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Armageddon – Giudizio finale (1998): vinciamo noi, Bruno!

Può sembrare strano che sulle pagine di un Blog come questo, che ha votato la sua esistenza alle esplosioni grosse e ai film con Bruce Willis come protagonista, “Armageddon” non avesse ancora trovato spazio, ma ci sono film che si trivellano un posto speciale e quindi dovevo aspettare il momento giusto per scriverne, che a questo punto, mi sembra arrivato.

Faccio parte della generazione che è stata colpita in mezzo agli occhi dall’asteroide di questo film, andai a vederlo al cinema alla sua uscita, facendomi bastare la presenza di Bruno come protagonista, da qualche parte ho ancora la VHS (consumata) ed ogni volta che me lo vado a rivedere, mi esalto come se fosse la prima visione. “Armageddon” è un film spartiacque, nel senso che può mettere fine ad amicizie (e forse anche a qualche matrimonio), eppure nel suo essere estremamente controverso non ho mai avuto un singolo dubbio, sarà tamarro, eccessivamente patriottico, per qualcuno potrebbe essere un “americanata” (parola che non ha senso, su cui mi sono già abbondantemente espresso), ma per quello che mi riguarda è fatto della materia di cui è fatto il cinema, di questo ne sono convinto.

Minuto uno del film: Michael Bay esplode i dinosauri. Il film dura 151 minuti, fate voi le dovute proporzioni.

Eppure la sua genesi non è stata pesche e crema, lo sapete che Hollywood spesso si trasforma in uno di quegli uffici microscopici dove i pettegolezzi girano alla velocità della luce, dove se la Paramount in collaborazione con la Dreamworks di Spielberg, mette insieme i soldoni per un film sul pianeta minacciato da un asteroide, intitolato “Deep Impact”, a ruota la Touchstone Pictures e quel drittone di Jerry Bruckheimer (con il contributo fondamentale di Gale Anne Hurd) rispondono mettendo mano alle armi nucleari, poi siccome il miglior regista mai uscito dalla scuderia di Bruckheimer nel 1998 era impegnato a dare una svolta alla sua carriera, a cavallo di un missile questa missione poteva portarla a termine solo il secondo migliore dei migliori, Michael Bay.

Mordi il freno spaccamontagne, il tuo turno arriverà tra poco nel corso del post.

Fresco del successo del miglior film della sua carriera (non accetto discussioni in merito), Michele Baia raduna tutti i suoi pretoriani e con un vaffanculo e tanto James Cameron nel cuore – le due cose potrebbero essere quasi sinonimo una dell’altra – si lancia nell’impresa, il risultato ancora oggi scontenta lo stesso regista, che ha più volte dichiarato che le sedici settimane di tempo non erano abbastanza per un film così, che se potesse, rifarebbe tutto il terzo atto e dopo l’esaurimento nervoso del suo supervisore degli effetti speciali, ha dovuto caricarsi sulle spalle anche questo ruolo ripetendosi spesso: «Come fa James Cameron a fare tutto da solo?» (storia vera).

Poi chiedetevi perché subito dopo questo, Bay ha diretto “Pearl Harbor”.

Malgrado essere uscito due mesi dopo “Deep Impact” nelle sale di tutto il mondo, “Armageddon – Giudizio finale” (sottotitolo italiota che come al solito ribadisce l’ovvio) ha superato a destra il diretto concorrente, facendogli anche il gesto dell’ombrello numerose volte, in barba al reflusso di bile di Roger Ebert che infilò questo titolo per direttissima tra i suoi più odiati di sempre (storia vera). Il film di Bay costato oltre i duecento milioni di fogli verdi con sopra facce di ex presidenti spirati, ne portò a casa complessivamente nel mondo oltre cinquecento, miglior incasso del 1998, battendo anche la concorrenza che a Bay premeva di più, quella con il “Godzilla” di Roland Emmerich, questo spiega come mai all’inizio del film beh, Riccardino piscia sopra i giocattoli di gomma di ‘Zilla, anche se un giorno qualche giornalista stipendiato dovrebbe fare la domanda giusta a Michele Baia, chiedendogli di spiegarci la sua ossessione per i Bulldog francesi, cani che trova il modo di infilare in tutti i suoi film, tanto quanto gli elicotteri in volo davanti al tramonto e beh, le esplosioni.

