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Ancora vivo (1996): per un pugno di Colt

La verità è che ci va un fegato notevole, condito da due
palle monumentali per decidere di mettersi in mezzo a due colossi in lotta tra
di loro. Tenete a mente questa premessa, perché è quella al centro del film di
oggi, protagonista della rubrica… King of the hill!

Proviamo a mettere qualche paletto prima di iniziare, come
ha brillantemente raccontato Lucius Etruscus nel migliore dei modi possibili, il maestro Akira Kurosawa
poliedrico conoscitore delle letteratura occidentale, dopo aver letto “Piombo e
sangue” (1929) dello scrittore statunitense Dashiell Hammett, insieme al suo
sceneggiatore di fiducia Ryuzo Kikushima, ha sfornato quella pietra miliare di La sfida del samurai.

Nel 1964, infischiandone di tutto e usando come difesa in
sede legale proprio il romanzo “Piombo e sangue”, un altro gran maestro come
Sergio Leone ha copiato il film di Kurosawa riproducendolo in chiave western,
“Per un pugno di dollari” è uno dei gioielli delle corona del cinema – non solo
italiano – ma sempre di furto e rapina si tratta, non è questione di essere
“Leoniani” di ferro come il sottoscritto, è un dato oggettivo.
Abbiamo uno scrittore americano, due registi, un Giapponese
e un Italiano, vogliamo metterci anche un Francese nella barzelletta? Lo faccio
subito: 1967, Jean-Pierre Melville guarda ad Oriente e firma la storia del suo Le
Samouraï che da noi in uno strambo Paese a forma di scarpa prende il titolo di
Frank Costello faccia d’angelo,
perché se il primo tirante del ponte che ha unito cinematograficamente Oriente
e Occidente lo ha teso Kurosawa, il secondo sicuramente è opera di Melville.
Che con il suo “Polar” tinteggiato di “Noir” ha influenzato tutti, anche i
pistoleri con un’automatica in ogni mano di John Woo.

Bruce ha due espressioni: con il grugno da bulldog mentre
spara, e con il grugno da bulldog mentre spara (ma con il cappello).

Secondo voi chi è l’uomo che dal del “tu” al genere Western
come faceva Leone, quello che sa cosa ci vuole per un vero “Noir” e che ha la
satura morale e artistica per fare da pilone centrale, al mega ponte firmato
dagli architetti Kurosawa e Melville (Toninelli levati, ma levati proprio)? Non
sono un esperto di quasi niente nella mia vita, figuriamoci di architettura, ma quando hai bisogno di un sostegno a tenere insieme tutto questo popò di robetta,
meglio che sia in un punto bello alto, sopra una collina ad esempio, perché sì,
solo “il re della collina” Walter Hill poteva decidersi a mettersi in mezzo a
tutti questi nomi da far girare la testa.

Infatti, quando il produttore della New Line Cinema (prima di
sfondare con Hobbit, anelli e trilogie) Arthur Sarkassian propose a Walter Hill
l’idea di fare un remake americano di La sfida del samurai la risposta di Gualtiero è stata: «Ma tu sei matto nella
testa ragazzo mio», ok non sono state proprio le parole che ha usato, ma il
senso sì (storia vera).

Sembra uno dei personaggi del film, invece è il regista: l’intensissimo Gualtiero Collina.

Walter Hill non ha nessuna intenzione di rifare Kurosawa,
per di più in versione western come vorrebbero alla New Line, quindi in veste
di suo nuovo ruolo di “pilone reggi cavi” è perfettamente consapevole che un
film del genere già esiste ed è stato diretto da Sergio Leone, perciò riporta idealmente
tutto alle origini, pensa anche lui al romanzo di Dashiell Hammett e propone:
“Ok, io il film lo faccio, però lo ambiento nel Texas degli anni ’30 e lo giro
come un noir degli anni ’40”. Affare fatto, con quasi 70 milioni di fogli verdi
con sopra le facce di alcuni presidenti passati a miglior vita, e Walter Hill si
mette al lavoro.

