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Arancia meccanica (1971): le avventure di un giovane i cui principali interessi sono lo stupro, l’ultra-violenza e Beethoven

La Bara Volante filava molto karascho, con piacevoli vibrazioni trasmesse al basso intestino. Ben presto miei cari drughi, buio, vero e cinico buio, mentre ci godiamo i dolci dolci fotogrammi del buon vecchio Stanley, nel nuovo capitolo della rubrica… Come ho imparato a fregarmene e ad amare Kubrick.

Dopo aver alzato l’asticella ad un livello ancora oggi mai più raggiungo con il suo 2001: Odissea nello spazio, il limite per Stanley Kubrick non era nemmeno più il cielo, visto che aveva conquistato anche Giove. Ecco perché negli anni tra il 1968 e il 1971, il nostro ha deciso di affrontare un’altra sfida, quella di portare al cinema la vita dell’unico personaggio storico che per certi versi, potremmo paragonare al regista di New York – ormai di stanza in Inghilterra con moglie e figli – ovvero Napoleone. L’idea che ossessionava Kubrick era come, al netto di tanto talento, il grande conquistatore avesse potuto fare errori tali da condurlo all’esilio. Quanti nel corso della storia hanno paragonato la guerra agli scacchi? Kubrick da scacchista provetto, oltre che talento sopraffino, evidentemente non poteva non riflettersi nella storia di Napoleone.

Con tutti i costumi di scena pronti, un’orda di comparse a cavallo e le riprese pronte in Romania, Kubrick ha dovuto rinunciare alla sua impresa per via del flop al botteghino di “Waterloo” (1970), film con Rod Steiger che ho visto e rivisto mille volte da bambino, che terrorizzò e fece scappare i produttori. La prima grande incompiuta di Kubrick, immaginate il livello di frustrazione che questo avrà sicuramente generato in una mente abituata a pensare cinema costantemente, era inevitabile che il prossimo soggetto sarebbe stato un titolo di rottura, forse il più clamoroso della storia del cinema.

«Stanley cosa rappresenta questa scultura?», «Dove mi sta il film con Rod Steiger»

Ancora una volta Kubrick adatta un romanzo per il grande schermo, per quei  – purtroppo non quattro – che si ostinano a cercare di derubricare Kubrick perché nei loro piccolissimi Guliver, non aver mai scritto un soggetto da zero sarebbe un’onta, suggerisco a tutti i leggere “A Clockwork Orange”, romanzo di Anthony Burgess nel 1962, per capire quanto il lavoro di Kubrick abbia migliorato quel soggetto, anzi, ve lo dico fuori dai denti: leggetelo il libro perché merita, e poi quando arriverete all’ultimo capitolo, gettatelo via, rimettetelo sulla mensola, perché nel suo genio Kubrick (che dichiarò di aver letto una versione americana della pubblicazione, quindi differente per edizione, ma secondo me era solo più avanti di tutti come sempre) ha pensato giustamente di ignorare l’ultimo insensato capitolo scritto da Burgess, per dare a questa storia il suo finale giusto, l’unico esatto, per altro, nerissimo.

Se consideriamo tutti i film considerati di culto della storia del cinema, e anche quelli veramente controversi, tenendo a mente anche l’inglese lista dei “Video Nasty”, ci sono davvero pochissimi titoli che hanno saputo smuovere, far incazzare, generare nel bene e soprattutto nel male emulazione, diventando famigerati e iconici come “Arancia meccanica”, che spogliato di tutto resta la più lucida e cinica critica alla razza umana mai messa su pellicola, sollevate il vostro bicchierone di Latte+ in onore di questo Classido!

Per prima cosa, a che tipologia di film appartiene “A Clockwork Orange”? Ambientato in un imprecisato futuro che potrebbero essere una versione ucronica degli anni ’70, oggi sarebbe facile definirlo un film di fantascienza distopica, aggettivo che viene appiccicato su tutto. Per certi versi lo è, per altri, cavalca l’inquietudine della gioventù tra gli anni di rivolta del 1968 e il 1977, per quanto mi riguarda è un film eterno, perché sarà pur vero che Alexander “Alex” DeLarge ascolta la musica del caro Ludovico Van infilando micro cassette dentro uno stereo a volvoloni che è un filo meno tecnologico dei vostri servizi di streaming musicale (appena due righe), ma il messaggio che si porta nelle budella è talmente eterno che sono sicuro, questo film non invecchierà mai, succede quando riesci a parlare così lucidamente della natura umana.

