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American Crime Story: The People v. O.J. Simpson: Colpevole fino a prova contraria

Dopo essermi
sparato una, a tratti faticosa, maratona su American Horror Story, ho
scoperto l’esistenza di una serie gemella di genere differente, la sorellina si
chiama “American Crime Story” e la prima stagione è dedicata al processo di
O.J. Simpson. Potreste averne sentito parlare giusto un pochino.

A parte
qualche attore e una struttura antologica, dedicata ad un nuovo caso ogni
stagione, “American Crime Story” non ha molto in comune con la sua blasonata
sorella, se non il nome del creatore Ryan Murphy, qui impegnato a dirigere
parecchi episodi per nostra fortuna senza sceneggiarne nessuno (e si vede, vi
assicuro che si vede!).
Dopo dieci
episodi che mi sono bevuto con una scioltezza irrisoria, devo dire che ora come
ora ci sono una manciata di serie che mi sento di consigliare e sicuramente
questa “American Crime Story: The People v. O.J. Simpson” è tra quelle.



Accusa, difesa, imputato e prova chiave, come riassumere un processo in un immagine.

Faccio una
premessa che serve a prendere la rincorsa: il mio mondo di guardatore di serie
tv è radicalmente cambiato quando ho scoperto LA PIU’ BELLA SERIE TV DI SEMPRE
(per gli amici “The Wire”), un giorno sarebbe pure ora di parlarne come si
deve, tra i tanti meriti della serie creata da David Simon c’è
sicuramente quello di aver saputo portare in scena la vicenda in maniera
totalmente realistica, appassionante, coinvolgente, ma sempre realistico, senza mai fare concessione al colpo di scena di pura fiction a cui
il pubblico è abituato. Dopo aver visto “The Wire”, guardare qualunque altra
serie è come seguire la fuffa.

Ora, se io
penso a Ryan Murphy mi vengono in mente un sacco di cose divertenti, come Scream Queens, ma di sicuro non penso al
realismo, per fortuna coadiuvato dall’ottimo lavoro degli sceneggiatori Scott Alexander
e Larry Karaszewski (“Man on the moon”, “Larry Flynt – Oltre lo
scandalo” e Piccoli Brividi per
fare qualche titolo) il risultato finale è davvero ottimo.



Persino Cuba Gooding Jr. sono riusciti a farmi apprezzare.

La vicenda è
arci nota, il processo più celebre e discusso degli anni ’90: il campione di
Football, attore, divo e celebrità, viene accusato del doppio omicidio di sua moglie
Nicole Brown Simpson e di Ronald Goldman. La fuga sulla Ford Bronco bianca, con
l’America impegnata a gridare “Run O.J. Run” come quando “Juice” macinava
miglia sui campi da Football è solo l’inizio di un processo lungo e complicato,
raccontato nel libro di Jeffrey Toobin “The Run of His Life: The People v. O.
J. Simpson” che ha fatto da base a questa serie (l’episodio numero due s’intitola proprio come il libro).

Il cast si
gioca un paio di nomi che non mi stanno simpatici, come Cuba Gooding Jr. nei
panni di O.J. o gli occhi da pesce lesso di David Schwimmer alle prese con l’avvocato
e amico di O.J. Robert Kardashian e, se ve lo state chiedendo, SI, è proprio il
papà di quelle altre Kardashian famose per, famose per…
Per cosa sono
famose le Kardashian? A parte il culo intendo? Vabbè, insomma, pare che questa famiglia di origine Armena sia piuttosto
famosa. Ho trovato semplicemente geniale il fatto che nella serie, papà David
venga tratteggiato come uno attaccato ai valori concreti, in perfetto contrasto
con la fama “leggera” della sua progenie, in questo, il faccione spaesato del
lungagnone di “Friends” è perfetto nel rappresentare il tormento interiore di
una persona fedele al suo amico, ma frastornato dai fatti che di volta in volta
vengono fuori durante il processo.



“Io sarei il padre di chi!? Oh signore, quasi rimpiango Friends”.

Persino Cuba
Gooding Jr. risulta efficace, anche perché la sceneggiatura fa un ottimo
lavoro, non punta mai il dito, ci mostra le fissazioni, le mani di controllo e
gli scatti d’ira di O.J., ma lascia che il pubblico si faccia una propria idea
sul personaggio, come se a nostra volta fossimo parte della giuria.

Tra le vecchie
conoscenze di Ryan Murphy, ricompare anche l’ottima Sarah Paulson, veterana di
tutte le stagioni di American Horror Story, qui la Paulson si supera, nei riccioluti panni dell’avvocato dell’accusa
Marcia Clark, l’attrice è bravissima ad interpretare una donna risoluta, alle
prese con il caso della vita, ma il processo più mediatico di sempre è una
berlina per tutti, l’apice di questa devastazione personale arriva nell’episodio
numero sei (“Marcia, Marcia, Marcia”), dove la Paulson si supera, giù il
cappello.



“Non preoccuparti, puoi consolarti con un Emmy awards”.

Il vero colpo
di questa serie, è forse quello di aver arruolato John Travolta nei panni dell’avvocato
Robert Shapiro. Travolta fa un ottimo lavoro alle prese con un personaggio non
affatto facile, non ha nemmeno problemi a imbruttirsi più del solito, mettendo
su delle sopracciglia inguardabili. A tratti pensavo si fosse iscritto ad una
gara di imitatori di Little Steven Van Zandt, sul serio, sembra Silvio Dante de
“I Soprano”.

E’ passato dalla febbre del Sabato sera a “Bitter fruit” nel giro di un attimo.

Se poi avete
presente che carriera ha fatto Travolta e ricordate che razza di divo era ai
tempi, potrete capire facilmente due cose: la qualità delle serie tv è
notevolmente impennata per potersi permettere un nome come lui e Ryan Murphy è
un demonio capace di convincere chiunque a lavorare per lui.

Uno degli
episodi più riusciti è sicuramente l’episodio numero cinque (“The race card”), in
una Los Angeles che si ricorda molto bene le rivolte dopo il pestaggio di
Rodney King, la difesa si gioca la carta raziale per gli interessi del proprio
assistito, l’episodio ruota tutto intorno al carismatico avvocato Johnny
Cochran (Courtney B. Vance in gran spolvero) e il suo diretto avversario della
difesa, Christopher Darden (Sterling K. Brown).
Lo scontro in
aula tra i due avvocati di colore è il termometro di una città pronta a
rivoltarsi nuovamente, singolo episodio fantastico affidato alla regia di John
Singleton (sì, quello di “Boyz n the Hood”) che manda a segno un gran
colpo, sono sempre contento di vedere qualcosa di bello diretto da Singleton, è
da troppo che si è perso tra progetti poco sentiti.



Courtney facci la tua imitazione del pupazzetto contro il parabrezza!

Insomma, “American
Crime Story” è una bombetta che appassiona malgrado la messa in scena
estremamente (e dettagliatamente) realistica, ma soprattutto, ha la capacità di
coinvolgere talmente tanto da farvi (quasi) dimenticare il fatto che sapete già
come si è concluso il processo e, allo stesso tempo, portare in scena certi
dettagli su indagini e processi che normalmente si sentono al telegiornale, ma
non si capiscono in pieno. Almeno io non li capisco, non sono mai stato
processato… per ora!

Già annunciata
una seconda stagione che parlerà delle vicende legate all’uragano Katrina e
se qui Ryan Murphy non ha preso prigionieri, non ho idea di cosa potrà fare con
un soggetto del genere, già mi frego le mani!
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