
Ci sono film che ti sfiorano, altri che ti guardano, e poi c’è “Alpha”, l’ultima fatica di Julia Ducournau, che ti si appoggia addosso come una febbre lieve e persistente: non è rumoroso, non urla nè si lancia in gore esplicito, ma scava sotto la pelle, tra il bisogno di appartenenza e la paura di essere visti. Un’opera che si assimila, come se il vero nemico non fosse un mostro fuori di noi, ma la diffusa inquietudine di riconoscersi vulnerabili.

La protagonista è giovane, troppo giovane per ciò che le accade, eppure ogni suo gesto porta il peso di una simbologia che non è mai semplice, Alpha (Mélissa Boros) torna da scuola con un segno sul braccio che brucia, non tanto per il dolore fisico quanto per la condanna silenziosa che quel segno porta con sé agli occhi degli altri. Questo tatuaggio casalingo, poco igienico già normalmente, sanguina come un pensiero che non si può ignorare, anche per sua madre (Golshifteh Farahani), da quel segno inizia una discesa che non ha la forma di una spiegazione, ma quella di un sospetto che si allarga, una febbre che non conosce termometro, visto c’è la storia è ambientata in una specie di anni ’80 (senza voglia di fare moda) dove un virus letale trasforma le persone progressivamente in statue, con polvere rossa al posto del sangue, resti vivo finché riesci ancora a respirare, poi ciao ciao.
Il mondo attorno a lei non è “altro”: è familiare, domestico, con corridoi d’ospedale che respirano la stanchezza di medici che ancora non si sono arresi ad un’infezione inarrestabile. Eppure tutto si deforma, ciò che dovrebbe rassicurare, come il calore di una madre, la presenza di una famiglia che cerca di reggersi insieme, diviene terreno di sospetto. Il film non parla di mostri esteriori, parla della monstrificazione interiore che ognuno di noi teme: essere toccato dalla paura, essere marchiato dalla diversità, essere visto come “altro”.

Lo sguardo di Ducournau è vicino, così vicino da farti sentire il ritmo del respiro dei personaggi, il tremore dei loro occhi, il peso di ogni silenzio, tanto che a volte non è volutamente chiaro quale parte del corpo sia inquadrata. Non c’è un narratore che spiega, non c’è un ordine lineare che rassicura, solo due filtri colore di poco differenti e il taglio di capelli di uno dei personaggi, ovvero Amin (Tahar Rahim), per raccontare due piani temporali diversi. I tempi si sovrappongono, le immagini si fissano nella memoria non per la loro esplicita violenza, ma per la loro capacità di evocare qualcosa di universalmente vero: la fragilità del corpo e la fragilità dei legami, se i poi vogliamo vedersi anche il metaforone di qualche malattia, tipo AIDS, è solo una chiave di lettura in più.
In “Alpha” il corpo diventa spazio di interpretazione, non più semplice terreno della malattia o del contagio ma “luogo” in cui si rifrangono paure sociali e intime, basta guardare la scena della piscina, in odore di Carrie per dinamiche. Ogni confronto con l’altro si trasforma in un momento di tensione, non perché ci sia un pericolo evidente, ma perché la vulnerabilità umana viene messa a nudo senza alcuna rete narrativa che la giustifichi o la incapsuli, sempre di body horror si tratta, che riesce ad essere meno esplicito di Raw o Titane, ma radicale allo stesso modo.

Il contesto di malattia, di epidemia, è qui un pretesto sensoriale più che un commento sociale, la malattia non è mostrata come un nemico da combattere, anche da infermiere che ancora non si arrendono come il personaggio di Emma Mackey, ma come una possibilità di trasformazione, e non necessariamente in senso fisico. È la trasformazione di chi ti guarda con sospetto, di chi teme di essere contagiato dal dubbio, di chi vede nelle imperfezioni degli altri lo specchio delle proprie paure, come se la società stessa fosse un organismo che teme la contaminazione più nei rapporti interpersonali che nei virus biologici.

“Alpha” si snoda tra stanze d’ospedale, spazi domestici che sembrano gallerie di memoria, corridoi di scuola dove ogni sguardo pesa più di mille parole. La luce non racconta, suggerisce; le ombre non coprono, rivelano. Perché il film di Julia non ha il distacco pieno di emotività a cui vi ha abituati Cronenberg, è un modo di elaborazione la lezione del Maestro Canadese mentre la storia ti chiede di partecipare.
La famiglia della protagonista è costruita come un organismo frammentato: ci sono legami forti, pulsioni contraddittorie, tensioni tra chi vorrebbe proteggere e chi vorrebbe capire. La madre, medico, sembra portare addosso il peso non solo delle responsabilità professionali ma anche di una stanchezza che si insinua nelle pieghe del dialogo. Il fratello o la sorella di ritorno sembra un’ombra di ciò che era, come se il passato di dipendenze e ferite non si limitasse al corpo ma avesse infiltrato l’anima stessa delle relazioni familiari.

Non c’è pace in questo film, non nel senso di tragedia esibita, ma nel senso di inquietudine costante, di filo teso pronto a spezzarsi, infatti il montaggio non cerca la sintesi, cerca l’immersione, si avvicina, si allontana, torna indietro, sospende, come se volesse rappresentare non la causa e l’effetto, ma lo stato mentale di chi si trova sospeso tra l’accettazione e la negazione. Qui sta la forza più sottile di “Alpha”, non nel mostrare ciò che muta, ma nel far percepire ciò che la mutazione provoca all’interno del nostro sguardo, della nostra empatia, della nostra stessa identità.
Sempre di romanzo di formazione si tratta (e sono tre in fila…) ma per la regista forse è il suo film più personale, il suo cinema chiede di essere sentito, masticato, ma che di fare i conti con le emozioni, quelle più scomode se vogliamo.
“Alpha” è film che ci pone di fronte a ciò che temiamo di più, la nostra stessa fragilità sentita come contagio, come condizione irriducibile dell’esperienza umana, ci ho messo un po’ a recuperarlo ma siamo a tre film riusciti in fila per Julia Ducournau, teniamocela stretta un’autrice così.


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