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Alice non abita più qui (1974): ha traslocato grazie a Martin Scorsese

In un cinema pieno di ragazzacci di strada, il più delle volte italo-americani, il nostro protagonista della rubrica del venerdì ribalta il punto di vista, bentornate e bentornati al nuovo capitolo di… Non è cinema, è Martin Scorsese!

C’è qualcosa di profondamente americano in “Alice non abita più qui”, ma non l’America patinata e piena di sogni perfetti, bensì quella dell’asfalto spezzato come le speranze. La terra dei sogni e delle speranze sì, ma non per le madri stanche e i loro figli che imparano presto cosa significa crescere senza certezze, ma con la necessità bruciante di andare avanti. Scorsese si allontana dai vicoli della sua New York violenta per abbracciare un racconto più intimo, ma per questo non meno potente o banalmente, coinvolgente, quello di Alice Hyatt (Ellen Burstyn), una donna che lotta per trovare un posto nel mondo dopo la morte del marito.

Alice è tutto e niente, è la forza e la fragilità che convivono in una sola persona, un urlo sommesso di chi non ha più nulla da perdere ma non vuole arrendersi ad una vita piatta e senza la possibilità di fare la differenza. Il viaggio che la protagonista intraprende con suo figlio Tommy non è solo uno spostamento geografico attraverso l’America profonda, da Phoenix in Arizona direzione Tucson, ma un viaggio interiore, un’esplorazione di sé, del dolore, della speranza e della disperazione, che detta così sembra un drammone, ma il ritmo imposto da Scorsese rende tutto leggero e avvincente. La nostra Alice non cerca meraviglie ma solo un lavoro o un tetto sotto cui dormire, cerca se stessa, o forse una versione di sé che credeva perduta per sempre, in un Paese, gli Stati Uniti, che Scorsese si ritrova di nuovo a raccontare, anche lontano dal cemento della sua New York.

«Non ci credeva quando le ho detto che dobbiamo fare un trasloco»

Ellen Burstyn, fresca del successo e della notorietà ottenuta con L’Esorcista, conferma qui la sua straordinaria capacità di dare spessore e umanità a personaggi complessi e sfaccettati. Se in L’Esorcista aveva sfoggiato una forza vulnerabile intrappolata in situazioni estreme (ed utilizzi impropri del crocefisso), in “Alice non abita più” porta quella stessa intensità in un contesto molto più terreno, quasi quotidiano. La sua Alice non è mai sopra le righe, è sempre autentica, capace di comunicare con uno sguardo o un piccolo gesto tutta la fatica, la determinazione e la solitudine di una donna che deve ricostruire la propria vita, infatti per questo ruolo è stata premiata, meritatamente, con l’Oscar come migliore attrice protagonista, in qualche modo anticipando anche un altro suo ruolo da madre tormentata, quello di “Requiem for a Dream“ (2000), dove Burstyn tornerà a esplorare gli abissi. Per Scorsese l’attrice ha sfornato un’interpretazione che conferma Burstyn come uno dei talenti più convincenti della sua generazione, la gioielleria da caminetto che si è portata a casa, quella a forma di zio Oscar, solo una scintillante conferma.

«Mi hai appena fatto rivalutare Regan»

La forza del film sta proprio nella sua semplicità, qui non ci sono eroi, solo persone comuni che affrontano il dolore e l’incertezza senza troppi fronzoli, Alice non è una figura mitica, ma una donna reale, con tutte le sue contraddizioni e fragilità, a proposito di facce note, parliamone!

Iniziamo da una giovanissima Jodie Foster, qui al suo primo ruolo importante (non di stampo disneiano) sul grande schermo, un anticipo di quello Foster ci avrebbe mostrato in carriera e diretta da Scorsese, non è un caso che solo pochi anni dopo la vedremo nuovamente diretta da zio Martino in “Taxi Driver”, di scuola Corman anche il registra di New York ha sempre avuto fiuto per il talento.

Una delle predilette della Bara, Jodie Foster in versione più che giovanile.

Scorsese gira con una mano leggera e decisa, lasciando che siano i piccoli gesti e i silenzi a raccontare quello che non si dice, non serve urlare per far sentire la fatica, la solitudine o la speranza, quel viaggio in macchina, quell’America in movimento, è anche un viaggio dentro Alice, dentro la sua rabbia e la sua voglia di riscatto.

Il rapporto tra Alice e il figlio Tommy (Alfred Lutter) è il cuore pulsante del film, non è una relazione perfetta, anzi: spesso è tesa, difficile, piena di quei momenti che solo chi deve crescere troppo in fretta può capire. Tommy è un ragazzino sveglio, che comincia a fare i conti con l’assenza del padre e con una madre che, nonostante tutto, cerca di non perdere la sua umanità. In questa dinamica familiare, Scorsese mette in scena qualcosa di raro: un’umanità nuda, senza orpelli, realistica nel suo essere puramente cinematografica, per un film su commissione che non a caso, è arrivato a Scorsese dopo che un suo collega regista simbolo della New Hollywood, ha suggerito il suo nome, se hai Francis Ford Coppola a farti da beh, padrino, sei sistemato.

