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American Gods – Stagione 1: Storie di Dei migranti

Se non lo sapete
già ve lo dico a chiare lettere: qui si vuole tanto bene a Neil Gaiman, amichevolmente
ribattezzato come “L’uomo meglio vestito della storia dei comics”, quindi ero
molto curioso di godermi l’adattamento del suo premiato ed amatissimo romanzo American Gods.

Specialmente per
una ragione fondamentale: la presenza di Michael Green (quello di Logan) e soprattutto di Bryan Fuller
come showrunner della serie, se per caso guardandola vi siete
stupiti di quanto fosse esteticamente patinata e visivamente curatissima, è
solo perché non guardavate quella bomba di Hannibal,
tolta prematuramente all’abbraccio dei suoi fan… Stramaledetti!
Non ho davvero
niente da dire, Bryan Fuller si conferma l’uomo giusto per questa serie, non
solo perché ha saputo portare la stessa qualità di “Hannibal” anche qui, ma
soprattutto perché ha applicato anche a Neil Gaiman lo stesso trattamento già
riservato ai romanzi originali di Thomas Harris.



L’uomo meglio vestito della storia dei comics applaude il lavoro di adattamento di Bryan Fuller.

La storia di Shadow
(Ricky Whittle… CHIIII?) scarcerato di prigione anche per via della prematura
morte della moglie Laura (Emily Browning) che non sapendo più dove sbattere la
testa, fa la conoscenza del carismatico Mr. Wednesday (un ENORME Ian McShane) e
scopre che gli Dei portati nel Nuovo Mondo dai popoli giunti nei secoli in America, sono stati spesso dimenticati e hanno dovuto inventarsi nuove vite, vivendo tante volte tra gli umani ed esposti al crescente strapotere di Dei
tutti nuovi, molto più tecnologici e in linea con ciò che gli umani ora
venerano davvero, in quella che si prospetta essere una guerra tra divinità al
tramonto contro divinità in galoppante espansione.

Quella pioggiona spessa, i fan di “Hannibal” se la ricordano bene…

Oltre ad essere
un lavoro estremamente coerente con il suo capolavoro a fumetti Sandman, il romanzo originale di Neil
Gaiman trattava il lettore da persona intelligente, dedicando interi capitoli a
divinità dimenticate, ma mai presentate per filo e per segno, fornendo tutti
gli indizi per capirne l’identità, ma soprattutto stimolando la curiosità
del lettore. Infatti, il bello di American Gods era anche quello di mettere alla prova le proprie conoscenze sui vari
pantheon di divinità prese dalle varie religioni.

Bryan Fuller e
Michael Green fanno esattamente la stessa cosa. Nelle prime quattro puntate
centellinano le spiegazioni, anzi ne forniscono davvero pochissime, il
risultato è una serie girata alla grande che tra Dei bisonti, divinità
scatenate tra le lenzuola e personaggi che vanno e vengono, potrebbe
tranquillamente risultare un’esperienza psichedelica e magari anche molto poco comprensibile,
tipo tutta la sottotrama legata al tipo di The Night of, che davvero è psichedelia allo stato puro.



Ok, manca solo la marmotta che incarta la cioccolata poi le ho viste tutte.

Ogni nuova
puntata comincia con qualche nuova popolazione che nel corso della storia (si
parte con i Vichinghi nel 813 AC) porta la sua religione e i loro Dei nel Nuovo Mondo, per poi passare alla storia di Shadow e Wednesday impegnati a fare
visita a parecchie divinità nel tentativo di arruolarli per la guerra che si
prospetta all’orizzonte.

Questo ci regala
alcune gioie di un casting davvero micidiale, il Czernobog di quel mito di Peter
Stormare è talmente figo e carismatico che dispiace si veda così poco e
possiamo dire lo stesso del leprecauno Mad Sweeney interpretato da un
azzeccatissimo Pablo Schreiber (di fatto il leprecauno più alto del mondo!),
uno che ridendo e scherzando in pochi anni è passato dalla più grande serie tv
di tutti i tempi (The Wire) al Pornobaffo di Orange is the new black, per finire in un’altra
serie di alto livello: bravo Pablo!



Riassumendo potremmo dire che è passato da Pornobaffo a Pornobarba senza passare dal via.

Per capirci
davvero qualcosa della trama se non avete letto il romanzo, bisogna aspettare
fino all’episodio numero cinque, in cui ci vengono presentati per benino i
cattivi e qui davvero il direttore del casting ha fatto un mezzo miracolo, perché non so come abbiano fatto a convincere quel pazzoide di Crispin Glover a prendere parte a questa
serie, ma il suo il suo World è perfetto e chissà quante ne avrà combinate
Crispin sul set! Devo assolutamente mettere le mani su qualche testimonianza
diretta, con Glover in circolazione la follia raggiunge subito vette vertigionose!

Non so come lo abbiano convinto, ma si sono presi un bel rischio.

