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Antebellum (2020): la storia (e le storie) si ripetono, ripetutamente

Il film comincia con una frase di William Faulkner: «Il passato
non muore mai. Non è neanche passato». Ma io che sono più pane e salame
preferisco parafrasare i 99 Posse: la storia si ripete, ripetutamente.

Mentre guardavo “Antebellum”, film uscito qualche giorno fa
su Amazon Prime Video, mi sono trovato a riflettere sul fatto che anche le
storie si ripetono (ripetutamente), infatti l’esordio cinematografico dei due
registi Gerard Bush e Christopher Renz, inizia con un bellissimo piano sequenza che ci
porta nel bel mezzo della guerra civile americana. Per certi versi sembra di
guardare “12 anni schiavo” (2013) di Steve McQueen, ambientato in una
piantagione del sud degli Stati Uniti, dove la schiava Eden (Janelle Monáe,
cantante che qui si rivela un’attrice davvero
capace) subisce le angherie dei suoi padroni bianchi, l’odiosa signora Elizabeth
(Jena Malone) e soprattutto suo marito, il capitano dell’esercito Confederato
Jasper interpretato da Jack Huston, attore che ho sempre trovato piuttosto
solido fin dai tempi di “Boardwalk Empire”, che però non ha mai fatto il salto di
qualità e che qui, ci regala un gerarca in divisa grigia, che non avrebbe
sfigurato dentro quella nera delle “SS”, oppure sotto il cappuccio bianco nel
Klan.

Ragguardevoli bastardi, possono cambiare divisa ma non cambiano poi molto.

“Antebellum” ci mette parecchio ad ingranare e per essere
venduto come un horror, l’unico orrore vero che racconta è quello del razzismo,
tema caldo oggi più che mai e spaventoso per davvero, ma colpo di scena, quando
il “drammone” messo su da Gerard Bush e Christopher Renz comincia a stagnare (e
lo fa abbastanza presto), improvvisamente ritroviamo gli stessi personaggi a
partire da Janelle Monáe in un contesto contemporaneo, dove Eden è una
scrittrice che cerca invano di vendere il suo romanzo.

La donna avrà forse sognato tutto? Oppure la sua sanità
mentale sta cominciando a venire meno? Sta di fatto che “Antebellum”, il film
che comincia come una nuova versione al femminile di “12 anni schiavo”, improvvisamente comincia a fare metafora dei (brutti) tempi moderni, seguendo
la lezione di Jordan Peele e dei suoi Get Out oppure Noi, solo con una vena
molto più drammatica e meno satirica.

12 anni schiava (ma forse qualcuno di più)

Forse noi in uno strambo Paese a forma di scarpa, non
abbiamo la vera dimensione di quanto il movimento Black Lives Matter abbia
influenzato l’America contemporanea, viviamo da sempre ai margini dell’impero e
forse ci renderemo davvero conto solo tra cinque o sei anni, ma “Antebellum” è
figlio di quel sentimento di rivalsa, che negli Stati Uniti è stato un fattore
che ha determinato anche il risultato delle ultime elezioni. Perché credere che
nei telegiornali il nome di Joe Biden non possa essere pronunciato senza quello
di Kamala Harris? Perché il voto delle donne è stato davvero quello che ci ha
permesso di liberarsi (malgrado lui sostenga ancora il contrario) del precedente
inquilino della Casa Bianca.

Il momento in cui ho creduto che lo streaming di Prime Video sia andato in palla.

Questa deviazione solo per sottolineare quanto l’arte sia
ispirata dalla realtà e le storie si ripetano, proprio seguendo le ripetizioni
della storia. Ma a proposito di storie che si ripetono, quando “Antebellum”
sembra avviato sulla via di una grossa metaforona sul razzismo negli Stati
Uniti (cosa che per altro è, senza ombra di dubbio), il suo ritmo un po’
sonnacchioso, interrotto solo dalle orribili crudeltà subite dai protagonisti,
cambia completamente con un colpo di scena che anche qui, a suo modo è
una ripetizione di vecchi schemi già conosciuti, per voi ho due parole e una
lettera puntata: M. Night Shyamalan. Ok, si tratta più di un nome che semplici parole, ma ci siamo capiti no?

Di colpo “Antebellum” con un cambio di genere, passa da
dramma Horror a fantascienza in stile Black Mirror, sfruttando un trucco che il vecchio “Michael Night” aveva già
abilmente raccontato in uno dei suoi film più famosi, non posso rivelarvi quale
per non rovinarvi la visione, ma sappiate che è quello che fa guadagnare
diversi punti ad “Antebellum”, che da questo colpo di scena riprende slancio e
porta tutto sommato a casa il risultato.

A Spike Lee piace questo elemento.

Devo essere onesto, ho preferito di gran lunga il metaforone
dritto e senza fronzoli di “Get Out”, ma “Antebellum” si infila nel solco dei
film di protesta che fino a questo momento sembravano proprietà intellettuale esclusiva di Spike Lee, perché la
storia continuerà a ripetersi (con i suoi orrori) ripetutamente finché non
saremo noi gli artefici del cambiamento, allo stesso modo lo faranno anche le
storie. Pur riciclando e prendendo in prestito, Gerard Bush e Christopher
Renz hanno firmato un film d’esordio con alcune frecce al suo arco, tutta starà
vedere se in futuro proveranno strade nuove o continueranno a loro volta a
ripetersi (ripetutamente).

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