Il risultato è la definitiva pietra tombale sui suoi
disastrati anni ’90, tra tutti gli immeritati flop al botteghino, quello di “Last
Man Standing” è il più sanguinoso di tutti, il confronto con Kurosawa e Leone è
impietoso, ma ancora di più lo sono i 18 milioni portati a casa in patria al botteghino. Se
ancora oggi vedete il film replicato con sinistra puntualità anche suoi nostri
palinsesti televisivi, è perché dal 1996 sta ancora cercando di raggranellare
qualcosina, con passaggi tv che vengono via per due spicci.

“Jericho. Popolazione stimata: presto molti meno”

Non ha aiutato nemmeno la confusione generale, attorno a chi
ha ispirato chi. Da “Piombo e sangue” Kurosawa ha preso in prestito solo
l’idea del protagonista che semina zizzania, ma le due storie viaggiano poi su
binari anche molto diversi, quindi posso affermarlo tranquillamente: “Last Man
Standing” – qui da noi trasformato nel significativo “Ancora vivo” – NON è
l’adattamento del romanzo di Hammett. Avere, poi, un divo del muto come Walter
Hill, non ha certo facilitato la possibilità di vederci chiaro, perché si è
diffusa a macchia d’olio, quella che io considero poco più di una leggenda
urbana, secondo cui Hill non avrebbe mai visto “Per un pugno di dollari”,
un’informazione che viene riportata spesso un po’ ovunque, che dev’essere per
forza il risultato di qualche affermazione travisata in fase magari di
promozione del film.

Intervistato sull’unico seguito diretto in carriera (Ancora 48 ore) Hill ha fatto riferimento
all’andamento in crescita dei film di Leone, ma poi sul serio come si può
credere che un regista western come lui, non abbia mai visto uno dei classici
del nostro Sergione eddài! Quando un film fa un buco così grosso al botteghino,
a nessuno più interessa del suo destino, quindi vale tutto, specialmente
sparare a zero.

Per carità non dire sparare! Poi mi ritrovo il blog pieno di buchi.

Eppure, la produzione del film è filata via abbastanza
liscia, tranne per un paio di “cambi basket” chiamati al volo, ad esempio
Walter Hill voleva il “suo” James Remar nei panni del cattivissimo Hickey, la
New Line, invece, ha voluto Christopher Walken. In compenso, Gualtiero non
contento della musiche di Elmer Bernstein lo ha spedito a casa per
direttissima, facendo venire giù il suo Ry Cooder all’ottava ed ultima
collaborazione con il regista di Long Beach. Vogliamo dire pari e patta? Perché
Walken nel film buca letteralmente lo schermo, mentre la colonna sonora
decadente di Ry Cooder fa il paio con la fotografia rugginosa di Lloyd N. Ahern e ci regala un tema
principale cazzutissimo che anticipa di un paio d’anni quello molto simile per
stile (e figoseria) di Vampires.

Christopher Walken e Mitra Thompson, due grandi attori per un grande cattivo.

Con il protagonista Bruce Willis, invece, tutto pesche e
crema, pare che con Hill si siano capiti al volo, certo non sono diventati
migliori amici, ma uno con l’aria da Robert Mitchum stropicciato e “ingrugnato”
nelle mani di Walter Hill è oro e, infatti, “Ancora vivo” è costruito tutto
intorno al suo essere roccioso, letale e scazzato in parti uguali, anzi, il suo
personaggio dev’essere l’unico punto fermo in mezzo ad un film che prende
tutte le suggestioni e i grandi nomi che ho snocciolato fino a questo punto e
li rielabora tutti insieme.

