
La giuria è ancora in consiglio, intenta a valutare se davvero l’età dei super eroi al cinema sia finita o se il pubblico si sia stufato di vedere super pigiami ovunque, io vi dico prudenza, perché al prossimo Bat-film o comunque, al prossimo nome grosso (ovviamente in pigiama), non so se il pubblico risponderà con freddezza. Ma in ogni caso, avremmo gli effetti a lungo termine con cui fare i conti.
Tutta quella “Super eroizzazione” (ho inventato una parola?) del cinema d’intrattenimento americano che comunque è molto ben radicata, voi pensate a come sarebbe stata la carriera di Matthew Vaughn se non avesse diretto film in questi anni, materiale per un What If…? tanto per restare in tema, perché comunque parliamo di uno che ha una passione per le trame proto-bondiane (infatti ha esordito nel 2004 dirigendo Craig in “The Pusher”) e poi si è allineato all’aria che tira: ha adattato Neil Gaiman al cinema quando non era di moda farlo (Stardust), ci ha regalato la sua versione degli Uomini-Pareggio e poi tra Kick-Ass e Kingsman ha pescato a piene mani dai fumetti di Mark Millar.
La sua ultima fatica è un titolo che continua a giocare, perfettamente in linea con le sue tematiche e il resto della sua filmografia, dove lo spunto di base questa volta non sono i fumetti, ma i romanzi di una scrittrice su cui si sta favoleggiando parecchio, ovvero Elly Conway.

Pare che esista davvero qualcuna con questo nome, autrice di libri originaria di New York, che pare abbia scritto il romanzo “Argylle” a sua detta, dopo aver vissuto un “terribile incidente”, peccate che le informazioni sulla donna finiscano qui, nel corso del tempo si sono sprecate le illazioni, qualcuno sostiene sia lo pseudonimo dietro la quale si nasconde J. K. Rowling in fuga dalle polemiche sulle sue affermazioni, altri pensano sia l’identità segreta della cantante Taylor Swift ed io ve lo dico, voi vi preoccupate tanto per i fanatici di “Cinecomics” (e fate bene), ma peggio di loro ci sono i maniaci di Harry Potter e i devoti della citata Pop Star, poi ditemi che non vi avevo avvisati eh?

Reale, immaginaria o pseudonimo, il. Romanzo della scrittrice “Argylle” viene adattato per il grande schermo dalla sceneggiatura di Jason Fuchs, con l’intenzione del regista Matthew Vaughn di farne una saga in più parti e sparsa su più formati multimediali, risultato finale? Il tono del film è molto giocoso, non si sforza minimamente di farsi prendere sul serio risultando un grosso frullatore “Pop” dove dentro si possono trovare tracce di vari riferimenti, fin dai suoi primi cinque minuti iniziali, quelli che ne determinano tutto l’andamento.
Argylle è la super spia a cui fa (in parte) riferimento l’inevitabile zavorra del sottotitolo italiano, spalle larghe, mascella quadrata e capello a spazzola, comunque meglio dei baffi cancellati in CGI. Ad interpretarlo è Henry Cavill, che vediamo impegnato a corteggiare la super cattiva LaGrange, bionda tinta e fatta a forma di Dua Lipa, in un ruolo che è uno specchietto per le allodole, perché in una scena iniziale che prevede John Cena che fa il simpa e un inseguimento totalmente irrealistico con jeep gialle che “grindano” i corrimano delle scale, risulta piuttosto ovvio quello che ci verrà presto mostrato per filo e per segno: Argylle non esiste.

In realtà è solo il personaggio principale della serie di romanzi scritti da Elly Conway, avete presente “Il ladro di orchidee” (2002) di Spike Jonze? Una cosetta del genere, solo che al posto di Nick Cage qui troviamo Bryce Dallas Howard detta BRUCE, in un ruolo che dista molto meno dei sei canonici gradi di separazione da quello di Kathleen Turner in “All’inseguimento della pietra verde” su cui non mi dilungherò troppo, tanto da qui alla fine dell’anno finiremo per parlarne. La differenza? Lì Zemeckis rendeva omaggio al genere più popolare e strapotente in assoluto, i romanzi rosa, qui invece la nostra BRUCE scrive di spionaggio perché meno intricato rispetto alle storie d’amore. Lo sentite quell’intenso odore di trama infarcita di clichè? Bene, finché il film riesce a prenderli in giro tutto ok (una decina di minuti se va bene), poi però li abbraccia tutti scivolando nel già visto e nel dimenticabile.
Elly vive con il suo micio Alfie, sparato dritto in locandina ma in realtà ben poco attivo nella trama, più che altro uno sfoggio di CGI e una gag pronta ad avvenire per Matthew Vaughn, insomma se volete vedere un micio fare cose incredibili, riguardatevi “Il gatto venuto dallo spazio” (1978). Quello che ci interessa è il fatto che la mamma di Elly sia fatta a forma di Catherine O’Hara, il che ti fa immaginare che ogni due secondi debba guardare in camera e urlare… KEVIN! Poi ditemi voi se scegliere O’Hara per il ruolo della madre sia o meno un modo per rimaneggiare la cultura “Pop” da parte del regista, io penso proprio di sì, anche se a volte sono davvero le uniche armi a disposizione di questa storiella.