Dimmi che sei un film uscito prima dell’undici settembre, senza dirmi che sei un film uscito prima dell’undici settembre.

La banda di gatti senza collare radunati insieme da Bay, resta degna dei coloriti trivellatori di Harry Stamper, qui interpretato da un Bruce Willis nella sua miglior interpretazione di John Wayne in “Uomini d’Amianto contro l’Inferno” (1969) o di Charlton Heston (che fa subito fantascienza giusta), qui per altro nel ruolo della voce narrante, un Piero Angela delle esplosioni che ci spiega ad inizio film come sono morti i dinosauri, con un botto enorme, perché Bay fa iniziare il suo film con l’estinzione dei precedenti inquilini del pianeta sui titoli di coda, poi distrugge uno Shuttle in volo (scena che verrà ripresa da tutti i film catastrofici spaziali a seguire) e poi, ricordandoci di come era più facile il mondo prima dell’11 settembre, se la prende anche con New York, in un trionfo di frammenti di asteroide e umorismo già sull’imbarazzante andante. Ma cosa volete pretendere da Bay e dalla sua squadra di sceneggiatori? Che per altro meritano un paragrafo tutto loro.

«Attenti sotto nel prossimo paragrafo, Cassidy ne spara qualcuna delle sue!»

La prima bozza scritta da Tony Gilroy e Shane Salerno è stata riveduta e corretta quasi completamente da due che più opposti non potevano proprio essere, da una parte Jonathan Hensleigh che mi immagino come “addetto al testosterone” messo a guardia della “Bruce Willistudine”, mentre per tutto il resto, mi viene quasi automatico attribuire le numerose puttanate e gli errori scientifici di cui il film abbonda all’ultimo nome del lotto, quello del maledetto, proprio lui, il mio arci nemico storico… GIEI GIEI Abrams in piena gavetta, quando ancora non aveva la possibilità di mettere le sue manacce sul lavoro degli altri e che immagino, sia stato preso ripetutamente a coppini prima da Bay, poi da Bruckheimer e poi da entrambi, insieme, al grido di: «Scrivi schiavo! Muto devi stare… MUTO!»

Come bisognerebbe trattare sempre GIEI GIEI Abrams, un’immagine riassuntiva.

Me le immagino le calde lacrime versate dai quei quattro scoppiati che ammirano GIEI GIEI e che odiano i film di Michael Bay quando hanno scoperto del suo coinvolgimento, per me resta la prova che se preso ripetutamente a schiaffoni sul coppino, Abrams ed io potremmo essere come Reed Richard e Victor Von Doom, nemici/amici ma è anche vero che chiunque pretenda da “Armageddon” la veridicità scientifica dovrebbe tenere a mente un po’ di punti: per prima cosa è scritto dallo stagista schiavo GIEI GIEI quindi di che stiamo parlando? Secondo fattore importante, “Interstellar” (per fare un titolo a caso) non è tanto meglio, ma comunque vale la regola aurea, se volete il realismo guardatevi un documentario, il cinema non ha il dovere di essere realistico, su questo principio “Armageddon” è il film d’intrattenimento perfetto, quello che da queste parti chiamiamo… i Bruttissimi di Rete Cassidy!

Ci tengo a sottolinearlo per non creare incomprensioni: “I Bruttissimi di rete Cassidy” non è uno sfottò, ma un omaggio, a tutti quei film bruttini, ma mitici, pellicole che a loro modo hanno fatto la storia, anzi, in questo caso particolare devo scomodare l’unico precedente, costituto (guarda caso) proprio da un altro film di Michael Bay, perché con la sua capacità di sbaragliare la concorrenza diretta, sbattendosene nella scienza e facendo trionfare la potenza del cinema su tutto, dopo essersi trivellato il suo posto nei cuori e nella cultura popolare, questo film è anche un Classido!