Walter Hill nella sua sceneggiatura, riprende la voce
narrante del protagonista, mutuandola proprio dall’Hardboiled e dai romanzi di Dashiell
Hammett, il suo protagonista con aria beffarda alla domanda, dice di chiamarsi
John Smith (equivalente Yankee di “Mario Rossi”) un nome che gli resta
incollato addosso come accadeva proprio al “Sanjuro” di Kurosawa. L’ambientazione è innegabilmente Western, perché la cittadina fantasma di
Jericho in cui arriva il protagonista – facendo ruotare una bottiglia di
Whiskey vuota, versione Walter Hill del lancio del bastone di Toshirō Mifune –
è il classico paesello di frontiera da cui tutta la brava gente è scappata ed
ora viene usato per i loro sporchi traffici da delle famiglie rivali di
contrabbandieri, da una parte i Doyle, gangster Irlandesi guidati dall’attore
feticcio di Hill, David Patrick Kelly, dall’altra gli Italiani di Fredo Strozzi
(Ned Eisenberg).

“Sei venuto a giocare a fare la guerra? Perché il signore qui accanto è esperto in materia”

Gli stereotipi sono quelli del film di Mafia, le due
famiglie rivali, la bella moglie “Latina” di Doyle, Hickey il sicario fatto
arrivare da Chicago con il suo mitra (Thompson) per risolvere la faccenda.
Basta dire che tra le fila degli Italiani spunta anche Michael Imperioli, il
celebre Christopher Moltisanti della serie tv “I Soprano”. In quello che è
chiaramente un cortocircuito tra la volontà di replicare le dinamiche portate
precedentemente al cinema da Kurosawa (lo sgherro con un’arma da fuoco di
potenza superiore) da Leone (il protagonista pestato a sangue da un
energumeno), ma anche una certa volontà di pagare il debito con tutti i modelli
di riferimento, basta dire che al suo arrivo in città, il protagonista passa
davanti al cadavere di un cavallo divorato dalle formiche, che urla fortissimo:
SAM PECKINPAH! L’inquadratura, non il cavallo. Ma, a ben guardare, anche
un modo per riprendersi Melville dalle (ottime) mani di John Woo, forse per
questo Bruce Willis per tutto il film spara con una pistola automatica in ogni
mano, fulminando i cattivi con la velocità dei revolver di Clint Eastwood, in
esplosioni di violenza degne dei colpi di katana di Mifune. Oppure perché era
il 1996 e quindi, nei film d’azione tutti sparavano a due mani seguendo la moda
del genietto di Hong kong.

Un omaggio alla scena del portico di “Sfida infernale” (1946) di John Ford, brutto?

Difetti di “Last Man Standing”? Impossibile evitare la
sensazione di déjà vu della storia, tra Kurosawa e Leone sappiamo già cosa
accadrà, arrivo in città, zizzania, amicizia con qualcuno dei locali,
rapimenti, un pestaggio ai danni del protagonista, il suo ritorno e lo scontro
finale con lo sgherro armato, è una struttura da cui non si scappa e, per certi
versi, non ci si stupisce nemmeno nel vedere come i personaggi agiscano più in
funzione del loro ruolo che della trama vera e propria. Ha ragione Lucius quando dice che a tratti sembra
che Walter Hill abbia prodotto un bel manuale sull’Hardboiled.

Trattandosi di Hardboiled, la donna che incasina la vita al protagonista non può mancare.

Forse mi sono sempre ritrovato ad apprezzare questo film,
più per quello che rappresenta (Kurosawa e Leone, Hammett e Melville) e per i
nomi in gioco (Gualterio e Bruce) che per quello che davvero è. Dài, insomma,
un Western travestito da film Noir, con Bruce Willis con il Fedora calato in
testa, le maniche tirate su che BANG! BANG! BANG! Falcia cattivacci quel suo
grugno da bulldog che mi manda ai pazzi, come si fa a non voler bene ad un film
che ha dentro tutto quello che mi piace?

Bruce, potrei vederti crivellare gente per giorni.

Mentre lo riguardavo in vista di questa rubrica ho capito
perché mi piace così tanto: è Walter Hill, ha dentro tutta la sua passione per
il noir e l’hardboiled, ma anche la rassegnazione di uno che quando ha avuto
l’occasione di fare il film che sognava da una vita, non lo ha fatto terminare con un lieto fine, ma con una
clamorosa separazione e tanta maschile solitudine per l’eroe che idealmente
cavalca verso il tramonto, come in un Western tanto perché con Hill sempre lì
si torna.

