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Ant-Man and the Wasp (2018): Tranquilli, sono solo insetti

Ormai dovrete averlo capito, i film della Marvel hanno la
stessa identica struttura dei fumetti di supereroi da cui sono tratti, ci sono
le storie di origini di un nuovo personaggio, oppure i grandi eventi che li radunano tutti insieme per
combattere un nemico capace di spazzarli via con uno schiocco di dita. L’unica cosa che conta è che tutte queste
storie siano legate insieme dalla famigerata “Continuity”, se volete potete
leggere questa parola nella vostra testa usando qualche effetto sonoro
spaventoso, tipo un fulmine in sottofondo, come volete, le vocine dentro la
testa mentre leggete sono le vostre.

Ogni nuovo capitolo del Marvel Cinematic Universe dev’essere facilmente collocabile prima o dopo un altro che avete già visto, pena:
una crisi di nervi, attacco di panico da Nerd. “Ant-Man and the Wasp” è,
ovviamente, il seguito di Ant-Man, ma
è ambientato prima di Infinity War,
dettaglio che diventa chiaro nelle scene dopo i titoli di coda del film (la
prima, la seconda è solo un adorabile cazzata con una formica che suona la
batteria), ma le cose davvero importanti di questo nuovo capitolo sono
essenzialmente due: la nuova arrivata Wasp e la doccia. Vado a spiegare, mi sa
che è meglio.

Hey quella formica ha davvero il ritmo nel sangue! (ma poi le formiche hanno il sangue? Boh)

Iniziamo dalla fine: potrà essere la doccia più importante
della CONTINUITY (rumore di tuoni e fulmini in sottofondo)? Va bene che i Nerd
stiano tranquilli, però, l’igiene personale deve avere la precedenza e da buon
Nerd ditemi che tra Ant-Man e la doccia non ci sono dei trascorsi, sì perché come
avete capito vedendo Ant-Man di Edgar
Wright
Peyton Reed, Scott Lang non è stato il primo né l’ultimo
Uomo-Formica dell’universo Marvel. Ad esempio, per un periodo c’è stato anche
quel disgraziato di Eric O’Grady, che sulle pagine di “L’Incorreggibile Ant-man”
(“The Irredeemable Ant-Man” scritto da Robert Kirkman, il papà dei
Camminamorti) più che sconfiggere il male, preferiva usare i suoi poteri per
miniaturizzarsi e spiare meglio le colleghe mentre facevano la doccia.

Da piccoli poteri, derivano grandi modi irresponsabili per utilizzarli.

Il che ci porta immediatamente a Wasp, perché nel film Hope
van Dyne è interpretata dalla specialista, la migliore attrice al mondo nel
girare scene sotto la doccia, ovvero Evangeline Lilly, sul serio in LOST lo faceva sempre, ha tirato su una
carriera grazie a questa specialità! Insomma, dài, hai Ant-Man ed Evangeline Lilly
nello stesso film, deve arrivare una scena sotto la doccia! Invece niente, mi
spiace darvi questo dolore, ma per la Lilly in questo film non è prevista
nessuna scena sotto la doccia (qui mentre leggete, vi suggerisco un coro di
persone che urlano disperate il loro disappunto) dobbiamo riconoscerlo la
CONTINUITY (Krakaboom!) ha vinto.

“Ma come niente doccia? Guarda che con queste tutine si suda un sacco, io te lo dico”.

Ma una volta chiarito che questa pellicola arriva PRIMA di
Infinity War, quali altre motivazioni restano per voler vedere un film come “Ant-Man
and the Wasp”? Più d’una, in effetti. Ad esempio, per toglierci i dubbi sugli
effettivi meriti del primo film, farina del sacco del licenziatario Edgar
Wright, oppure quel vecchio volpone di Peyton Reed, dopo una vita di “Ragazze
nel pallone” (2000) e “Yes Man” (2008) aveva davvero qualcosa da dire? Ecco, la
risposta è un sicuro: forse.

Sì, forse, perché “Ant-Man and the Wasp” è un film che
procede sicuro con il pilota automatico inserito, in alcuni momenti replicando
i momenti riusciti del primo capitolo (tipo Michael Peña che asciuga tutti a
colpi di parole, parlando a mitraglietta) ed in altri si comporta come la band
di supporto che, in fondo, lo sa che il pubblico è qui per il cantante
principale, quindi fa la sua cosa, magari pure divertendosi e senza stare
troppo a pensarci su.

“Dite che posso usare la regola aurea dei sequel, uguale ma più grande, anche se voi due vi miniaturizzate?”.