La storia la conoscete tutti perché come me, lo avete visto ottocento volte questo film, un asteroide grande come il Texas minaccia la nostra estinzione e per salvarci tutti, la NASA manda nello spazio il migliore dei migliori, perché come diceva l’indimenticata “Morelli’s Movie Guide”, nei film gli americani hanno sempre i migliori, mai una volta che il miglior installatore di vasi da notte sia cresciuto in un’isoletta del pacifico, MAI! Deve essere americano per forza, ma se vi state ponendo la stessa domanda fatta da Ben Affleck al regista («Non era più logico insegnare a trivellare a degli astronauti?») vi meritereste la stessa risposta ricevuta dal divo mascellone che non vi ripeto ma che potete immaginare (indizio: inizia per “F” e finisce per “…UCK You! Shut your mouth!”, storia vera) perché vorrebbe dire non aver seguito la non proprio complicatissima trama ma soprattutto, non aver capito nulla dello spirito del film.

«Ti servono altre delucidazioni sulla trama?», «No tutto chiarissimo, grazie» (notare la maglietta di Bay)

Con un vaffanculo (quello riservato a Ben) e James Cameron nel cuore, Michael Bay firma un film che è in parti uguali interventista e proletario, diciamo la sua versione di quello spirito che guida i personaggi di Cameron: in “Armageddon” chi lavora e si sporca le mani sa, quindi può parlare e chi parla, lo fa in modo spiccio per venire compreso, ecco perché il Presidente non vuole sentire parlare di “Anomalia” ma comprende alla perfezione quando Billy Bob Thornton (il suo Dan Truman si meriterebbe uno spin-off) gli dice che l’asteroide «Ha un culo enorme», ecco perché ci vuole la faccia da bastardo di Jason Isaacs a spiegare con la metafora del petardo e dei tappi ostinati da svitare, perché far esplodere l’atomica sulla superficie dell’asteroide non servirebbe a nulla. La classe operaia prima di andare in paradiso, va sull’asteroide e lo fa esplodere.

Billy Bob Thornton nel ruolo più alla Ed Harris della sua carriera.

Non sto dicendo che fare l’astronauta sia più facile che fare il trivellatore, ma avete mai fatto un lavoro altamente specializzato? Avete mai provato a spiegarlo a qualche incravattato venuto a dirvi come potreste farlo più in fretta? Il cuore e lo spirito di “Armageddon” sono tutti qui, certo Cameron avrebbe reso tutto molto più raffinato, ma non è un caso se Gale Anne Hurd sia nella zona delle operazioni di questo film, non mi stupisce affatto.

Accettato questo punto chiave e digerito il senso dell’umorismo (indifendibile) di Bay, il film è la rivincita dell’appassionato di cinema, se vogliamo anche dell’uomo medio con le maniche arrotolate, infatti a quali personaggi del film ci si affeziona? A Dan Truman che ha lo stesso spirito di rivalsa («Da anni il mondo si interroga sull’utilità della NASA, abbiamo l’occasione per dimostralo») che muove anche i trivellatori di Harry S. Stamper, eroe proletario che vabbè, lancia palline da golf sulla “carretta” di Greenpeace (vi ho già citato il Duca ed Heston vero?) ma anche il tipo di personaggio alla “Un uomo deve fare quello che un uomo deve fare”, con la schiena dritta e la stoffa giusta, parole non scelte a caso visto che ad ogni piè sospinto Bay quando può, cita e omaggia Uomini Veri, a volte con il suo (l’ho già detto, discutibile) senso dell’umorismo, ma gli allenamenti dei trivellatori per andare nello spazio, sono la prova che Bay il film di Philip Kaufman lo ha ripassato a dovere.

Lo sapete, gli eroi di Bay camminano in parata.

