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All’ombra della luna (2019): S’era assopito un Jim Mickle

Qualcuno si offende se dico che “All’ombra della luna” è uno
dei titoli più brutti che io abbia mai sentito per un film? Cioè, sarebbe già
al limite se si trattasse di una storia di licantropi, ma così. Però cosa vi
devo dire, si trova su Netflix ed è diretto da Jim Mickle, e siccome ho un
divano comodo e apprezzo il vecchio Jim, non ho potuto dire di no.

Si vuole bene a Jim Mickle per “Stake Land” (2010) e perché
è uno a cui piacciono i romanzi di “Champion” Joe R. Lansdale come a noi, il
suo Freddo a Luglio era davvero
bello, e dopo la cancellazione della serie tv su Hap & Leonard (troppo valida per continuare… Uccidiamola!) Mickle
ha ripiegato su questo film che sulla piattaforma di Netflix è etichettato come:
thriller, spiazzante, fantascienza (storia vera). Se qualcuno conoscesse altri
film del genere “Spiazzante”, per favore fatemi qualche titolo perché vorrei approfondire,
anche se ora sogno il giorno in cui alla domanda «Che tipo di film ti
piacciono?», potrò rispondere in modo spiazzante.

Philadelphia, la città dell’amore fraterno e del formaggio spalmabile.
Anno 2024 un palazzo va a fuoco e con lui una strana bandiera americana, con il
solito numero di strisce, ma un po’ meno stelle di quelle che siamo abituati a
vedere. Riavvolgimento della storia, anno 1988 si comincia da qui.
Il poliziotto e prossimo padre Thomas Lockhart (Boyd
Holbrook) indaga su una serie di omicidi apparentemente casuali: In diversi
punti della città tre persone sono morte all’instante con copiosi sanguinamenti
da naso e orecchie. La colpevole pare essere l’epistassi una tizia con
cappuccio blu e mano sinistra ferita non meglio identificata, anche se di fatto
è l’Australiana di The last man on earth,
Cleopatra Coleman.

Anche se qui è pettinata come Natalie Portman in “V per Vendetta” (2005)

Sulle sue piste anche il capo di Lockhart, il detective Dexter
Holt interpretato da Michael C. Hall,
tra un inseguimento a piedi con drammatico finale in metropolitana, e una corsa
all’ospedale dalla moglie in procinto di partorire, questa notte del 1988 sarà
un momento cardine per la vita di Thomas Lockhart, che nove anni dopo nel 1997
si ritroverà a dare la caccia alla stessa ragazza con cappuccio blu, non un’imitatrice,
proprio la stessa identica. Lo schema si ripete a blocchi di nove anni nel
2006, nel 2015 e se aggiungete altri nove anni capirete che il cerchio va a
chiudersi sul disastro che apre il film nel 2024. Sto dando i numeri,
letteralmente.

Ogni nuova sortita ci regala un cambio di scenario in cui Thomas
Lockhart è sempre più vecchio, fisicamente devastato e più paranoico di un
terrapiattista davanti ad un mappamondo. In rottura prolungata con la società ma non con la figlia, che malgrado tutto continua a provare affetto per il padre, anche se lui passa il
tempo a portare avanti la sua solitaria indagine.
Scritto da Gregory Weidman e Geoff Tock (questo è palesemente
un nome finto per seminare i creditori…) “In the Shadow of the Moon” ha delle
premesse interessanti, e cerca di essere più complicato di quello che davvero
è, anche perché ammettiamolo, bisogna solo arrivare a metà film per avere una
spiegazione su quella stramba bandiera americana che compare all’inizio del
film, da qui in poi il finale è più facile da anticipare della reazione di un terrapiattista
davanti ad un mappamondo.

“Non è come sembra, posso spiegare, ho solo perso le chiavi delle manette!”

Che poi non sarebbe nemmeno un problema, se la trama non
centellinasse azione e svolte spalmandole su un minutaggio fin troppo esagerato,
115 minuti per una storia così sono davvero troppi. Sono sicuro che con una
mezz’ora buona in meno, il film avrebbe solo guadagnato in scioltezza, perché
comunque Jim Mickle si gioca bene le sue carte per tenere alta l’attenzione del
pubblico, ma se a quello dai troppo tempo per pensare, è abbastanza normale che
con una storia così, tutti gli spettatori proveranno a giocare a fare il
detective sul divano di casa, anticipando una conclusione che per altro arriva, nell’ultimo
quarto d’ora con un monologo che fa da “spiegone”, appicciato in chiusura come
a voler dare conferma al pubblico di quello che avevano già capito da un’ora
buona. Un modo un po’ balordo di dire a tutti: bravi avete indovinato.

