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American Graffiti (1973): dove eravate nel ’62?

Fondata originariamente nel 1870, nata come una fermata della ferrovia che collegava Sacramento a Los Angeles, la città di Modesto avrebbe dovuto chiamarsi Ralston in onore al principale finanziatore locale, William C. Ralston, fu la sua modestia a convincere tutti ad optare per qualcosa di meno appariscente e più beh, Modesto appunto.

L’abitante più celebre di Modesto, nato in questa cittadina di provincia il 14 maggio del 1944 è senza ombra di dubbio George Lucas, uno che il destino sembrava averlo già segnato, perché se nasci a Modesto in California, cosa potrai mai combinare nella vita? Anche perché malgrado la storia – o leggenda, fate voi – sulle origini del suo nome, Modesto è identica a qualunque altra cittadina di provincia del globo: una strada principale, dritta, attorno a cui si sviluppano case, scuole, se siete fortunati qualche locale, un posto dove comprarsi da bere e magari un campo da basket, ma deve andarvi proprio grassa.

Tutte le Modesto del mondo si somigliano, ad ogni latitudine di questo gnocco minerale che ruota attorno al sole, viverci e crescerci vuol dire sviluppare – volenti o nolenti – un rapporto viscerale con la tua automobile, senza la quale quella strada principale non la puoi attraversare, se non hai un “ferro” sotto il culo non può vedere gli amici, non puoi andare a trovar la fidanzata, in molti casi non puoi nemmeno ambire ad averne una. È quella che io chiamo “mentalità da Mad Max”, anche se non sei un fanatico di motori, la tua auto diventa fondamentale, il centro del tuo mondo, la quantità di carburante nel serbatoio il metro indicatore del tuo grado di libertà, magari non siete nati e cresciuti nella città che avrebbe dovuto chiamarsi Ralston, ma se siete stati ragazze e ragazzi di provincia, conoscete bene la sensazione.

Questa è la mia dedica a chi di voi, come me, è cresciuto in provincia.

A Modesto, il suo più famoso abitante era un bello scapestrato, certo il nostro George Lucas amava le storie di fantascienza e i film di guerra, in particolare quelli con i piloti di caccia della seconda guerra mondiale, ma la vita in un posto così è determinata dal “ferro” che guidi, quello di Lucas non era proprio una calamita per signorine, perché il nostro nei fine settimana gareggiava nelle corse, ovviamente clandestine, di automobili con la sua Fiat Bianchina, se ve lo state chiedendo, proprio l’utilitaria di Fantozzi. Modesto, più che un nome uno stile di vita.

Vengo a prenderti stasera, con la mia Bianchina bianca.

Ennesima gara, ennesimo fine settimana di noia a Modesto, Lucas affronta una curva a tavoletta, la sua Bianchina non tiene l’asfalto e va fuori strada, ribaltandosi più volte su se stessa. Per la fortuna del nostro Giorgio, la cintura di sicurezza non regge e spara il ragazzo fuori dall’abitacolo, senza assolvere il suo compito gli salva comunque la vita, perché la Fiat si accartoccia ad un albero che sarebbe stato la fine della corsa per Lucas, che in quel momento forse avrebbe preferito affrontare il platano piuttosto che suo padre.

Qui terminano i sogni di gloria da pilota di “Fonzie” Lucas e iniziano quelli da futuro pilota stellare e regista.

Il signor Lucas (immagino tra uno schiaffone e l’altro) fa la classica scelta da genitore, spedisce il figlio a studiare con la speranza di tirarlo fuori dalla sua fissa per le corse in auto. George non proprio motivatissimo si iscrive alla University of Southern California di Los Angeles, tutto per accontentare papà, però per dirvi del suo interesse di stare ad USC, ovvero dove tanti il cinema lo hanno imparato per davvero, sul modulo di iscrizione barra “Fotografia” e “Cinematografia”, per il primo corso è già tutto occupato, ma puoi partecipare al secondo, siediti pure lì, vicino ai suoi nuovi migliori amici Steven e John.

Il resto è storia, il progetto nato come sua tesi di laurea, “L’uomo che fuggì dal futuro” (1971) diventa un titolo di culto, quello che fa finire Lucas sotto l’ala protettiva del fondatore della American Zoetrope, a tutti gli effetti il suo beh, padrino, ovvero Francis Ford Coppola. A questo punto Lucas per il suo secondo film pesca ancora dalle sue grandi passioni, la fantascienza e le gare di automobili, ma per quella sua storiella piena di tipi strani che vagano per la spazio, sembra davvero troppo presto, quindi Lucas si ricorda di quando tra i banchi di USC sognava di dirigere un documentario sul DJ della notte Wolfman e una storia auto biografica sulla sua vita intitolata “Another quiet night in Modesto”.