Ultimo mio tentativo di analisi, diciamo sensata (per quanto possa esserlo uno come me), sarà anche vero che i personaggi femminili in questo film sono tutti un passo indietro rispetto ai maschietti, oggi in un mondo post-11 settembre (già solo per la scena iniziale) un film così non sarebbe più possibile, ma prima di accusarlo di maschilismo per quella sua metafora sbilenca, con Grace bisognosa di un padre prima e di un marito dopo, tutta da proteggere in un maldestro parallelismo con il pianeta Terra, provate a pensare a quel tipo di affetto maschile fatto di non detti, tutto quel ti proteggo perché ti voglio bene ma senza dirtelo, fatto senza malizia o volontà di possesso che ormai è fuori moda, come un po’ tutti i valori che Bay ci sbatte in faccia a colpi di bandiere a stelle e strisce, ma che sono anche la spina dorsale di un film onestissimo nel dare al pubblico quello che vuole, solo nella sua forma più beh, posso dirlo, esplosiva.

Au Revoir mangiarane! (tradotto direttamente dal Bayese)

Una volta calati in quella mentalità che “Team America” (2004) ha ben riassunto con le parole «America: FUCK YEAH!», questo film resta la più alta forma di intrattenimento possibile, un film che distrugge i dinosauri, uno Shuttle, New York e poi entra nel vivo per davvero. Non concede un minuto di pace, non permette al pubblico di tirare il fiato o di annoiarsi, un ritmo indiavolato che prima ci fa affezionare ad una banda di trivellatori che risolvono le beghe famigliari a copi di fucile a pallettoni («Temporanea infermità mentale, non c’è problema») e poi con la loro nemmeno velata fissazione per trivellare (Sigmund Freud analyse This, cit.) vanno lassù a fare quello che un trivellatore deve fare, in cui il lassù sarebbe un incubo infernale, l’equivalente in rocce taglienti di un Cubo Borg dove chi è più duro, americano e capace di trivellare a fondo vince, d’altra parte in un film così Michael Bay si ritaglia un cameo nel camice di uno degli scienziati della NASA, probabilmente l’autore della manovra alla Willy il coyote, quindi che volete? Ma se non vi divertite con questo io ve lo dico, non vi conosco e non vi voglio nemmeno conoscere.

E Stanley Kubrick… MUTO!

Perché Grace sarà pure una metaforica damigella in pericolo, ma più dolce, bella e capace di bucare lo schermo della Liv Tyler del 1998 al cinema, ne abbiamo viste davvero poche, l’aria di famiglia poi si respira un po’ ovunque nel film, sfido chiunque di voi a dirmi di non aver visto il video di “I Don’t Want to Miss a Thing” (miglior lancio possibile per il film, in un’epoca in cui i videoclip avevano ancora questo potere), una ballata strappa mutande che ha rilanciato la carriera ad un gruppo Rock storico, finendo di diritto tra i pezzi più celebri di una band che in linea di massima, qualche canzone memorabile l’avrebbe anche mandata a segno.

Qualcuno ha guardato questa GIF cantando. Gli altri hanno mentito.

Nel gruppo di trivellatori è una bella gara a chi risulta più buzzurro, però ditemi se Will Patton non emerge come la coscienza del gruppo, se Michael Clarke Duncan non è il miglior interprete di questa caciara con il suo Papa Bear, persino Owen Wilson in pochi minuti diventa memorabile con le sue battutacce.

«Scusate ma cosa stiamo guardando?», «L’orizzonte, prima che Bay lo faccia esplodere»

Anche se a spiccare resta Steve Buscemi, quello che ha accettato il ruolo perché, testuali parole, «Voleva una casa più grande» (storia vera), il suo odiosissimo ma spassoso Rockhound in preda a “demenza spaziale” (eh!?) diventa un frullatore vivente di citazioni pop a capocchia, buttate nel mucchio come i minigun montati sopra gli Armadilli, anche se poi Bay trova più volte il modo di far sparare i suoi a casaccio, anche contro l’asteroide se necessario, no sul serio, non troverete un film più Yankee (in questo caso nel senso peggiore del termine) di così nemmeno a cercarlo in lungo e in largo.

In questo film rimorchia una spogliarellista, in “The Island” è sposato con la stessa, Steve Buscemi l’eroe di cui abbiamo bisogno.

