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American Mary (2012): Bloody Mary

Ci sono tradizioni che vanno onorate a prescindere, come ad
esempio la Notte Horror, ormai mi sono preso a cuore il ruolo di band d’apertura
per questo festival di mostri, freaks e orrori assortiti che andrà avanti per i
prossimi martedì estivi a blog condivisi. Per la mia sesta apparizione ho
scelto un film che compie i suoi primi dieci anni, se bisogna fare un po’ di
casino ad un festival Horror, tanto vale coinvolgere delle specialiste in
questo settore come le Soska Sisters.

Le gemelle Jen e Sylvia Soska, classe 1983 direttamente dal
grande nord canadese, due adorabili matte con una carriera da attrici fin da
giovanissime e un amore viscerale per il cinema horror, la leggenda vuole che
da bambini Jen e Sylvia chiedessero a genitori, immagino esausti, «Possiamo
rivederloooooo?», solo che invece del solito classico Disney, il loro titolo del cuore
da vedere a ripetizione era Poltergeist
(storia vera).

Cresciute, come tutte le persone con la testa sulle spalle,
nel mito del loro compatriota Cronenberg, le “Twisted Twins” hanno un superpotere particolare, quello di
riuscire a manifestarsi a tutti i festival di cinema horror vestite (oddio
vestite…) come se fossero uscite dal sogno bagnato di qualunque nerd cresciuto
a pane e Horror, piantando su un casino che fa pensare a tutti: «Sono arrivate Jen
e Sylvia».

Voi i fratelli Taviani, noi le sorelle Soska.

Quando distribuivano l’entusiasmo, i primi della fila sono
rimasti con un palmo di naso perché queste due novelle Mercoledì Addams dal
Canada avevano già spazzolato tutto, la leggenda vuole che le sorelline abbiano
tempestato Eli Roth di email, fino a convincerlo a produrre il loro film,
portando come curriculum il loro esordio auto prodotto, scritto diretto ed interpretato,
ovvero “Dead hooker in a trunk” (2009) che già nel titolo riassume tutta la
trama.

“Ma lì dentro non dovrebbe starci solo ruotino e triangolo?”

Ecco perché “American Mary” nel 2012 uscì distribuito dalla
Universal e con una dedica in bella vista ad Eli Roth e ancora oggi resta il
miglior film di Jen e Sylvia, due che a volte lasciano un po’ la sensazione di
essersi create un’aurea di mito tale attorno, più consistente della loro filmografia,
che prevede un segmento molto divertente di “The ABCs of Death 2” (2014), prima
di accasarsi con la WWE, per roba non proprio irresistibile come “See No Evil 2”
(2014) e “Vendetta” (2014), fino al momento in cui le due non hanno calato la
maschera del loro amore per il mio secondo Canadese preferito, diventando le
prime delle storia a fare un remake di un suo film, nella fattispecie Rabid.

La sensazione è che alle Soska Sisters si voglia bene per il
semplice fatto di esistere, anche rivedendo oggi “American Mary”, ritroviamo un
film che ha tutto della loro esplosiva personalità e del loro amore
incondizionato per l’horror, alcuni difetti che ti aspetteresti da un film d’esordio
(almeno su un grande palcoscenico) e il potenziale che dieci anni dopo, forse Jen
e Sylvia non hanno ancora espresso in pieno, facile quindi dichiarare che questo è
ancora il loro film che preferisco, non tanto per vera mancanza di alternative,
quanto per la vitalità che “American Mary” sfoggia.

“Ehi papà guarda un pollo!” (Cit. Che capiranno in pochi)

Pronti via, Jen e Sylvia aprono il loro film con la loro
protagonista Mary Mason, che sulle note dell’Ave Maria di Schubert (sottilissime…),
nella cucina di casa fa pratica di suture su alcuni tacchini. Mary ha il volto
e il corpo della bellissima Katharine Isabelle, con la frangetta perché sia chiaro che è l’alter ego delle sue
due registe, che hanno fatto una gran scelta, visto che per il ruolo principale
hanno solo scelto una delle più famose Scream Queens di tutto il Canada, con un
sacco di horror nel suo curriculum ma famosa soprattutto per la trilogia di “Ginger
Snaps”, sorvolo sul titolo italiano, meglio non infierire.

Didascalie che verranno ignorate presenta: Katharine Isabelle.