Sarà che l’ho visto su Netflix, e magari mi sono fatto
influenzare, ma la storia di “All’ombra della luna” è afflitta da questo
costante aspetto da lungo pilot di una serie televisiva, che ad un certo punto si
trasforma direttamente nel finale di stagione. L’unica certezza che ho è che se
fosse stata una serie davvero, sicuramente avrebbero cercato di far sembrare
tutto più complicato di quello che davvero è, magari rimbalzando continuamente tra le
varie ambientazioni temporali della storia. Ecco le ambientazioni, parliamo di questo.

Trovare un film bello su Netflix non è un’esperienza stressante, dice Boyd Holbrook. 38 anni.

Il 1988 è sicuramente l’anno realizzato meglio, anche perché
la parte davvero sfiziosa della storia si svolge tutta qui, andando avanti nel
tempo e nella trama poi, l’invecchiamento dei personaggi è gestito malissimo, Boyd
Holbrook recita bene e ci crede parecchio, ma nel 1997 è costretto a recitare
con dei baffoni anacronistici per il periodo. In compenso nel resto del film
sembra una specie di Doc Brown, avete presente quello del 1985 alternativo che
veniva internato? Ecco tipo così, però ancora più marcio. Niente, credo che Holbrook
non si libererà mai della maledizione di The Predator, quella capacità di accettare pellicole che sono ottime sulla
carte e meno nella riuscita finale.

In compenso Michael C. Hall è un personaggio poco più che di
contorno – a differenza di quanto lascerebbe intendere la sua presenza all’inizio –
che forse viene da reputare più importante di quello che davvero è, solo
perché nel film viene interpretato da uno che ormai è uno degli attori feticcio
di Jim Mickle. Una finta di corpo fatta dal reparto casting, ma a ben guardare, del tutto immotivata.

“Comincio a pensare che il finale di Dexter non sia poi così male”

A proposito di trovate cestistiche, in questo miscuglio di
1997 che somiglia al 1988 che però è quasi identico al 2015, l’unica vera
bussola che ho avuto da spettatore, sono stati i riferimenti cestistici. Nel 1988 alla
radio si seguono le gesta di “Sir” Charles Barkley, giocatore di punta dei Philadelphia
76ers di allora, nel 1997 la figlia di Lockhart indossa la storica numero tre
di Allen Iverson, mentre nel 2006 vengono citati Chris Webber e Ray Allen che
però a Philadelphia non hanno mai giocato. Guarda caso il momento peggiore di Lockhart va di pari passo
con le sfortune cestistiche della squadra della sua città. Mi sarei aspettato
almeno una citazione per Joel Embiid almeno nella porzione di film
ambientata nel 2015, ma forse a quel punto ero già troppo impegnato a
sbadigliare per via della trama.

Insomma se siete grandi appassionati di film di genere “Spiazzante”
magari potrebbe piacervi, io non lo conosco questo genere quindi non so dirvi
se questo è più o meno bello della media, posso dirvi che a Jim Mickle voglio
bene lo stesso, ma per fargli fare questa cosina, forse era meglio la quarta
stagione di “Hap & Leonard”, no? Da qui in poi, un breve paragrafo pieno di SPOILER! Che piace tanto ai giovani.
L’idea di un suprematista bianco, una specie di Matteo
Trumpini che premiato dalla sua politica di odio arriverà a riformare gli Stati
Uniti non è originalissima, ma decisamente al passo con i (brutti) tempi moderni. Io
vorrei potervi dire che ad una trama così segue anche un bel film, ma se voi mi
mettete dentro un protagonista che di fatto è il nonno di una novella Kyle
Reese, e che per mezzo di una specie di Mambo Jumbo informatico, é possibile uccidere maiali e esponenti chiave di un movimento, dal PC di casa vostra, nel vostro comodo soggiorno del futuro, io cosa mi devo inventare per parlare bene di questo film? Fate uno sforzo amici sceneggiatori, pensate al fatto che qualche povero blogger in giro per lo spazio tempo, dovrà dire qualcosa di sensato sulla vostra trama cretina cacchio!

“Ma questo non è quello che ha ucciso tutti quei poliziotti nel
distretto nel 1984?

La Kyle Reese in gonnella non poteva avvisare subito nonno Thomas
sulla buona fede delle sue azioni? Ma in generale le domande sulla continuità interna dell’elemento
fantascientifico di questo film sarebbero tante, e mi hanno tutte lasciate piuttosto… Spiazzato!
Oh! Ho capito come sono i film di genere “spiazzante” sono quelli brutti! FINE SPOILER.

Insomma avete voglia di stare sul divano a guardare qualcosa
di bello firmato da Jim Mickle? Guardatevi la serie tv su Hap & Leonard, mi ringrazierete dopo, nel futuro magari.
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