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Arrival (2017): Incontri ravvicinati del pietrone tipo

Non so di sicuro come siano andati i fatti, ma
nella mia testa è successo che lo sceneggiatore Eric Heisserer, quello di Lights Out, ha letto il racconto
originale di Ted Chiang “Storie della tua vita”, poi è andato a rivedersi
“Epoch”, film con parecchi punti di contatto con questo “Arrival”, come ha
notato Lucius in tempi non sospetti ed, evidentemente, ha pensato: “Io posso
farlo meglio!”.

Quindi, ha buttato giù una roba di Hard Sci-fi,
tutta basata sulla complicata e affascinante spiegazione della lingua parlata
dagli alieni di questo film, salvo poi rendersi conto che una roba del genere
sarebbe piaciuta a me e probabilmente ad un altro paio di spettatori a dir
tanto, quindi ha pensato che la sceneggiatura avesse bisogno di una svolta più
adatta al grande pubblico, nel frattempo, il progetto è finito nella mani di Denis
Villeneuve, Canadese in rampa di lancio dal talento visivo cristallino.
Ridendo e scherzando ho visto quasi tutti i
film di Denis Villeneuve, da “La donna che canta” (2010), passando per “Prisoners”
(2013) bel film che mi aveva convinto poco, arrivando ad “Enemy” (2013) un
tentativo di fare Cronenberg, ma con la volontà di mettere a dura prova gli aracnofobici
la fuori, fino a “Sicario” (2015) bombetta girata alla grande, ma anche qui,
con sceneggiatura che sapeva troppo di già visto.
Lo dico subito: “Arrival” mi è piaciuto, ha
dei difetti vero e, a ben guardarlo, potrebbe far scontenti tutti, è troppo complicato
per il grande pubblico, è troppo poco Hard Sci-Fi puro specialmente nel secondo
tempo, per far contenti gli appassionati, eppure funziona, perché Villeneuve
distilla il fulmine dentro la bottiglia, trova l’equilibrio tra le sue parti e
soprattutto, dirige come un’ira di Dio, “Arrival” visivamente è davvero bello.



Volevate sapere come è stata costruita Stonehenge? Così!

Sulla Terra arrivano 12 “gusci”, sparsi in
altrettanti Paesi del pianeta, queste colossali astronavi fanno… Niente, stanno
lì, sospese in aria, il primo contatto con una civiltà aliena avanzata e non
si sa cosa vogliano, perché la prima difficoltà da affrontare è la differenza
linguistica. Il colonnello Weber (Forest Whitaker) assolda la linguista Louise
Banks (Amy Adams) che viene affiancata dal fisico Ian Donnelly (Jeremy Renner),
per tentare di decifrare la misteriosa lingua.

Ve lo dico così lo sapete: NO SPOILER. Perché non
ho nessuna intenzione di raccontarvi come sono fatti gli alieni del film, nè
di dilungarmi sulle sue svolte, “Arrival” è uno di quei pochissimi titoli che
arrivano al cinema e che offrono la possibilità di smuovere le rotelline del
cervello per capire l’andamento della storia, questo, oltre il fatto di
essere esteticamente bellissimo, dovrebbe bastare a convincervi di avere
voglia di vederlo e, per spazzare il campo da equivoci, dico che no, non è il
film incomprensibile da capire di cui ho sentito parlare in giro e che magari
tanti avrebbero voluto, ritmo lento? Bah, ho visto di peggio, direi cha il ritmo
giusto per la storia e i suoi 116 minuti mi sono volati, perché il
film mi ha preso parecchio, il che non è mai male quando accade.



C’è qualcosa nella nebbia, oppure questi alieni sono dei gran fumatori.

Non serve nemmeno fare anticipazioni su trama
o mistero attorno agli alieni di questo film, perché Villenueve lavora per
sottrazione, le astronavi hanno un design minimale, la tecnologia al loro
interno è basica, non cerca lo spettacolo visivo a tutti i costi (tipo quello
del secondo tempo di The Martian), non
ha i buchi di sceneggiatura e le spiegazioni (strampalate) di “Interstellar” e,
se devo dirla tutta, sul piano delle emozioni, questo dà parecchie piste al
film di Nolan, che tanto era il nome sulla bocca di tutti, quindi tanto vale
citarlo e togliermi il pensiero dicendo Canada batte Stati Uniti tanto a poco.

A proposito di USA, il film c’illude, perché “Arrival”
è uno dei pochi film in cui gli alieni atterrano nel pietroso Montana e non a
New York, ma è un’illusione che dura poco, perché poi gli Americani del film,
sono quelli che invece di voler bombardare, cercano la via del dialogo con i
nuovi arrivati (eh!?), mentre il ruolo di guerrafondai è delegato ai Cinesi,
bel rischio, forse i produttori si sono momentaneamente dimenticati che la Cina
è il mercato cinematografico più grosso del mondo ad oggi, 2017, anno del gallo
secondo il loro calendario. Anche se bisogna dire che nel finale si evita l’incidente
politico e il suicidio al botteghino.
Ma, come detto, non serve fare anticipazioni
(Spoiler come dicono i giovani) su un film così, perché l’arrivo degli alieni è
l’espediente narrativo che serve a parlarci di altro, nella parte iniziale,
sicuramente dell’importanza del linguaggio, Denis Villeneuve in certi momenti
mostra i gusci sospesi in aria, come se fossero dei roccioni nel cielo, come “Il
castello dei Pirenei” di Magritte, per ricordarci la natura totalmente aliena
delle creature rispetto a noi umani.