Mary studia chirurgia, il suo professore il Dr. Grant (David
Lovgren) la pungola costantemente come si fa con gli studenti promettenti,
perché la nostra ha il talento per diventare il nuovo fenomeno del bisturi, ma i problemi a pagare la retta universitaria la tengono distratta, il fatto che
poi in questo film i chirurghi scherzino tra di loro chiamandosi “tagliatori”,
in originale “Slasher”, è solo l’ennesima prova che le Soska Sisters si sono
divertite un sacco a scrivere e dirigere questa storia.

La prima mezz’ora di “American Mary”, Jen e Sylvia
dimostrano un ritmo e un occhio per la narrazione notevoli, la loro Mary ad un
passo dal diventare una spogliarellista per far fronte ai suoi problemi
economici, per un caso del destino si ritrova ad eseguire la sua prima
operazione illegale, pagata con bei soldati, nel retro di un Night Club per di
più operando in lingerie, un deus ex
machina
a metà tra Eros e Thanatos (che non è il cattivo degli Avengers), che mette in moto tutto il film con il giusto tocco di umorismo nero, che
evidentemente alle sorelle Soska non manca.

Vabbè Katharine, non è che mi puoi impallare tutte le didascalie così eh? Poi penseranno che si tratta di una scusa per non scriverle.

La notizia del talento di Mary si diffonde velocemente nel
sottobosco popolato di bizzarri personaggi interessati al talento di una
dottoressa che opera bene e fa poche domande, qui la nostra Mary, novella Alice, decide di seguire il Bianconiglio giù nella tana, solo che invece di uno
stressato animaletto con un orologio, Mary fa la conoscenza di Beatress (Tristan
Risk), una sorta di Betty Boop umanoide scolpita a colpi di chirurgia estetica,
che per la sua “sorellina” è alla ricerca di qualcuno abile con il bisturi, ben
disposta pagando il giusto a trasformarla in una bambola, vorrei vedervi tutti
voi la fuori, in fissa per vedere l’annunciato film di Barbie con Margot Robbie
e Ryan Gosling, guardatevi “American Mary”, poi ne riparliamo della vostra
voglia di bamboline.

“I’m a Barbie girl, in the Barbie world” (cit.)

In una scena un po’ forzata ma chiave, Jen e Sylvia ci
mostrano che la loro protagonista è una ragazza fredda come il ghiaccio,
apparentemente priva di empatia, diventa chiaro quando il tuo tutore le chiede
di dare una doppia brutta notizia alla famiglia di un paziente. In realtà Mary
è priva di qualunque forma di morale, questo la rende “Bloody Mary” come viene
presto nominata nell’ambiente, la dottoressa a cui rivolgersi se il vostro
corpo non è in linea con l’immagine di voi stessi che avete o desiderate.

Il cameo delle regista, anche se loro vestite così stanno meglio di Hitchcock.

Purtroppo per me che patisco sempre questo tipo di scene, le
sorelle Soska decidono che la definitiva trasformazione della loro Alice non
deve avvenire con una festa di non-compleanno, ma ad un festino di chirurghi
che in quanto rappresentanti della “normalità” sono i veri mostri della storia. In tutta onestà non credo che fosse obbligatorio far imboccare ad “American
Mary” la strada maestra del filone “Rape & Revenge”, che però è solo una
delle chiavi di lettura del film, perché per certi versi la vendetta sul
violentatore non è altro che la versione in grande della scena iniziale, invece
di fare esperienza chirurgica su polli e tacchini, Mary esperimenta su un gran
bastardo che francamente, un po’ se lo merita anche, bisogna dirlo.

“Adesso ti toglierò i denti del giudizio, agendo senza giudizio”

Il secondo atto di “American Mary” pare girare un po’ a
vuoto, le sorelle Soska trascinate dal loro entusiasmo mettono sul fuoco tanta
di quella carne che ad un certo punto, forse per un po’ di inesperienza non riescono
a gestire in maniera approfondita, le sotto trame si accumulano e non trovano
una loro naturale conclusione, ma più che quella del “Rape & Revenge”, la
direzione seguita dal film è un’altra.