Scene di vita quotidiana nel mezzo dei casini da cameriera della protagonista.

Alice non vuole solo sopravvivere, vuole vivere, vuole trovare una sua strada in un mondo che sembra averla dimenticata. In questo, il film riesce a evitare i luoghi comuni: non è una semplice storia di rinascita, o una storiella romantica di plastica, ma il racconto sincero di una donna che si confronta con le proprie paure, le proprie rabbie e le proprie speranze.

E in questo quadro non mancano i personaggi che attraversano la sua vita: uomini sbagliati, amici occasionali, persone che lasciano un segno, positivo o negativo. Sono incontri che, a modo loro, contribuiscono a definire chi è Alice, a capire cosa vuole davvero. Mitologico come al solito Kris Kristofferson, portatore sano di cromosoma Y e di carisma, alle prese con un personaggio che in un film più banale, sarebbe il principe Azzurro di turno, per fortuna diretto da Scorsese non esiste nulla di banale.

Anatra di gomma si unisce al convoglio di Scorsese.

La regia di Scorsese in “Alice non abita più qui” è sorprendentemente sobria, lontana dai virtuosismi che avrebbero poi caratterizzato molti suoi film successivi. Qui il suo sguardo è più da osservatore distaccato, ma non per questo poco coinvolto, quasi come se zio Martino non avesse voluto imporsi, lasciando il giusto spazio ai personaggi, ai loro silenzi, alle sfumature di una vita fatta di gustosa normalità, anche di litigate se necessario o di confessioni, prendendo il sole.

I personaggi secondari sono tratteggiati con la stessa attenzione con cui viene raccontata Alice, senza mai scadere nel caricaturiale. Kris Kristofferson nel ruolo di David, l’uomo che entra nella vita di Alice, è un contrappunto fondamentale: fragile e imperfetto, è l’incarnazione di quella possibilità di un futuro che però non arriva mai del tutto. Anche Harvey Keitel, nei panni di un camionista, porta con sé quel senso di solitudine e di ricerca che attraversa tutto il film. Sono presenze che si percepiscono come reali, non semplici comparse, e che aiutano a costruire un mondo credibile e vivido, e poi boh, due attoroni, che vuoi dirgli?

Vita in trasferta, da un motel all’altro.

Il contesto storico in cui il film si inserisce è importante per capire quanto “Alice non abita più qui” fosse anche un racconto di rottura. È il 1974, un’epoca in cui l’America sta affrontando profonde trasformazioni sociali e culturali: il Vietnam, la crisi economica, i movimenti femministi. Alice è una donna che cerca di ritagliarsi uno spazio in questo nuovo mondo, quindi il film riflette questa tensione, senza mai prenderla come elemento centrale, ma lasciandola scorrere.

“Alice non abita più qui” segna un punto di svolta nella filmografia di Scorsese, un tentativo riuscito di raccontare la solitudine e la complessità di un personaggio femminile in un modo che, fino ad allora, era stato quasi esclusivamente appannaggio di figure maschili. Scorsese, regista spesso associato a storie di uomini soli e tormentati – pensate a Travis Bickle in “Taxi Driver” (a breve su queste Bare) o a Johnny Boy in Mean Streets – qui riesce a portare la stessa intensità emotiva e profondità psicologica in Alice, una donna che lotta con una solitudine diversa, ma altrettanto netta e manifesta.

Ci sono più anni ’70 in questo fotogramma che in tutti gli anni ’70.

Non si tratta solo di un cambio di prospettiva, ma di un ampliamento dello sguardo del regista sul mondo, con una figura femminile che rompe con gli stereotipi dell’epoca, che non è mai vittima passiva, ma soggetto attivo del proprio destino.

Con “Alice non abita più qui” Scorsese dimostra di saper raccontare la fragilità senza pietismi e la forza senza eroismi, restituendo al cinema un ritratto autentico di donna e madre, capace di conquistare con la sua forza discreta il pubblico, peccato che sia un titolo quasi dimenticato, a distanza di anni, conserva tutta la sua attualità e potenza, sottovalutato nel suo dimostrare che certo, il cinema del Buon Vecchio Zio Marty è pieno di maschiacci brutti e cattivi, ma non va assolutamente sottovalutata la sua capacità, di raccontare nel profondo grandi personaggi, anche femminili, il talento è talento e tra sette giorni, il nostro zio Martino ne farà largo sfoggio, fatemi gli auguri, mi attendo un titolo monumentale. E un giro notturno in taxi.

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