Scrivi di quello che conosci, dirigi quello che hai vissuto.

Lucas scrive la sceneggiatura insieme ai fidati Gloria Katz e Willard Huyck, che a loro volta utilizzano proprio George come modello di risperimento per alcuni dei personaggi nella trama, ma la United Artists non crede in un progetto che a detta del suo regista, dovrebbe essere raccontato senza veri protagonisti, un po’ a flusso di coscienza, con la notevole colonna sonora piena di pezzi celebri a fare da collante e ideale voce narrante. Ecco, i pezzi famosi, “Rock Around the Clock”, Fats Domino, Chuck Berry, il regista vorrebbe tutto il meglio della colonna sonora della sua gioventù, tanta bella robina che costa, per un film che la United Artists vorrebbe con più sesso e violenza, niente, questo matrimonio non s’ha da fare (cit.) però magari la Universal Pictures si, magari con lo zampino del padrino Coppola a metterci una buona parola per il suo protetto.

Il progetto, che nel frattempo è stato ribattezzato “American Graffiti” alla Universal piace, a patto di tenere il budget basso (750 mila fogli verdi con sopra facce di ex presidenti defunti) si fanno andare bene anche il nuovo titolo, un po’ troppo fighetto per i gusti dei capoccioni della major, ma poco male, Lucas ha di fatto carta bianca, ottiene tutte le canzoni che vuole e soprattutto l’ultima parola sul montaggio finale. Sarà per quello che ancora oggi queato è l’unico film su cui non hai mai rimesso le mani che so, per aggiungere una Ford 5-Window Coupe del 1932 in CGI o qualche diavoleria del genere?

«Ragazzi avete idea di cosa sia una Director’s cut?», «Che ti frega, basta che non ci sostituisca con Jar Jar»

Per “American Graffiti” George Lucas pesca dai cassettini della memoria, si ispira alla sua vita e a I Vitelloni di Federico Fellini, facendo leva su una campagna promozionale che domandava al pubblico Dove eravate nel ’62? Per Lucas la risposta è semplice, lui era a Modesto e questa è la sua storia, oltre ad essere la storia di un po’ tutti i ragazzi cresciuti in una piccola città, universale nel suo essere provinciale, anche perché la scelta di tempi risulta fondamentale. I protagonisti di “American Graffiti” affrontano la loro ultima serata in città, un’ultima notte di fine estate, tra la fine del liceo e l’inizio del college, per altro in un’estate non a caso, quella che a ben guardare è stata anche l’ultima estate felice degli Stati Uniti, prima di quell’ottobre del 1962 dove il Paese è arrivato ad un passo dall’annichilimento atomico e quando il loro presidente pistolero (come lo chiama Stephen King) era ancora lontano dal morire in diretta tv a Dallas.

Dei giorni felici, che ne hanno ispirati altri a partire dal casting, perché come ha confermato anche Ron Howard nella sua autobiografia (condivisa con il fratello Clint, intitolata “The boys. Due vite, un’autobiografia”) senza le prove generali nei panni di Steve Bolander, col cavolo che ci sarebbe mai stato Richie Cunningham e in generale, senza questo film non avremmo mai avuto proprio “Happy Days” (che ha esordito l’anno dopo sul piccolo schermo) e poi ancora a seguire quella retro-mania per gli anni ’50 e ’60 che abbiamo ritrovato in “Grease” (1978), in versione grottesca in “Animal House” (1978) e a ben guardare anche in Ritorno al futuro o recentemente con titoli come Licorice Pizza. Direi che ci sono gli estremi per il Classido, voi che dite?

Forse il paragone più articolato ma più a fuoco che possiamo fare è dire che “American Graffiti” è un po’ il The Fabelmans di Lucas, con la differenza sostanziale che il grande amico di George, suo compagno di scuola ad USC è il bipede più innamorato della settima arte su questo gnocco minerale che ruota attorno al sole. Lucas invece è quello che in carriera ha diretto pochissimo, spesso delegando il compito ad altri, eppur dentro ci trovate già tutta la sua vita e anche molto del futuro del suo cinema.

John Milner (Paul Le Mat) il duro dal cuore d’oro del gruppo, quello che guida la citata Ford 5-Window Coupe gialla, per altro targata “THX1138” (occhiolino-occhiolino) alla fine non è un Han Solo alle prese con una principessa Leila minorenne caricata a bordo? Il fatto che gareggi contro uno spavaldo pilota fatto a forma di Harrison Ford chiude il cerchio, anche della gara finale, che non somiglia tanto alla “corsa del coniglio” di “Gioventù bruciata” (1955), quanto più al modo con cui Lucas ha esorcizzato il suo di incidente, mandando fuori strada il futuro Han Solo, per lui niente rotta di Kessel in meno di 12 parsec, non ancora almeno.