Paragrafo doveroso, cos’è un’arancia meccanica? Nello Londra più proletaria si dice «Strambo come un’arancia ad orologeria», qualcosa che esternamente sembra normale e naturale, come un’arancia appunto, ma dentro cela una sua natura bizzarra, che poi è esattamente quello che potremmo dire di questo film, la scheggia pazza e violenta in una filmografia impeccabile, realizzato con uno stile che è sempre quello di Kubrick, infatti non manca la sua maniacale cura per il dettaglio, l’uso brillante e narrativo della musica e le dettagliate simmetrie centrali (basta dire che il film inizia con una di quelle, nel Korova Milk Bar), ma per una volta Kubrick si è fatto trascinare dalla storia: riprese fatte con la macchina da presa in spalla, momenti di rottura in linea con l’anarchia del suo protagonista. In arriva ora, l’altro paragrafo doveroso nel momento in cui chiunque (evidentemente insano di mente… presente!) decida di provare a scrivere qualcosa di sensato, sull’ennesimo film di Kubrick su cui sono stati scritti manuali di cinema.

Lo so che avete in testa questa, vi conosco mascherine.

Alex DeLarge, A-Lex, ovvero senza legge, amorale, con un cognome da megalomane conquistatore, roba alla Alessandro il Grande, un giovane che proviene da una famiglia operaia in una metropoli inglese di un futuro che potrebbe essere ieri o mercoledì prossimo: colto, eccentrico, antisociale, spinto dagli ormoni e dall’amore per la musica di Ludwig van Beethoven, è il capo di una banda di criminali della sua età, noti come Drughi, Pete, Georgie e Dim sono i suoi sgherri, benzinati a Latte+, latte con dentro qualche droguccia mescalina per renderli belli vispi e attivi all’arte e alla pratica dell’ultraviolenza, che è il Nord magnetico della vita di Alex.

Senza tetto pestati per strada, rapine in casa e stupri ai danni di mogli di scrittori (la nota autobiografica di Anthony Burgess, storia vera), Alex DeLarge è un grandissimo pezzo di merda, inutile girarci attorno, in qualunque altro film sarebbe stato il cattivo, infatti ad impersonarlo è uno che poi, nel resto della sua infinita filmografia, di cattivi ne ha impersonato tanti, non sempre e solo in film di serie A (anzi…), ma Malcolm McDowell qui, recita per la storia.

Giovanissimo e inconsapevole, al suo quarto film, di stare già impersonano il ruolo per cui sarebbe stato ricordato a vita (e oltre), l’attore inglese venne scelto da Kubrick impressionato dalla seconda miglior prova dell’attore, ovviamente mi riferisco a “Se…” (1968) di Lindsay Anderson. Avendo avuto tutta la vita e tutte le interviste della sua carriera per rifletterci, McDowell ha cambiato idea mille volte sul suo rapporto con Kubrick: amiconi sul set, passavano ore a giocare a Ping-Pong ma una volta terminata la loro “relazione” lavorativa, il regista non lo ha mai più richiamato e McDowell ci ha messo decenni per slegarsela dal dito.

La faccia di chi sa che rilascerà interviste su questo film per il resto della sua vita… Cheers!

“Arancia meccanica” è chiaramente un film simmetrico, sarà anche stato quello arancia fuori e ingranaggi dentro della filmografia del regista, quello in cui Kubrick ha concesso più improvvisazione a McDowell (la scelta dell’allegrotta “Singin’ in the rain” durante il pestaggio arriva da qui, con Kubrick che, tempo tre ore, aveva fatto acquistare i diritti di sfruttamento del pezzo per usarla nel montaggio finale, storia vera), ma è anche un film che ha un prima e un dopo. La prima parte è quella gustosamente gioiosa, criminale e ammettiamolo, anche amorale, non si può riassumerla meglio delle parole dello stesso regista: «Alex è un personaggio che alla luce di ogni considerazione logica e razionale dovrebbe suscitare antipatia e anzi, con ogni probabilità, il pubblico dovrebbe aborrirlo. Eppure, nello stesso modo in cui Riccardo III gradualmente riesce ad eludere la tua disapprovazione, Alex ti trascina dentro la sua visione della vita. La storia produce questo effetto, che è per la mente del pubblico l’illuminazione artistica più piacevole e sorprendente. […] Alex simbolizza l’uomo nel suo stato naturale, lo stato in cui sarebbe se la società non gli avesse imposto i suoi processi civilizzanti.»