Va detto che Bryce Dallas Howard (in amicizia BRUCE) è perfetta per il ruolo, caruccetta e tenerina risulta davvero azzeccata per il ruolo, anche perché è una delle poche che non si ammazza di palestra ad Hollywood, quindi ha il fisico straordinariamente normale di una che metà delle sue giornate le passa seduta a scrivere, il resto del tempo la divide tra i viaggi di promozione del suo nuovo romanzo, ed è proprio sul treno che fa la conoscenza di Aiden Wilde, interpretato da un Sam Rockwell sempre molto auto ironico e anche qui, nulla mi toglie dalla testa che con quella parrucca non stia un po’ facendo il verso al Brad Pitt di quella mosceria di Bullet Train, che ha tanti appassionati (che lo hanno già dimenticato) e che qui viene mangiato di traverso dalla lunga scena di lotta sul treno, in cui le movenze di Aiden, nella testa di Elly si sovrappongono a quelle del suo immaginario Argylle, che mena tutti a bordo sulle note del classico di Patrick Cowley Do You Wanna Funk? Pezzo popolarissimo che Lorne Balfe cita nella sua colonna sonora e che anche qui, beccami gallina se non si tratta dell’ennesimo ingrediente “Pop” gettato nel frullatore da Vaughn, visto che è il pezzo che faceva da sottofondo alla festa nella nuova casa di Billy Ray Valentine in Una poltrona per due.

Da qui in poi “Argylle” procede su due binari, da una parte lo sfoggio di facce note che si alternano davanti alla macchina da presa anche in piccoli ruoli, alcuni sono vecchie conoscenze del regista (Samuel L. Jackson e Sofia Boutella) altri sono esordi, come quelli del cattivone proto capo della Spectre di turno Bryan Cranston, che però riserva una sorpresa, perché l’altro binario su cui corre “Argylle”, oltre all’inevitabile sotto trama romantica, non può che essere la passione di Vaughn per i super-sfigati che si trasformano in super-fighi. Insomma, come raccontare di nuovo la stessa storia, facendo finta di essere degli autori, il che di suo non sarebbe un male, solo che qui l’ansia da prestazione si nota, anche tanto.
Succedeva a Dave Lizewski ma è chiaro che Matthew Vaughn non possa proprio fare a meno di Kingsman, perché senza rovinare la visione a nessuno, è chiaro che a quello si torna, per le svolte, molte strampalate è tutto basate sul colpo di scena più che sui personaggi e la loro logica, ma anche per le trovate. Se il regista era riuscito a trasformare Colin Firth (o la sua controfigura) in un eroe dell’azione, nella gloriosa rissa della chiesa sulle note di Free Bird, qui replica, o almeno ci prova, solo che lo fa più volte, disperatamente, forse nel tentativo di azzeccare nuovamente una scena come quella, purtroppo senza riuscirci.

Prima “Do You Wanna Funk?” con la rissa a breve distanza lungo i vagoni del treno, poi l’irruzione della SWAT con smitragliate sulle note di “Electric Energy” di Ariana DeBose (che fa una parte nel film, mentre nel video fa cantare tutto il cast e il redivivo Boy George, più Pop di così non era veramente possibile), per poi concludere con quella specie di momento Bollywoodiano nel finale, sparatoria romanticona sulle note di “Run” di Leona Lewis. Insomma è sempre la stessa specialità, ripetuta all’infinito più volte, per un film che purtroppo, nel secondo atto perde tutto il suo brio, forse un po’ meno “Missioni secondarie” per la coppia di protagonisti avrebbero decisamente migliorato un ritmo che purtroppo s’impantana, anche malamente, scivolando nella noia di una storia che ti fa pensare: «Ok, sto guardando “Queenswoman”, hai altro per me Matthew?»

Da un certo punto di vista, bisogna dire che fino agli anni ’90, gli eroi d’azione magari non erano dotati di una particolare mimica facciale (non tutti, ma molti), ma compensavano con muscoli e preparazione marziale, ora ci pensa Vaughn con le sue musiche fuori contesto a prendere i famosi di turno e a farli atteggiare ad eroi ed eroine d’azione, fa tutto parte del cinema action moderno, che tende un po’ alla bulimia anche se non so come interpretarlo. Da un certo punto di vista è positivo che il pubblico apprezzi opere piene di spari e calci in faccia, dall’altra è chiaro che la “Super eroizzazione” (non ho ancora capito se ho inventato una parola) abbia colpito duro e che dovremmo fare i conti con essa ancora a lungo, poi ci sarebbe da capire a chi si rivolge un film che vorrebbe colpire al cuore: le gattare, i fan di James Bond, i fanatici dell’azione e chi va al cinema per Dua Lipa, anche se resta in scena quattro secondi, anche lei parte di un cast a tratti drammaticamente sprecato. Anche se alcune svolte d’azione almeno sono simpatiche, da un certo punto di vista io sposo totalmente la posizione dell’esperto, Frank Cho, che si è espresso anche lui su questa incarnazione di BRUCE, super promossa!

Se pensiamo a cosa si sarebbe potuto fare con Bryan “Più grande attore del mondo” Cranston, John Cena (non pervenuto) e magari una Sofia Boutella utilizzata e non solo chiamata a fare presenza, la testa comincia a ruotare, anche se questo film pensato per piacere a tanti, corre il rischio come succede spesso, di non piacere a nessuno, anche perché è l’ennesima variazione con più cantanti Pop di cui non saprei citare il titolo di un loro pezzo di un capitolo a caso di “Kingsman”, per quanto io possa prenderlo con giocosa leggerezza, resta poca una cosa piena di brutta CGI. Per il regista i modi continuano a definire sia l’uomo che il regista, ormai per Matthew Vaughn è un mantra, anche se sembra che abbia un po’ finito la benzina, forse si è concentrato troppo sulla campagna pubblicitaria gattofila con protagonista sua moglie Claudia Schiffer.



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