Ma con Ant-Man è così, finché è stato nelle mani di Edgar
Wright è stato un titolo in cui la Marvel ha creduto molto (tanto da NON
inserire Janet van Dyne e Hank Pym nella formazione originale degli Avengers,
anche se avrebbero dovuto esserci), salvo poi diventare un titolo da far uscire
quasi in sordina, affidato ad uno capace di non sforare il budget come Peyton
Reed e trasformato subito in un colosso al botteghino, sorprendendo un po’
tutti, la Marvel per prima.

Scott Lang (un Paul Rudd che ancora si diverte un mondo con
questo personaggio) è ancora agli arresti domiciliari dopo il suo viaggetto in
Germania con “Cap” (in amicizia) visto in Civil War,  la cavigliera gli impedisce di
abbandonare il perimetro di casa, senza avere l’agente Jimmy Woo (Randall Park)
alle calcagna. Interessa a qualcuno se vi racconto che Jimmy Woo nei fumetti
non è un agente dello S.H.I.E.L.D., ma un agente di ATLAS? No, vero? Ok, andiamo
avanti.

Chi gioca in prima base? Woo. Chi gioca in pr… Ok la smetto.

Il nostro Scott passa il suo tempo con sua figlia Cassie
Lang (Abby Ryder Fortson) e dividendosi tra i suoi molti impegni, nove ore a
letto, cinque davanti alla tv e due ore in bagno, insomma una scaletta
pienissima di eventi tra i quali: suonare la batteria elettrica. Ma gli ultimi tre
giorni di reclusione verranno scossi dal ritorno in scena di Hope van Dyne (Evangeline
Lilly orfana di una scena sotto la doccia) e sua padre Hank Pym (Michael
Douglas) convinti che il viaggetto nel regno quantico (anche noto come
Microverso) di Scott, possa essere la chiave per riportare alla sua altezza
naturale e di conseguenza nel nostro mondo la dispersa Janet van Dyne (Michelle
Pfeiffer).

Perché nessuno mi ha detto che Sofia Boutella ha una sorella
minore?

Diciamolo subito: il film procede un po’ troppo per livelli in stile videogioco. “Vai lì, trova questo oggetto, corri da un’altra parte”, ma
non è tanto quello il problema, più che altro manca un cattivo davvero
degno di nota, uno che riesca almeno a pareggiare il Calabrone di quel drittone
di Corey Stoll. Qui tocca ad Ava, anche nota come Ghost una volta infilato il
cappuccio, una ragazza con un problema di sincronizzazione quantica dovuto sì
ad un problema di calcolo, ma più alla lunga all’ego fuori misura di Hank Pym,
sapete come sono questi cattivi da fumetto, no? Devono sempre accusare qualcun
altro per le loro tragedie.

Il personaggio interpretato da Hannah John-Kamen (che mi
aveva impressionato un po’ di più in Ready Player One) ha un look figo nei
momenti in cui non risulta invisibile, ma per il resto è un pochino carente a
livello di carisma, inoltre si porta dietro il personaggio di Bill Foster, un
altro ex socio di Hank Pym interpretato da Laurence “Snocciola spiegoni” Fishburne. Proprio al suo personaggio dobbiamo il momento ammazza ritmo della spiegazione
sulle origini dei poteri della ragazza e del suo rapporto con lei, tutto
piuttosto già visto e con davvero pochi colpi di scena, se non il nome del
personaggio, Bill Foster che lavora al progetto “Golia” farà suonare più di un
Marvel-campanello nella Marvel-Teste dei Marvel-Lettori. Ok, la smetto di
infilare la parola Marvel dappertutto, ho capito!

“Il mio senso di spiegone pizzica”.

A questo aggiungete anche uno degli attori più scalciaculi
del mondo, ovvero Walton Goggins, sprecato in un generico cattivo da operetta,
per altro, a pochissimi mesi di distanza dall’ultima volta in cui hanno sprecato la sua capacità
di mangiarsi lo schermo con un altro cattivo da niente. Con tutto il rispetto per Hannah John-Kamen, ma se hai pagato
soldi per avere Walton Goggins, non gli affidi un ruolo del genere dai, è
masochismo!

“Tutti quegli anni con Vic Mackey, per finire a fare la guardia al plastico di Bruno Vespa”.

Ma forse la delusione più grande è proprio la
co-protagonista Wasp, certo il casco integrale permette di mettere dentro il
costume qualcuna che due calci li sa pure tirare durante le scene d’azione, ma digerita (a fatica) l’assenza
di una scena sotto la doccia, possiamo dire grandi cose di Evangeline Lilly. è
caruccia, ha un bel sorriso, ma le attrici brave sono fatte diversamente, mi spiace,
la sua Hope van Dyne ha fondamentalmente il ruolo di essere quella seria ogni
volta che Paul Rudd fa il cretino. Se pensiamo che la Vedova Nera di Rossella
Di Giovanni sta ancora aspettando la possibilità di chiarire al mondo che il
suo potere NON è quello di avere un fondoschiena molto attraente, in un film di
cui è la titolare, vedersi sorpassata a destra da Wasp ed Evangeline Lilly non
dev’essere proprio il massimo.