In questa enorme caciara spaziale, dove la gravità viene presa (e spiegata) a colpi di calci nelle palle, e i russi sono una stereotipo semi razzista interpretato da Peter Stormare, Michael Bay mostra i muscoli e non fa rallentare il suo film nemmeno per un secondo, infarcendolo con tutto il BAYHEM di cui è capace, quindi quando non corre ai cento all’ora impegnato ad urlare le trame e le sotto trame (anche romanticone, una delle ragioni del successo del film), si prende il suo tempo per regalarci quel suo patriottismo USA-centrico, che si traduce in immagini da cartolina (stereotipata) del pianeta Terra che si ferma ad ascoltare il discorso alla nazione dell’unico presidente che conta (ovviamente quello degli Stati Uniti) in un momento da pubblicità della Barilla che ti fa pensare: dove c’è BAYHEM, c’è casa.

Come la pubblicità della pasta, ma con le bombe nucleari al posto delle spighe di grano.

Un ruolo chiave lo gioca anche la colonna sonora firmata da Trevor Rabin, che dentro mette di tutto e sembra non poter sbagliare nemmeno una nota, si va dalla marcetta paramilitare, alla ballata al piano forte per le scene con i cracker a forma di animali fino all’epica, anzi scusate, l’EPICA, quella vera ed ancora una volta vi sfido: se non vi esibite in un sentito «Si cazzo!» quando i due Shuttle Freedom e Independence decollano su quelle note, mi dispiace dirvelo ma l’asteroide vi ha già colpiti.

Un saluto dall’anno 1-9-9-8.

Potrei tenervi qui un paio d’ore a raccontarvi ogni scena del film, anche perculando le trovate all’limite del cartone animato del sabato mattina (per citare sempre gli Yankee), ma la verità è molto semplice: nel cinema ognuno di voi può ricercare quello che vuole, qualcuno si fa bastare i drammi girati nel tinello con Margherita Buy impegnata a parlare del suo divorzio o altre amenità del genere, non critico i gusti di nessuno, ma abbiate l’onestà intellettuale di riconoscere che non esiste valvola di sfogo migliore di poter credere che a volte, una minaccia globale può essere trivellata con impeto (ok la smetto…) da un eroe con il grugno da Bulldog di Bruce Willis, mandato a fare quello che un uomo deve fare (ovvero trivellar… Ok la smetto!), se necessario comunicando con quella sua unica lacrima maschia che parla da sola più di mille parole, cari i miei fanatici dell’espressività degli attori a tutti i costi.

Lo chiamano il Titanic dei possessori del cromosoma Y, ma in quello non recitava Bruce.

Potrei raccontarvi che la “mossa Kansas city” con cui Bruce si libera di quel fighetto di Ben Affleck, per poi salutarlo dal vetro, resta il miglior omaggio possibile a Star Trek II (il che rende GIEI GIEI due volte coglione, perché quando è stato il suo momento, ha fallito miseramente) ma la verità è molto semplice: “Armageddon” è questione d’appartenenza, di passione per un tipo di cinema che fa il cinema, quello grosso con i suoi asteroidi da trivellare, un cinema che non prevede nessuna Margherita Buy nel tinello di casa a lamentarsi del futuro annichilimento totale dell’umanità, ma che ci regala un eroe proletario, che ha scavato buchi su tutto il pianeta andando sempre a fond… Ok ci siamo capiti e che afasia o meno, se solo la vita fosse semplice come il cinema, sarebbe l’eroe per cui vorrei fare il tifo sempre, il nostro eroe, quello che magari domani non ricorderà più le battute e le “frasi maschie” che snocciolava qui, ma che noi ricorderemo sempre, perché lo sappiamo che ci sarà sempre un Bruce Willis contro tutti gli asteroidi bastardi che ci verranno lanciati addosso. Vinciamo noi Grace, ma soprattutto vinciamo noi Bruno, noi, non Margherita Buy, proprio noi e se tutto questo non vi piace, beh Houston, avete un problema.

Avesso avete capito chi erano quei “noi”.

Sepolto in precedenza giovedì 28 aprile 2022

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