
Era parecchio che volevo trattare questo film, in quanto in pieno stile Bara Volante, per fortuna il regista Dick Maas mi ha finalmente servito l’assist migliore possibile per convincermi a farlo, ma come avrebbe detto Anders Celsius, andiamo per gradi, partiamo dall’inizio.
Dick Maas, dall’Olanda con furore, è il responsabile di uno degli Horror più ricordati di sempre, anche solo per la sua capacità di fare leva sull’angoscia che un ascensore sa generare in moltissime persone, anche se la popolarità grossa l’ha raggiunto con una commedia un po’ scemosa intitolata “Arrivano i Flodder” (1986), un grosso successo che ha generato diversi seguiti e che ha permesso a Mass di dedicarsi ad un progetto con un budget più alto, cosa ha scelto il nostro Dick? Uno Slasher! Insomma, uno di noi.

Negli Slasher abbiamo visto assassini celare la loro identità dietro ad ogni tipo di maschera, quindi perché non una maschera da sub? In particolare in una città come Amsterdam, dove i canali sono una delle sue caratteristiche, ideali per scomparire anche se l’idea del killer subacqueo è una di quelle che sulla carta rischiano il ridicolo, ma grazie a tutto il mestiere del regista, il film è diventato nel tempo un piccolo culto, anche perché Dick Maas come suo solito fa reparto da solo: scrive, dirige, produce e compone la riuscita colonna sonora.
Infatti i primi fatidici cinque minuti del film, come sempre ne determinano tutto l’andamento, sulle note del sinistro tema musicale, vediamo la vita notturna di Amsterdam dal punto di vista dell’assassino, a pelo d’acque: ubriachi, taxisti zozzoni e ovviamente l’ennesima vittima del Serial Killer, come da tradizione una prostituta il cui corpo viene esposto in bella vista, a rovinare le foto dei turisti. Un inizio riuscitissimo che mette subito in chiaro come l’assassino, sia un predatore (acquatico) nel suo ambiente ideale, una vera sfida per la polizia locale.

Come già fatto per L’ascensore, Dick Maas riprende un principio molto chiaro, sfruttare un elemento concreto per costruirci sopra tutto il film senza complicarlo inutilmente, non ci sono scivoloni paranormali, solo un assassino abilissimo che sfrutta i canali di Amsterdam come via di accesso e fuga per colpire e anche dal punto di vista, diciamo tecnico, il film non sfrutta a suo vantaggio il fatto che non tutto il pubblico sia composto per forza da sommozzatori professionisti (o anche solo della domenica), quindi “Amsterdamned” mantiene un certo realismo, anche dal punto di vista dell’indagine.
La storia segue il detective Eric Visser, interpretato da Huub Stapel, attore feticcio del regista, alle prese con una serie di omicidi che hanno in comune proprio questo dettaglio difficile da gestire, il killer non ha un raggio d’azione limitato, perché può muoversi attraverso l’acqua e colpire praticamente ovunque. I corpi iniziano ad affiorare, le piste non portano da nessuna parte e l’indagine procede più per tentativi che per reale comprensione della situazione, fino a una spiegazione finale che prova a chiudere il cerchio ma resta secondaria rispetto a quello che il film fa lungo il percorso.

Maas non perde tempo a costruire un mistero sofisticato o a lavorare troppo sulla psicologia dell’assassino, l’idea è tutta tattica, qualcuno usa i canali per uccidere e sparire, basta questo, ed è proprio il fatto che il film non si preoccupi di andare oltre a renderlo più solido di quanto sembri, ogni scena ruota attorno a questo meccanismo, senza deviazioni, per altro, divertendosi a pescare dai modelli americani, basta dire che in modo molto riuscito, Mass infila una citazione piuttosto palese a Nightmare – Dal profondo della notte.