“Come gli spieghiamo che lì è divieto di sosta?”.

Alieni anche nel modo di comunicare e qui gli
appassionati di Hard Sci-fi, avranno pane per i loro denti, potenzialmente “Arrival”
avrebbe potuto essere una lunga e meticolosa analisi, 116 minuti di tecnici che
analizzano nel dettaglio il modo di comunicare dei visitatori, ma sarebbe stato
un film alla stregua di “Primer” (2004), bellissimo, ma con un pubblico
limitato, Villeneuve è più furbo, quindi il film progressivamente abbandona
la (fanta)scienza e abbraccia le emozioni, arriva la spolverata di Spielberg
sulla trama e il messaggio del film passa dall’essere l’importanza del
comprendersi (tra razze differenti) all’importanza di comunicare, anche solo
tra noi popoli della Terra, tra noi persone.

La tazza di caffè sui fogli, in Alienese vuol dire: “Ma por@ P#ç&%$@!”.

Un messaggio facilone? Sicuramente, se vogliamo
pure ingenuo, ma universale, che ha forse il difetto di rischiare di essere
etichettato come baggianata dai più cinici, ma che personalmente condivido e
che qui è reso molto bene, anche visivamente da Villeneuve che ad un certo
punto, fa una concessione al cinema (e quindi al grande pubblico) decidendo di
rendere comprensibili anche a noi spettatori il linguaggio alieno, con un
espediente che magari stona un po’ nella bellezza generale delle immagini, ma
inevitabile vista la piega presa dalla storia, dei banali, ma indispensabili
sottotitoli.

Ecco, il messaggio sull’importanza di
comunicare ed essere capiti, forse non è arrivato totalmente ai curatori del
doppiaggio che, proprio nei sottotitoli, lasciano un “Abbott”, dimenticandosi
che Abbott e Costello, sono stati adattati in Italiano come Tom e Jerry, due
nomi inglesi, ma perché Gianni e Pinotto non andava bene? In fondo Abbott e
Costello in questo strambo Paese a forma di scarpa li abbiamo sempre chiamati
così, andate a rivedervi il film cari curatori del doppiaggio, magari in lingua
originale.



“Siamo una razza avanzata, abbiamo inventato le lavagnette promemoria per fare la spesa”.

“Arrival” inizia dal grande, dal grandissimo,
dai gusci immobili nel cielo, parlandoci di temi da Hard Sci-Fi altrettanto
grandi, ma Villeneuve è abilissimo ad inclinare il pavimento sotto i nostri
piedi lentamente, facendo scivolare la storia e la nostra attenzione dai
grandi gusci ai piccoli dettagli, la sua regia rinuncia ai campi lunghi e
inizia ad inquadrare i dettagli, dandoci dentro con i primi piani su
personaggi, che diventano il vero cuore della vicenda, in particolare su Louise
e qui mi viene da dire che il Canadese è impietoso con le rosse che dirige, in “Sicario”
ci ha mostrato una Emilia Canna sfatta, sudata e con i capelli sporchi, qui fa
lo stesso con Amy Adams, non lascia indietro una ruga intorno agli occhi che
sia una, alla faccia di Tom Ford che in Animali notturni la mostrava sempre in
posa, quasi botticelliana.

In ogni caso, la Adams anche qui è molto brava,
una storia così richiede un protagonista per il quale sia possibile fare il tifo,
provare empatia, Spielberg aveva scelto Richard Dreyfuss (se mi chiedete “Per
quale film” vi tolgo il saluto!), qui abbiamo Amy Adams, che il suo dovere lo svolge in pieno da questo punto di vista.



Nessuna rossa è stato maltrattata durante la produzione di questo film.

Il finale è potentissimo, se siete
disposti ad ascoltare quel messaggio, che prima ho etichettato come “facilone”,
troverete l’ultima parte travolgente nel ritmo e in crescendo emotivo,
dimostrazione che la regia di Villeneuve può dipingerti un Magritte sulla tela
dello schermo, ma anche colpirti al cuore con un finale così centrato, che alla
fine ti dimentichi che gli alieni sono solo un pretesto, un gioco
di specchi e di ellissi narrativi che si fa perdonare il fatto di non essere il
film di pura Hard Sci-Fi che avrebbe potuto essere.

Ho visto il film da qualche giorno ed ormai
ne ho discusso con chiunque, tipo anche con il panettiere, capita troppo poco
di poter vedere un film di cui si può discutere sul suo contenuto dopo la
visione, quando accade è sempre un piacere, ben fatto Villeneuve e lo dico fin
da ora: sento il bisogno di un seguito di “Blade Runner” come di una spinta
alle spalle mentre sto scendendo dalle scale, ma sono sicuro che il già
annunciato secondo capitolo, dal punto di vista estetico è stato affidato all’uomo
giusto. Ecco, sul suo contenuto poi, ne riparliamo tra qualche mese.
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