Dovrei parlarvi
del “Ragazzo tecnologico” una specie di Fedez con tanto di sigaretta
elettronica che rappresenta internet e il culto imperante dei social-cosi, ma
le chiacchiere stanno a zero, il vero spettacolo è Gillian Anderson che in Hannibal interpretava Bedelia, mentre qui
rappresenta alla grande la televisione, infatti la Anderson con ausilio di
trucco e parrucco ci regala le sue versioni di Marilyn Monroe e Lucille Ball, anche
se la mia trasformazione preferita è stata il gradito omaggio a David Bowie in
piena fase Ziggy Stardust.

Costumi di scena che fanno aumentare ancora la mia già altissima considerazione di Gillian Anderson.

Rispetto al
romanzo originale, Fuller e Green espandono alcune parti, pescando a piene
mani dai romanzi e dallo stile di Neil Gaiman, dimostrando di conoscere bene il
materiale originale e di poterlo maneggiare con sapienza proprio come già
dimostrato con i romanzi di Thomas Harris, motivo per cui Anansi (Orlando
Jones, persino Orlando Jones è azzeccato! Cavolo non lo vedevo su schermo dai
tempi di “Evolution” credo!) ha una parte maggiore nella storia che tiene
conto anche di “I ragazzi di Anansi” romanzo del 2005 di Gaiman.

Ma, soprattutto,
Laura e Mad Sweeney, il cui rapporto nel libro è appena accennato, qui trova il
giusto spazio e permette allo spettatore di affezionarsi ai personaggi, anche perché
ai tempi Gaiman fu costretto a seguire le richieste dell’editore e non superare
le 500 pagine di romanzo, ma da grande narratore di fumetti, ha dimostrato di
conoscere tutte le storie dei personaggi da lui creati, quelle storie che ora
nel formato televisivo potranno finalmente essere raccontate. Anansi ringrazia
e noi con lui.


La prova del
successo e della qualità di questa serie è il personaggio di Laura Moon (una
bravissima Emily Browning), diventa davvero complicato riuscire a far
affezionare il pubblico alle vicende di un personaggio con così tante
connotazioni negative. Oh, bisogna dire che la dodicesima volta che sentirete
pronunciare “Puppy” ad Emily Browning vi verrà voglia di strangolarla, ma
tenete duro fino al già famigerato episodio cinque, quello in cui ci viene
raccontato come Laura morì con un Felafel in mano, anche se non si trattava di
un Felafel. E non era nemmeno in mano a voler essere precisi.



Tranquilli, nella serie lo ripete anche più spesso di così.

Sarà che io sono
impallinato con l’Irlanda, ma basta un episodio come il numero sette, per
rendere Laura e Mad Sweeney due beniamini del pubblico, con una puntata che
sembra distaccata dal resto della serie e tutta incentrata sul folklore irlandese,
quasi una storia nella storia, rendendo omaggio proprio alla struttura che
aveva reso Sandman il capolavoro a
fumetti che è.

Menzione speciale
anche per Ian McShane, non vi rivelo l’identità della Divinità che impersona
(anche se gli indizi ci sono eccome per capirlo), diciamolo subito: fisicamente
non ricorda per nulla un Dio proveniente da quel pantheon lì, però McShane si
mangia letteralmente lo schermo e lo farebbe anche se il suo compagno di
viaggio non fosse un cane a recitare.



Recitare come Dio comanda (nel vero senso della parola).

Non so dove
abbiano pescato Ricky Whittle (CHIIIIIII???), ok ha il fisicone frutto di mille
mila ore di palestra, ma ha grossomodo il carisma di un carciofo bollito e un
naso dalla forma stranissima, continuavo a guardarglielo, forse per
cercare di distrarmi dal fatto che in questa serie hanno azzeccato tutti gli
attori, tranne il protagonista.

Il cosplayer di Luke Cage prestato a questa serie.

Il bello di “American
Gods”, però, è che mi è parsa proprio una serie al passo con i tempi, gli Dei sono tutti immigrati, tante volte clandestini, il romanzo è stato
scritto prima e la serie era in cantiere da un pezzo, soltanto che nel frattempo
il mondo è diventato ancora più matto di Crispin Glover ed ora la questione
migranti e frontiere chiuse è bollente. Nel secondo episodio Mr. Nancy fa una tirata che riassume agli schiavi “ospiti” di una nave negriera, i prossimi trecento anni di maltrattamenti che attendono le persone di colore in America, un momento di bravura di 
Orlando Jones davvero mattatore.

Persino Orlando Jones sembra un attore in questa serie, no dico, Orlando Jones!

Il sesto episodio, ad esempio, con un’intera cittadina americana votata al culto della armi, costruite dall’azienda
del Dio Vulcano, sembra parecchio satirica, specialmente se la fai cominciare
con un Gesù messicano (Jesus!) che attraversa il confine camminando sulle
acque, solo per trovare dall’altra parte uno sceriffo molto timorato di Dio,
come si nota dalla scritta sul calcio del suo fucile.


Insomma, “American
Gods” per me è stata all’altezza delle aspettative, sono felice che posa
contare su uno zoccolo duro di fan di Neil Gaiman, dopo la cancellazione di Hannibal, Bryan Fuller se la merita
questo tipo di visibilità ed ora sotto con la seconda stagione!

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