Gli omicidi arrivano in modo diretto, con il giusto grado di tensione, attacchi rapidi e ben coreografati, insomma non solo Dick Maas ha avuto una buona idea, ma è riuscito non solo a non scivolare mai nel ridicolo ma a sfruttarla al meglio, evitando anche di rendere la città di Amsterdam un posto da cartolina di giorno, minacciata dalla versione locale con pinne di Jack lo squartatore di notte, anche se la città resta comunque protagonista, perché senza i suoi canali tutto il modus operandi dell’assassino non sarebbe stato possibile, una gran vetrina per la città anche se il film… è stato girato quasi tutto a Utrecht, sul Vismarkt.
Già, perché per molte scene scritte da Maas, non era possibile chiudere i canali o prosciugarli come vediamo fare alla polizia nel film, tutto questo non si nota minimamente anche per chi conosce la città (magia del cinema in azione!) soprattutto grazie al notevole mestiere del regista, che in tutti i momenti in cui non è impegnato a dirigere un riuscito Slasher, porta in scena un poliziesco di tutto rispetto.

Il personaggio di Visser somiglia tanto alla versione locale del classico poliziotto tosto dei film americani, senza mai diventare una parodia, è chiaro che l’ispirazione sia il modello Yankee, ma Maas non ha bisogno di scimmiottare nessuno, il suo personaggio funziona perché malgrado non sia mai in pieno controllo, non molla mai dimostrando una capacità (molto più europea che americana) di pensare fuori dagli schemi. In un film americano, avremmo avuto una selva di capi pronti ad osteggiare l’idea di un assassino Sub, qui eliminando gli elementi impossibili, tutti sono più pronti ad accettare la tesi e a sostenere Visser nella sua caccia all’uomo(rana), ed è qui che Maas mena il suo colpo più duro.
Può mancare l’inseguimento in auto tra sbirro e cattivo in un poliziesco? Mai nella vita! Maas qui ne filma uno riuscitissimo, perfettamente calato nella città Olandese, in inseguimento su motoscafi che non ha niente da invidiare (…anzi!) alle migliori puntate di Miami Vice, ennesima dimostrazione del talento visivo del regista e della sua capacità di tenere la barra della storia dritta.

Anche perché “Amsterdamned” funziona su più livelli anche in tutti quei passaggi di un poliziesco che di solito vengono considerati meno interessanti, vogliamo parlare della sottotrama romantica tra Eric e la bella subbaqqui (cit.) emersa dalle acque? Normalmente la protagonista femminile in molti polizieschi anni ’80 serve solo per dare un ostaggio all’assassino, qui tutta la sottotrama è ben integrata, ma potrebbe funzionare anche in una commedia brillante.
Allo stesso modo anche il rapporto di Eric con la figlia Anneke (Tatum Dagelet) invece che risultare stucchevole, aggiunge strati di realismo ad entrambi i personaggi, posso dirlo? Persino i due ragazzini che provano con la “magia” a risolvere l’enigma, altrove sarebbero risultati un modo per fare minutaggio, qui sono la prova dell’abilità di Maas (che ribadisco, arrivava da una commedia di successo) di gestire tutto lo spettro dei colori di una storia che contiene nella sua pancia Slasher e poliziesco in parti uguali.

Non solo il regista non ha bisogna di sforzarsi a rappresentare una Amsterdam “diversa”, gli basta davvero solo mostrare come può essere utilizzata ai fini di una storia che ha più elementi da Giallo che da vero whodunit, perché l’identità dell’assassino non è poi così importante, identità e movente vengono svelati e hanno anche un loro logica, ma non sembrano nemmeno la parte più importante della storia, che per altro è un elemento che mi ha sempre colpito di “Amsterdamned”, fin dalla prima volta che lo affittai, un’era geologica fa al videonoleggio, quasi un’assenza di enfasi dietro allo smascheramento, che comunque, anche qui, non ha nulla da invidiare a nessun altro Slasher.
Insomma ho sempre apprezzato molto questo film, aspettavo una buona occasione per portarlo qui sulla Bara e anche in virtù di quel suo finale, Dick Maas mi ha fornito la spinta necessaria migliore di tutte, ma di questo, parleremo la prossima settimana sempre qui su questo feretro, per una volta non volante ma sottomarino, tra sette giorni qui, non mancate… Ce ne andiamo, ce ne andiamo ad Amsterdam (di nuovo!)


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