a parlare sia il testo di “A change is gonna come” di Sam Cooke, in un cortocircuito cinematografico, lo stesso pezzo usato in maniera filologica da Spike Lee in Malcolm X. Qui Mann sottolinea la maturazione nel cammino del suo eroe che perde la sua unica figura di riferimento, sfoga la rabbia contro il volante dell’auto (KO al primo round) e d’ora in poi capisce di dover essere lui quell’icona che prima anche per lui era stata Malcolm X.
Qui inizia la sua rivolta contro il governo, contro l’istituzione e contro il parrucchino di Howard Cosell (Jon Voight irriconoscibile, nominato all’Oscar come miglior attore non protagonista). Ci sono centinaia di sguardi lanciati in ogni direzione da Mann, ad esempio chi è il losco personaggio interpretato da Ted Levine ce segue il protagonista? Mann non è interessato ad una “Biopic” che spiega ogni singolo dettaglio della storia, ma ci cala nel mondo del suo personaggio, sappiamo per davvero solo quello che vede lui, anche quando tocca il fondo ed è costretto a muoversi per la città in metropolitana (Mann è il poeta delle metro al cinema), infatti il cambio di avversario avviene quasi fuori scena, noi spettatori scopriamo che Joe Frazier è andato giù contro George Foreman (Charles Shufford), soltanto perché Alì vede la fine del match alla televisione, la totale dedizione del regista di Chicago non è allo spettacolo puro e semplice, ma al mondo come Alì lo vede e lo costruisce solo con la forza della sua purezza.

Ecco perché l’arrivo in Africa è qualcosa di quasi ultraterreno per Alì, accolto Kinshasa come l’eroe del popolo venuto a raddrizzare i torti e a vincere contro il campione americano, la popolazione locale nemmeno lo sapeva che Foreman era nero, per loro era solo il rappresentante degli oppressori, il colore della sua pelle è stato un breve momento di sollievo, quando il campione si presentò con il fedele pastore tedesco al guinzaglio, lo stesso tipo di cane che la polizia Belga per anni ha utilizzato per reprimere i locali (storia vera), poi chiedetevi perché i locali hanno accolto Muhammad Alì al grido di Ali boma ye! Alì uccidilo.

Una delle scene chiave del film, oltre che una delle migliori mai dirette da Mann (a mio modesto avviso) è la corsa del campione tra la sua gente per le strade di Kinshasa, ad Ovest di Rocky la più bella ed emozionante corsa di un pugile nel caldo abbraccio del suo popolo mai vista al cinema. Ancora una volta Mann rinuncia alle parole comunicando per immagini e musica, Alì corre sulle note della trascinante “Tomorrow (Sadio)” di Salif Keita e vede, vede i graffiti sui muri che la sua gente gli ha dedicato, disegni che raffigurano Alì con i suoi pugni intento a fermare tutti, i carri armati della guerra, la fame, persino la letale mosca tse tse, in quella corsa che per Mann è un grande momento di cinema, il suo protagonista vede e quindi capisce la portata dell’icona in cui si è trasformato, se servivano delle motivazione per affrontare un avversario più giovane e più potente fisicamente di lui (dopo gli allenamento, il sacco da Boxe di Foreman restava piegato in due dalla forza dei colpi, storia vera), ora Alì ha tutte le motivazioni di cui ha bisogno e qui il film vola, quindi bisognerebbe togliere l’accento al titolo.

Le mani non colpiscono quello che gli occhi non vedono, vola come una farfalla pungi come un’ape. L’incontro finale “The Rumble in The Jungle” è la cronaca quasi perfetta dell’organizzazione di quel losco di Don King (Mykelti Williamson) e degli otto round con cui Alì ha scritto la storia, facendo sfiancare un avversario più potente, studiandolo, osservandolo, prima di piazzare la zampata. Ma Mann non si limita alla cronaca dei fatti che tutti conoscono, non lo ha fatto per i 159 minuti del film (165 nella director’s cut, ma come sempre con il regista di Chicago, preferisco le sue versione “Theatrical”), non lo fa nemmeno per lo scontro finale che è tutto raccontato usando le armi proprie del cinema: le parole vengono ridotte al minimo sindacale, restano solo i pensieri del protagonista che proprio guardando e capendo, trova il modo per vincere, la stato di trance agonistica del più grande pugile della storia è reso meravigliosamente da Mann, la sua voce narrante diventa l’unica telecronaca sugli eventi, dal punto di vista privilegiato dal protagonista che vede le mosse del suo avversario prima di tutti e quindi può creare la sua vittoria e con quella, il suo mito, il tutto mentre tornano le note di “Tomorrow (Sadio)”, in un crescendo carico di trasporto, ma ben poco Hollywoodiano, non stando alle nostre abitudini di spettatori.

Cosa mancherebbe in questo film che rappresenta in pieno la poetica Manniana? Il mare come portatore di serenità e pace per i suoi eroi, ma in qualche modo Mann come il suo protagonista, piega la storia alle sue esigenze. La popolazione di Kinshasa festeggiò la vittoria del campione al grido di «Ali! Ali! Bomaye!» in strada malgrado la pioggia africana che allagò gli spogliatoi in un attimo (storia vera), infatti il climax del suo film Mann lo sottolinea proprio con il cielo che si rompe e l’arrivo della pioggia, torrenziale, liberatoria, Manniana al 100%, il battesimo di un personaggio che ha creato il suo nome, il suo mondo e che Mann ci racconta all’apice del suo trionfo. Pensare che qualcuno ancora considera questo film una cosetta con Will Smith.

“Alì” uscì nelle sale americane il 25 dicembre del 2001 (qui da noi primo marzo del 2002), sfavorito nello scontro con uno dei cento Harry Potter e Jurassic Park III, fu un flop immeritato, ennesima conferma di occasione sprecata anche da parte dell’Accademy Awards, ma tutto questo non toglie niente alla potenza di un film incredibile, in un mare di produzioni dedicate alla Boxe e alle biografie, “Alì” è ancora un esempio di narrazione, montaggio e rispetto dell’intelligenza del pubblico che vola come una farfalla e punge come un’ape, Michael Mann che mette le ali alla settima arte e no, non ho dimenticato l’accento.
Prossima settimana, un nuovo capitolo della rubrica, ci faremo un giro a Los Angeles, considerate questa Bara il vostro taxi, qui, tra sette giorni, non mancate.
Sepolto in precedenza venerdì 6 maggio 2022


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