“Ancora vivo” è un film nerissimo, profondamente rassegnato,
ha un tono rugginoso, volutamente anti spettacolare come già lo erano stati in
parte Geronimo e Wild Bill. Quando arriva l’azione è diretta alla grande, ma
fulminea, violentissima. Anche lo scontro finale con Hickey («Non voglio morire
in Texas») termina frettolosamente, senza lasciare troppo spazio alla gloria
per il trionfo ma lasciando il protagonista come lo abbiamo incontrato, a
vagare solo in mezzo al deserto, senza un soldo solo molto più pesto e logoro, ma,
appunto, “ancora vivo”.

“Fischietterei un pezzo famoso dei Pearl Jam, ma ho le labbra un po’ secche”

I momenti in cui il personaggio di Bruce Willis dice
qualcosa, lo fa sempre con l’aria spavalda di chi non ha niente da perdere,
snocciolando per questo alcune “frasi maschie” clamorose («Sei venuto qui per
uccidermi?», «Sì e scusa se ti farò male»), mentre nei suoi monologhi
interiori, quelli che possiamo sentire solo noi spettatori e che fanno da voce
narrante, risulta totalmente rassegnato: «Puoi fare la cosa giusta, vivere in
pace con te stesso. Oppure andare in un’altra direzione, continui a camminare,
ma sei morto e non lo sai».

Anzi, a ben guardare, questa frase, una delle prime
pronunciate dalla voce narrante ad inizio film, forse offre una chiave di
lettura a tutto il film, Jericho (nome Biblico) è un ritrovo per anime dannate,
in lotta per il possesso di un pezzo di sabbia in mezzo ad un deserto torrido,
un postaccio in cui non ci sono buoni, ma solo carogne che le provano tutte per
sistemare il loro stato di bastardi che, poi, è anche il primo obbiettivo del
protagonista. Lo sceriffo Bruce Dern è un ignavo che vende il suo silenzio al
miglior offerente e anche le donne ti s’infilano nel letto solo per sperare
di trovare un modo per fuggire da quell’Inferno.

Scavarsi la strada fuori dall’inferno, una pallottola alla volta.

Se sei abbastanza duro, puoi ritrovarti ad essere l’ultimo
uomo ancora in piedi il “Last man standing” del titolo, ma il paesaggio e la spavalderia
con cui John Smith affronta il pericolo, ti fa venire il dubbio sul fatto che
il protagonista sia davvero “Ancora vivo” e se il titolo più corretto fosse
stato “Già morto”? Cercando di fare un’opera buona (salvare la donna di Doyle)
Smith cerca di scavarsi una strada fuori dall’inferno, ma è destinato a
ripetere tutto in eterno, perché come recitava una massima resa celebre da un
romanzo di Stephen King: “L’inferno è ripetizione”.

Ecco perché se ne va via con un’ingloriosa cavalcata verso
il tramonto, del tutto identica al suo arrivo, intrappolato in un eterno loop,
destinato per sempre a ripetere una storia che era già stata raccontata, da
Kurosawa e Leone sicuramente. Scrivendo di La sfida del samurai, dicevo che Sanjuro è un personaggio proattivo, uno che
fa cominciare il film con il suo arrivo, mi domandavo che pellicola avremmo
visto, se il suo bastone lanciato in aria per scegliere la direzione da
seguire, fosse caduto un po’ più in là. Per il John Smith di “Ancora vivo” non
fa alcuna differenza, la sua bottiglia potrebbe dare come risultato tutti i 360
gradi della sua rotazione e, comunque, arriverebbe sempre a Jericho, perché è il
perdente nato della tradizione dei Noir, ma anche perché è un altro dei
guerrieri di Walter Hill, uno di quelli destinati a combattere per sempre.

“Jericho. Popolazione stimata: nessuno che conti qualcosa”

Tra qualche giorno vedremo altri guerrieri del nostro Gualtiero,
ma prima dobbiamo andare a bere grappa alla pera nello spazio, ci vediamo qui tra
una settimana!

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