Ecco perché tutta la prima parte del film è il “Riccardo III” di Kubrick, in cui Alex uccide, picchia, si droga, violenta con una joy de vivre quasi contagiosa, il regista utilizza tutti i mezzi a sua disposizione per portarci nella mente del suo protagonista, lo vediamo rimorchiare ragazze in un negozio di dischi (dove per altro, si vede esposto il vinile della colonna sonora di 2001, perché ormai Kubrick era diventato lui stesso la primaria influenza per gli altri, non seguiva più nessuno, tracciava la strada) e sulle note di una versione velocizzata dell’Ouverture del Guglielmo Tell, lo vediamo fare del buon su-e-giù con un paio di ragazzine della sua età.

Alex nel suo essere amorale e appunto A-Lex, senza legge, è vivo, felice, quasi immortale, quando qualcuno dei suoi drughi mette in dubbio la sua leadership lui esplode in tanta inattesa ultraviolenza sulle note dell’ouverture della Gazza ladra di Gioacchino Rossini, gettandoli in un laghetto, a rallentatore, perché Kubrick vuole farci godere di questo violento balletto in cui Alex è il primo, folle, ballerino.

Il libero arbitrio e la razza umana, riassunti da Stanley Kubrick.

La gioia finisce quando dopo l’irruzione in casa di un’artista, Alex la uccide con, vabbè, diciamo un’opera d’arte ecco, beccandosi quattordici anni per l’omicidio e la cura per lui, sarà quasi peggiore della malattia. Sottoposto come una cavia alla sperimentale cura Ludovico, Alex verrà rieducato, un lavaggio del cervello fatto a colpi di filmati sul grande schermo («È buffo come i colori del vero mondo divengano veramente veri soltanto quando uno li vede sullo schermo.») e ovviamente la musica del suo preferito, problema: la cura funzionerà così bene da generare in Alex forti e dolorosi conati di vomito ogni volta che si troverà esposto alla sua un tempo amata Ultraviolenza, ma per via dei brani scelti, Alex perderà anche l’arte, impossibilitato ad ascoltare il dolce dolce suono del suo caro amato Ludovico Van. Lo dico? Tra tutte le vittime che sentiamo implorare pietà nel film, l’invocazione più dolorosa alle nostre orecchie di spettatori sono proprio le urla «È un delitto! Un delitto!» urlate da Alex, perché Kubrick ha inclinato il pavimento sotto i nostri piedi di quel tanto, da farci, non dico patteggiare, ma capire il mondo dal punto di vista del suo indifendibile protagonista.

Ecco perché la seconda parte di “A Clockwork Orange” è speculare alla prima ma a ruoli invertiti (anche se io non ho mai sentito nessuno pseudo-cinefilo dire che la seconda è peggiore, come succede con altri film di Kubrick) in una Via Crucis al contrario, Alex incontra nuovamente tutte le sue vittime, chi prima non rialzava la testa davanti al suo spadroneggiare (come i suoi genitori) ora si allarga, chi era sottoposto come i suoi Drughi, ora è braccio armato del padronato, in forze alla polizia e ben disposto a far valere quel potere. Persino lo scrittore ora ha una guardia del corpo che per altro è David Prowse, il culturista che faceva da ripieno al costume di Darth Vader, un cattivo cinematografico per difendersi da un altro.

A quel punto l’unica è “Renderla”, come direbbe il nostro protagonista nella sua parlata incomprensibile (come tutte le parlate giovanili alle orecchie della generazione precedente), il Nadsat, slang composto da un misto di inglese e russo, che esisteva già nel libro e anche qui, Kubrick migliora nel film. Il messaggio è molto chiaro, il finale con la “Guarigione” di Alex, diventato caso mediatico, è il più cinico mai firmato da Kubrick che qui firma un film senza compromessi, una visione tetra dell’umanità.

Ogni visita oculistica nella testa di un appassionato di cinema.

“Arancia meccanica” è il film definitivo, il migliore mai realizzato, sul libero arbitrio: dai ad un uomo la possibilità di scegliere, è quello sceglierà di sopraffare gli altri, di uccidere, di violentare, di rubare per il proprio piacere e per mantenere il proprio status quo, toglili la libertà di scegliere e diventerà qualcosa di apparentemente naturale fuori, ma in realtà mosso da una programmazione robotica dentro, un’arancia meccanica appunto. Nella seconda parte del film Alex non è diverso dai carcerati che marciano in tondo in prigione, incastrato in una versione locale del “Mito della caverna” in cui le ombre proiettate, sono le immagini da cinebrivido sul grande schermo, tutti quelli che fino a ieri erano vittime, davanti alla sua incapacità imposta dalla cura Ludovico di fare nel male, si comportano esattamente come lui.

