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Apollo 10 e mezzo (2022): la stoffa abbastanza giusta

La corsa allo spazio è un argomento che mi sta sempre a cuore, non puoi formarti guardando quel capolavoro di Uomini veri più e più volte senza essere magneticamente attratto da qualunque film sullo stesso tema, questa volta a dirci la sua è stato Richard Linklater, ma non farò battute del tipo che questo è il suo “Bambini veri”.

Un regista che aveva già
raccontato l’infanzia in titoli come l’infinito (per tempi di realizzazione) “Boyhood”
(2014) o l’intramontabile “School of Rock” (2003) da cui arriva la voce del
narratore, il giovane Stan cresciuto infatti parla con il vocione di Jack Black,
in una trovata che a me ha ricordato molto il Fred Savage di “Blue Jeans”.

Inoltre Linklater aveva
già portato al cinema altre epoche degli Stati Uniti, in titoli come “Tutti
vogliono qualcosa” (2016) e “La vita è un sogno” (meglio noto con il titolo
originale ben più azzeccato di “Dazed and Confused” del 1993). La quadratura
del cerchio arriva con la tecnica d’animazione (volutamente retrò) del
rotoscopio, già utilizzata dal regista in “A Scanner Darkly” (2006), che consiste fondamentalmente nel disegnare sopra le parti girate
dagli attori, un misto tra recitazione e animazione 2D che la mia Wing-woman, lapidaria come sempre ha ben riassunto: «Sembra il filtro di Snapchat che ti
trasforma in cartone animato». Se solo avessi la sua capacità di riassumere
questo blog si chiamerebbe La Bara, anzi La B.

Giuro che non farò la battuta: tutti davanti alla tv, anche perché dietro non si vede nie… Ooops!

La storia è quella dell’allunaggio
dell’Apollo 11, però dal punto di vista del giovane Stan (doppiato in originale da
Milo Coy), con il fiero e logorroico contributo della sua versione adulta nel
ruolo di narratore, una voce narrante fin troppo presente, invasiva, come uno
di quei blogger fastidiosi che leggendolo, prende il monopolio della vocina nella
vostra testa, quella che sentite in questo momento e che può farvi pensare
anche alle cose più improbabile tipo un catamarano, un catamarano pilotato da
gatti, gatti vestiti da pirata però, fastidioso vero? Ecco mai quando Jack Black
che descrive quello che Richard Linklater – e immagino un milione di animatori o
giù di lì – sta già raccontando per immagini.

Poco prima della metà di “Apollo
10 1/2 – A Space Age Childhood” che trovate comodamente su Netflix, mi sono
rivolto alla Wing-woman chiedendole: «Ma secondo te parlerà mai dell’allunaggio
o è tutta malinconia pensante?», la risposta della lapidaria è stata: «Ma che
ne so questo parla da due ore.» (storia vera)

…Che poi è il suo modo gentile di dire che si è rotta il razzo.

Linklater ci riporta
negli anni ’60, una volta capito il gioco è chiaro che “Apollo 10 e mezzo” utilizzi
gli eventi del 21 luglio del 1969, quasi come un MacGuffin per mettere in modo
il suo viaggio nel decennio in cui è nato e cresciuto, classe 1960 il vecchio
Richard fa un discorsetto sulla memoria e sugli eventi cardine della storia,
che diventa chiaro solo un attimo prima dei titoli di coda del film. Nel mezzo
però ci mette tutto il racconto dei suoi primi nove anni di vita, un “Boyhood” compresso,
che per dirci quanto i ricordi (anche infantili) possano essere a volte
ingannevoli, non fa altro che riportarci al periodo più ottimista della storia
degli Stati Uniti, in cui c’erano contestazione e guerre (in Vietnam soprattutto),
ma l’umanità stava con il naso verso le stelle e soprattutto lui, il nostro protagonista che millanta di aver anticipato Armstrong, Collins e Aldrin nel suo viaggio
segreto numero 10 e mezzo, che fin dal titoli strizza volutamente l’occhio a
Fellini, anche se mi ha ricordato anche il settimo piano e mezzo di “Essere John
Malkovich” (1999).

Vuoi mettere come si leggono i fumetti nella stratosfera?

Linklater utilizza il
Rotoscopio per portarci indietro nel tempo anche dal punto di vista visivo, il
resto è un bombardamento di usi e costumi dei ragazzi degli anni a cavallo tra
il 1968 e il 1969 e dei loro genitori, con un piglio a metà tra il libro dei
ricordi e il documentario, Linklater non lascia indietro niente: i cartoni del
sabato mattina, Star Trek, Ai confini della realtà, ma anche le
tecniche per rimediare una granita gratis alla partita di Baseball, insomma non
manca davvero niente, anche perché Giacomo Nero parla davvero come un torrente
in piena, a volte anche fin troppo, bisogna dirlo.

Il risultato vi coinvolgerà
nella misura in cui saprete appassionarvi alle vicende della NASA oppure alla
cultura popolare americana degli anni ’60, se volete i fatti raccontati nel
modo più epico e cinematografico possibile, potrete riguardarvi comodamente The Right Stuff, ma per questo viaggio lungo il viale dei ricordi, offre
Netflix. Cioè offre, pagate l’abbonamento non fate i pirati, i gatti pirati,
quelli al comando del catamarano eh?

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