Trattandosi di un’opera estremamente personale, Jen e Sylvia ci tengono molto a rappresentare il loro mondo al cinema (il loro
cortometraggio “Twisted Twins” del 2012 di fatto è una sorta di loro
autobiografia), infatti appaiono nel film nel ruolo delle due gemelle che richiedono a
Mary un tipo di operazione molto particolare, quella in cui le Soska possono
far indossare a Katharine Isabelle un camice rosso che altro non è che una
strizzatona d’occhio enorme al loro grande eroe, il David Cronenberg di Inseparabili.

Tana per le Soska che omaggiano il loro (e il nostro) eroe.

“American Mary” si avvolge comodo nella coperta calda del
Body Horror d’ispirazione Cronenberghiana, anche se il messaggio delle sorelline
è chiarissimo, il loro film ambientato a Seattle, si gioca un sacco di attori e
attrici dall’accento marcatamente canadese (perché intitolarlo “Canadian Mary”
avrebbe fatto pensare alla storia di una taglialegna) ma è un amorevole inno
alla diversità.

Il film ad un certo punto sembra girare a vuoto, dando
spazio ad una sfilata di personaggi pescati in giro da Jen e Sylvia, che con i
loro veri innesti nel corpo, la loro lingue rese chirurgicamente biforcute ed
ogni altro genere di “Body modification”, sembrano una parata di loschi figuri
che un bacchettone potrebbe etichettare come “mostri”, qui lo spirito
provocatorio delle Soska viene e galla, poco importa che sia graffiate come
quello di un bimbo che ha appena scoperto GG Allin e lo utilizza per
scandalizzare il compagno di banco catechista, gli intenti delle sorelle Soska
sono chiarissimi.

“Sorridi, la Notte Horror è iniziata!”

Beatress con la sua vocina dolcissima e i suoi modi
altrettanto gentili, l’energumeno Lance, un buttafuori con l’aria da Lemmy dei Motörhead
che però offre a Mary un frappè e un buon consiglio da fratello maggiore nel
momento in cui risulta più utile. La comunità di “stramboidi” abituati ad
essere guardati male dai normali accoglie Mary tra le sue fila, quasi come se
fossero i Freaks di Tod Browning,
perché la ragazza non moralizza, non li giudica mai, li vede per quello che
sono, persone che cercano di esprimere loro stesse e qui sta davvero il cuore
di tutto “American Mary”, le sorelle Soska non tirano mai via la mano su
taglizzamenti, ammazzamenti, torture e trovate in odore di Body Horror, ma il
film è quasi un tenero omaggio alla diversità, che parla dritto alle orecchie
di tutti quelli che sono disposti a non giudicare ma ad ascoltare. Non devi
essere un mostro per amare il macabro e tutte quelle cose che molti ritengono
orribili e spaventose, qualunque appassionato di Horror questo lo sa benissimo.

“American Mary” ha i pregi di un messaggio chiarissimo,
raccontato con tutto l’entusiasmo, l’assenza di morale e il gusto per il
macabro che caratterizza le due sorelle canadesi, i difetti saranno eternamente
quelli del film d’esordio, visto che la filmografia della Soska non ha mai
fatto il salto di qualità, eppure in mezzo a tutte queste lingue biforcute,
braccia e gambe affettate, l’organo pulsante più in vista di questa operazione
(ah-ah) all’ombra di Cronenberg è proprio il cuore, che a questo film non manca.

Gooble Gobble one of us, we accept her! (cit.)

A sollevare di due o tre tacche tutto il film, ci pensa poi
la prova di Katharine Isabelle, algida e bellissima come il ruolo richiede, la
Scream Queens canadese si carica il film in spalla dalla prima all’ultima
inquadratura, una gioia per gli occhi che ben incarna tutto l’Eros e il Thanatos
(no, non è quello viola che schiocca le dita!) di cui il film è carico, insomma
viene da pensare che sia la proiezione di loro stesse su grande schermo delle
sorelle Soska, due che il loro mito se lo sono costruite per davvero, infatti
si finisce a voler bene a quelle due matte proprio per tutto quello che
rappresentano, ovvero vivere con l’horror come barometro morale e stile di
vita, non potevamo aprire questo festival di “freaks” della Notte Horror senza
di loro.

Non perdetevi il post del Zinefilo alle ore 23.00, Lucius
inizierà a parlarci di quello che è semplicemente uno dei film che amo di più
di sempre. Qui sotto invece il programma completo!

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