Il messaggio è chiarissimo, nero come l’abisso, Alex è immorale, ingiustificabile, un vero bastardo, ma è libero, anche solo di seguire la natura umana, il cosiddetto sistema perfetto – quello che Kubrick nei suoi film mette sempre in dubbio – chi dovrebbe curarlo, lo castra, applicandogli una violenza uguale a quella dei Drughi, ma legalizzata, a cui si pone rimedio quando l’arancia meccanica scappa di mano, la politica ci ritrova i suoi interessi e i mass media fanno il loro lavoro. La critica è netta, raccontata in modo radicale e provocatorio, ma universale, perché è questa la natura umana, questa è la società cosiddetta civile, non cambierà mai, ecco perché “A Clockwork Orange” è un film eterno.

Ogni fotogramma di questo film, ancora oggi, è diventato pura iconografia (nel bene o nel male)

Per sessantuno settimane il film di Kubrick ha macinato soldi ovunque, poi questa critica ai mass media ha richiesto il suo tributo di sangue, in uno di quei casi in cui la vita imita l’arte, troppi di quelli che ancora oggi credono che “Arancia Meccanica” sia un film sul “Uomo mangia uomo” e sul non farti pecora che il lupo ti mangia, hanno messo su una Cambogia: stupri, violenze, omicidi “ispirati” dal film, bande giovanili che canticchiando facevano quello che Wes Craven avrebbe postulato solo nel 1996: i film non fanno nascere nuovi pazzi, li fanno solo diventare più creativi. Però ogni singolo crimine perpetuato in Inghilterra dopo l’uscita del film, è stato additato a Kubrick, la cui casa nelle campagne inglesi è stata presa d’assalto da giornalisti e persone in piena protesta (Storia vera).

Qui Kubrick, ha risposto con la mossa da scacchista, facendo ritirare il film dai cinema inglesi, la Warner Brothers aveva capito che perdere soldi sul mercato di Albione, sarebbe stato meno peggio che perdere Kubrick per futuri film, una dimostrazione di potere mai vista prima di allora da parte di un regista. Stanley aveva ormai raggiunto il pieno controllo creativo su tutte le fasi della vita di un suo film, tale per cui anche la promozione stava seguendo le sue regole, perché un altro primato di questo film, è il suo trailer, una piccola opera d’arte di un minuto, un viaggio di sessanta secondi nella mente di Alex, sparato dritto nelle cornee del pubblico stile cura Ludovico, ancora oggi, inarrivabile e purtroppo mai più imitato dai sempre più didascalici trailer. I cinefili, o presunti tali, in rete, parlano più di trailer che di film, ma nessuno è come quello di A Clockwork Orange.

L’impatto culturale? Incalcolabile, potrei cancellare tutto questo post e riscriverlo, della stessa lunghezza o più, solo facendo un mero elenco di fumetti o di gruppi musicali che si sono ispirati, che hanno reso omaggio o che hanno pescato dall’iconografia creata da Kubrick (non da Anthony Burgess cari criticoni) che è francamente anche inutile provarci, una cosa invece ci tengo ancora a dirla: molti, soprattutto i più giovani o quelli che pensano erroneamente che questo sia un generico film sulla sopraffazione dell’altro, forse davanti all’enorme fama del film, non ne capiranno davvero la portata. Ma questo è ancora un film in grado di scavarti nelle budella, il più “proibito” per decenni, anche grazie alla richiesta di ritiro fatta da Kubrick, questo film è diventato un rito di passaggio.

Per trentasei anni dopo la sua uscita, nessun canale televisivo italiano ha mai inserito “Arancia meccanica” nei suoi palinsesti, solo il 25 settembre del 2007, dopo un’introduzione di Alex… Infascelli (solo in questo momento ho capito perché scelsero lui!) l’allora TMC ruppe il tabù, può sembrare poco, ma non lo è, ci sono voluti solo trentasei anni perché “A Clockwork Orange” passasse dall’essere il monito definitivo a qualcosa di, se non socialmente, almeno televisivamente accettabile, insomma in poco meno di quattro decenni la società è diventata peggio di Alex DeLarge, che poi era esattamente quello che ci ha chiaramente detto Kubrick nel 1971.

Prossima settimana, alziamo ancora un po’ l’asticella, iniziate ad accendere le candele e a far entrare la luce naturale dalle finestre, fino a quel momento, vi ricordo la puntata del podcast che abbiamo dedicato tempo fa ad Arancia meccanica.

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