Trovati un grosso cane come co-pilota, poi sarai pronto ragazzo.

Questa è la storia dell’ultima grande notte di un Richie Cunningham, che in realtà è stronzissimo e vorrebbe convincere la ragazza ed ottenere carta bianca per frequentare altre persone all’università, ma è anche la storia di Curt (il futuro attore feticcio dell’amico Steven, ovvero Richard Dreyfuss) che sogna la donna perfetta, una che forse nemmeno esiste, tanto che Lucas intelligentemente, quando fa entrare in scena la biondona angelica, la mostra riflessa nel finestrino dell’auto, come una visione.

«Mi serve una macchina più grande»

Ma è anche la storia di Terry “Il rospo” Fields (il mitico Charles Martin Smith, l’uomo che avete visto in tutti i film), quello che più di tutti in linea di massima somiglia agli spettatori di “American Graffiti”, quello che sa che in provincia, niente macchina vuol dire niente ragazza e che le prova tutte pur di mettere le mani su una bottiglia di “bumba”, con risultati spesso esilaranti, in un film che procede a flusso di coscienza, tenuto insieme dalla notevole colonna sonora, ecco parliamone!

«Due hamburger con patatine a portar via, grazie»

Dovreste averlo intuito, per lo meno dalla direzione con cui gestisco questa Bara e i suoi derivati, che l’idea del DJ della notte è quella che mi affascina maggiormente, la storia nella storia, dentro le tante storie che compongono questi graffiti americani è la leggenda metropolitana su Wolfman, il Lupo Solitario che potrebbe essere un nero, in fuga dal governo, che trasmette il suo Rock da un aereo in volo tra il Messico e chissà dove, perché cosa viene trasmesso, tante volte è più importante di chi lo faccia poi per davvero.

Ecco perché tra le tante scene di quello che potrebbe essere il miglior film di George Lucas, in termini di regia e gestione di storia e personaggi (non me ne vogliano i fan di “Guerre Stellari”, la sacra Trilogia gioca in un altro campo da gioco), il momento che preferisco è l’anti spettacolare incontro con il proprio mito, la leggenda in persona che ad una prima occhiata, potrebbe essere solo un nastro registrato, un professor O’Blivion per ragazzi, oppure qualcuno che poteva andarsene, come Curt, ma è rimasto perché alla fine si diverte a fare quello che fa, anche mettere su un’altra volta Louie Louie, con le dita impiastricciate di ghiacciolo.

Personaggi belli bellissimi della storia del cinema, che non vengono ricordati mai abbastanza.

“American Graffiti” è lo “Stand by Me” (1986, chi interpreta Gordie da adulto lì? Sempre Richard Dreyfuss) della generazione dei baby boomers, prima che questa espressione diventasse un insulto da “Infernet”, l’ultima notte da leoni del sogno americano, prima di perdere la sua verginità con i tredici giorni dell’ottobre 1962 o con la guerra in Vietnam, anzi, a ben guardare dall’anno 1986 arriva l’unico pezzo rock che non trovate nella colonna sonora di questo film, ma che ci sarebbe stato alla perfezione.

Perché se Strada a doppia corsia è quasi la stessa storia, raccontata da un eroe del cinema indipendente americano come Monte Hellman, “American Graffiti” è l’unico altro film che ha quel retrogusto da pezzo di Bruce Springsteen, come in Thunder Road, Curt e gli altri sono ragazzi pronti a dire al mondo: It’s a town full of losers. I’m pulling out of here to win.

Oh oh Thunder Road, oh Thunder Roadoh Thunder Road.

Il loro destino lo troveremo sui titoli di coda del film (quelli su cui scherzerà Landis nel suo “Animal House”), mentre il destino del più celebre abitante di Modesto ad Ovest di William C. Ralston lo conosciamo tutti, lui davvero se ne andato per vincere, ma non prima di portare a casa poco più di 110 milioni di dollari con la storia della sua vita di ragazzo di provincia, mica male per uno che voleva solo partecipare alle gare clandestine nel fine settimana, i primi cinquant’anni di questa storia andavano festeggiati a dovere, e dal vostro DJ in volo sulla sua Bara Volante per oggi è tutto, vi lascio con un po’ di musica a tema.

Sepolto in precedenza giovedì 5 ottobre 2023

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  1. Bellissima recensione, per uno dei più bei film della mia adolescenza. Complimenti per il nuovo bellissimo sito, e grazie di cuore per tutte le informazioni e le storie che ci regali.

    • Grazie a te per la pazienza di leggerti tutto 😉 Cheers

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