Alla fine a “Ant-Man and the Wasp” manca il brio che aveva
il primo film, la cui struttura era così valida (vecchio eroe con nozioni
scientifiche, che fornisce costume e dritte ad un giovane eroe tutto da
inventare) che è stata replicata quasi identica da Spider-Man: Homecoming, ma che qui alla fine si rivela per quello
che è: un film per ragazzi in cui ogni momento d’azione è giocato sul
divertimento dei vari cambi di proporzione provocati dalla particelle Pym
(quante “P” ho usato in questa frase?) e poco altro.

Il primo che fa una battuta sulla donne in cucina lo faccio picchiare da lei.

In questo senso, Peyton Reed è lui stesso il pilota
automatico (me lo immagino come quello di “L’aereo più pazzo del mondo”) che
non sporca il foglio fa tutto come da procedura per fornire un viaggio senza
scossoni, ma nemmeno senza particolari guizzi, il che è un peccato, perché il
viaggetto nel regno Quantico poteva essere l’occasione per omaggiare un
classico come “Viaggio allucinante” (1966), invece si è preferito giocarsela
sul sicuro, con un altro gioco di parole sul nome della formica volante di
turno («Ti chiamerà Antonio Banderas, perché sei uno tosto») e porta caramelle
di Hello Kitty che cambiano improvvisamente di dimensione («Siete stati
caramellati» brrrr…) in un inseguimento sulle strade di San Francisco che forse
è un omaggio al passato da attore di Michael Douglas.

Le strade di San FranKitty.

Sarà, ma lo dico sempre che un bell’inseguimento è il sale
del cinema e qui invece sì, magari ti intrattiene pure mentre stai guardando
la scena, ma quando arrivano i titoli di coda (con la formica che suona la
batteria) ti sei già quasi dimenticato tutto e stai pensando: “Ok, qual è il
prossimo film della Marvel che deve uscire dopo questo?”.

Mi resta davvero sul gozzo l’occasione mancata, perché a
livello di potenziale “Ant-Man and the Wasp” aveva tutto: inseguimenti, corse
contro il tempo e strizzate d’occhio a “Viaggio allucinante” per diventare per
le nuove generazioni quello che per me è stato “Salto nel buio” (1987), sapete
cosa gli è mancato, però? Uno con il talento e la capacità di giocare con i
generi cinematografici come quel maghetto di Joe Dante.

Joe perdonali, non sanno quello che fanno (o che avrebbero potuto fare!).

No, alla fine “Ant-Man and the Wasp” è un aggiornamento
sulla CONTINUITY (… Poteva andare peggio, poteva piovere) dell’MCU e una
vetrina per i nuovi e migliorati effetti speciali digitali che i soldi possono
comprare, se in Infinity War abbiamo
avuto un cattivone color “Lilla che invoglia” con una gamma di espressioni che
levati (ma levati proprio), questo film ci ricorda che non è più di moda
cercare un attore somigliante per interpretare un certo personaggio da giovane,
ti basta ringiovanirlo con i potenti mezzi informatici disponibili nel 2018!

Fa un certo effetto rivedere sul grande schermo Michael
Douglas e Michelle Pfeiffer come siete abituati a pensarli quando qualcuno vi
(tipo la vocina che sentite nel cervello mentre mi state leggendo) dice «Michelle
Pfeiffer e Michael Douglas!», ovvero giovani e fighi. Tutta questa grazia per un
filmetto che alla fine è piccino picciò come il suo protagonista, sempre all’altezza
sbagliata a causa di una tuta che è un “Work in progress” (perché il miglior
doppiaggio del mondo non riesce ad inventarsi una traduzione migliore di una
non-traduzione), viene quasi voglia di citare il Genio della lampada di “Aladdin”
(1992): «Fenomenali poteri cosmici… In un minuscolo spazio vitale!».

Siamo tornati nel 1985 più velocemente di Marty McFly.

Però, devo ammetterlo, il cameo di Stan “The Man” Lee che
rimpiange gli anni ’60 in cui si è divertito mi ha fatto molto ridere ed ora
se volete scusarmi, torno alle mie dimensioni canoniche e anche per questa
volta ho finito di suggerirvi cosette su questo film come se fossi la vocina
che legge nella vostra testa. Come dite? Avevo già giocato questa carta per il commento del primo film? Lo so! Ma anche
Peyton Reed ha giocato sul sicuro e lui, a differenza mia, è pagato per farlo,
quindi non prendetevela con me, anzi mollatemi perché ho da fare, pare
che Evangeline Lilly stia andando a fare la doccia.

“In effetti con questa tuta si suda, una doccia ci vorrebbe”.
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