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American Horror Story – Stagione 1: Proprio vero che il mercato immobiliare è morto

Ci metto
sempre un tempo tutto mio per decidermi a recuperare le serie tv, aspettando di
vedere la seconda stagione di quella bomba di Scream Queens, mi sembra giusto finalmente gettarmi sulla creazione
più celebre di Ryan Murphy e Brad Falchuk.

Ormai lo
sapete che “American Horror Story” è una serie antologica che racconta una
storia diversa a stagione (alla moda di True Detective per capirci), vero? Sì, voi questa serie l’avete già vista sono
solo io che sono rimasto indietro! Insomma, la prima stagione s’intitola (in
amicizia) “Murder House” e se state cercando casa anche voi sembra il manabile
di tutte le cose che chi vuol comprare casa NON deve fare.
Gli Harmon
sono una stramba famiglia, papà si chiama Ben, fa lo psichiatra e ha il
faccione di Dylan McDermott (visto in Automata),
sua moglie si chiama Vivien (Connie Britton vista in The Last Winter) e la loro inquieta figlia adolescente si chiama
Violet (Taissa Farmiga sorella di Vera). L’allegra famiglia è tutto tranne che
serena, specialmente dopo che Vivien ha scoperto che il marito se la spassava
con una delle sue studentesse, la giovane Hayden (Kate Mara, in un personaggio
con punti in comune con quello che ricopre in House of Cards).


Un allegra famigliola felice (la faccia del cane riassume tutto).
Nel tentativo
di ricominciare, cambiano aria comprano una bella casa a Los Angeles portandola
via per un prezzaccio (e già qui due domande me le sarei fatte…), qui fanno la
conoscenza di Constance (Jessica Lange che giganteggia mangiandosi tutte le
scene in cui compare) vicina che di stare a casina sua proprio non è capace,
dal passato appena appena travagliato, ma volete che sia così semplice? Ma va!
Aggiungiamo
anche la domestica Moira O’Hara, anche lei molto legata alla casa, curioso caso
di “Bicchiere mezzo pieno umano”, le donne che hanno a che fare con lei la
vedono come un’anziana donna dall’occhio sgherro e la vistosa tinta rossa
(interpretata dall’ottima Frances Conroy), mentre gli uomini che la guardano,
la stessa vistosa tinta rossa non la vedono nemmeno, più che altro vedono la il
vestitino da porno cameriera e il suo contenuto (Alexandra Breckenridge, la
parrucchiera trombo amica di Rick dei Camminamorti,
dimostrazione che quella serie fa sbiadire chiunque vi prenda parte).


Perchè cercando foto su Google di questa serie mi spunta solo lei?
…Ok, quando faccio certe domande ignoratemi.
Completa la
rumba il giovane Tate (Evan Peters, il Quicksilver degli X-Men), adolescente un
po’ toccato, paziente del padre, ma più interessato alla figlia Violet. Seguono
immani casini paranormali, in dodici episodi dal ritmo alterno, ma che comunque
si lasciano guardare, anche solo per capire dove quei due matti di Ryan Murphy
e Brad Falchuk vogliano andare a parare.


“…Jeremy spoke in class today”.
Il pilot di
“American Horror Story” sembra un campionario di tutti gli stereotipi legati
agli Horror con case stregate, un tripudio di sesso, violenza e visioni che sa
parecchio di già vista (ma tanto!), ma incredibilmente funziona, specie quando l’episodio si gioca la sua carta migliore: il Rubber Man, l’omino di
Latex.
Con la sola
presenza il losco Diabolik vinilico porta tutta la serie in piena zona
morbosità, l’identità dell’uomo resterà segreta per un po’ (come per il Devil
Red di Scream Queens) dando il via
alla serie infinita di flashback che poco alla volta svelano qualcosa del
passato dei singoli personaggi.


“Ti ho detto ti portare fuori la spazzatura, non di vestirti da sacco della monnezza”.
Questo “Murder
House” ricorda molto certi Horror degli anni 70, partendo da “Amityville
Horror”, fino ad arrivare a certe situazioni tipiche dei film di Polanski,
cose tipo “Rosemary’s Baby”, oppure “L’Inquilino del terzo piano”, non credo
nemmeno che il nome del personaggio Tate, sia stato scelto a caso, a me fa
pensare alla povera Sharon Tate, non credo sia un caso.
Con il
proseguire degli episodi, i rapporti tra i personaggi s’intrecciano sempre più
la “Casa degli orrori” si porta dietro tutti i suoi precedenti inquilini, morti
uno peggio dell’altro, ma, se devo dirla tutta, la mia attenzione è stata
piuttosto altalenante (per utilizzare un largo giro di parole…), fino al doppio
episodio intitolato “Halloween – part 1 & 2” (1×04/05). Devo dire che è
andato tutto piuttosto bene, poi personalmente le cose sono andate un po’ a
Sud e il finale l’ho trovato piuttosto anticlimatico,
specialmente dopo il penultimo episodio (1×11 “Birth”) che mi è
piaciuto parecchio.


Un affarone, la portate via per un prezzaccio, ex inquilini defunti compresi nel prezzo.
Il problema
principale di questa stagione, secondo me, è che manca un minimo di logica interna
nelle regole che lei stessa s’impone. Parlando di fantasmi, bisognerebbe
seguire una personale regolamentazione sui loro poteri, in realtà molti
passaggi non sono affatto chiari, il risultato è che dopo il nono: “Ma come mai
tizio fa così?” il mio livello di coinvolgimento ha iniziato ad essere un po’
ballerino.
Jessica Lange nei panni della vicina impicciona delle sit-com.

Quello che ho
apprezzato di questa prima stagione è stato sicuramente il modo di essere
antologica nel vero senso della parola, dedicata alla
case stregate, riassume tutti i topoi classici di questo tipo di storie e
anche l’ambientazione Los Angelina influisce, infatti è perfettamente sensato
che all’interno della storia della famiglia Harmon, faccia capolino anche la
Dalia Nera, uno dei più celebri (e macabri) omicidi della storia della città.

Insomma,
“American Horror Story” ha tutto per piacere agli appassionati di Horror, ma
non solo proprio per questa sua natura antologica, certo io sono un gran
rompicoglioni quando si parla di logica e continuità in una storia, che mi
sembra il grosso punto debole di questa serie, ma, in ogni caso, mi sono già
tritato anche la stagione numero due, vediamo fin dove riuscirò ad arrivar, per
ora… Vado!
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