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Atomica Bionda (2017): Ich bin ein Menarer

Che “Atomica
Bionda” sarebbe stato un film figo era chiaro, bisognava solo stabilire
quanto e in che misura, posso dirlo tranquillamente: molto! Ed oltre ad essere
figo è sicuramente uno dei film che a fine 2017 ricorderemo tra i più gustosi
della stagione, apre anche a qualche riflessione.

La prima delle
quali è che John Wick ha dato il via ad una nuova tendenza, Chad Stahelski e David
Leitch, due con un curriculum come stuntmen lungo come entrambe le vostre
braccia incollate insieme, pare si siano messi in testa di dare una scossa
elettrica al genere action americano, considerando che gli eroi dell’azione con
cui siamo tutti cresciuti non sono più i divi di un tempo, per farlo stanno
pescando a piene mani dai volti che il grande pubblico conosce a patto di
trovare gente ben disposta al cinema picchia picchia e spara spara, amici come Keanu
Reeves e Charlize Theron che, non a caso, si sono anche allenati insieme (storia
vera) mentre uno preparava il secondo John Wick e l’altra scaldava i muscoli per questo.


“Questo è per Matrix Reloaded!” , “Ma io sono la controfigura di Keanu Reeves!!”.

Visto che sono due
pellicole che camminano mano nella mano lungo lo stesso viale delle botte
diciamolo subito: “Atomic Blonde” è tipo venti volte più figo sotto tutti i
punti di vista rispetto a John Wick. David Leitch che era il registra (non
accreditato) del primo capitolo, ha rinunciato al secondo proprio per dedicarsi
anima a pugni ad “Atomic Blonde”, perché lo ha fatto? Beh, a questo punto, come
in tutte le storie davvero interessanti, deve entrare in scena una donna.
Quando tra
vent’anni guarderemo la carriera di Charlize Theron sarà chiaro che questa ci
ha fregati tutti, mentre eravamo impegnati a guardare la sua gonna che si
accorciava in una pubblicità che ha fatto impennare le vendite (diciamo le
vendite) della Martini, Charlize ci ha propinato la storia del ranch in cui è
cresciuta, per anni descritto dalla bionda (atomica) come la casa di Heidi, però
in Sudafrica. Intanto, zitta zitta si giocava la mossa alla Mia Farrow in “Rosemary’s
Baby” (1968) (tagliarsi i capelli per sembrare più, eh eh, brutta, fa ridere lo
so) e beccarsi il ruolo della moglie in “The Astronaut’s Wife” (1999) da lì non
si è più fermata mostro di bravura premiata con l’Oscar per “Monsters” (2003)
di Patty Jenkins che, in qualche modo, torna in questo pezzo, vi avviso.


“Ne hai ancora per molto Cassidy? La guerra fredda è durata meno della tua premessa”.

“Æon Flux” (2005)
è un passo falso, ma anche la mossa di apertura dell’offensiva mondiale lanciata
dalla Theron al pianeta, la tosta cattiva di “Hancock” (2008) e l’ancora più tosta Meredith Vickers di Prometheus indizi chiari che nessuno ha colto, sottovalutati perché mimetizzati dentro brutti film.
Poi la verità sul
ranch Sudafricano, non una caramellosa storiella per i giornalisti, ma un
incubo con un padre violento e alcolizzato, una storiaccia brutta (e prutroppo
vera) che finisce con la mamma di Charlize che uccide papà Charles davanti agli
occhi della figlia, dopo l’ennesima aggressione indotta dall’alcool. Quindi,
alta bionda è perfetta per far vendere i Martini, ma ha pure due palle così
visto che questa cosa se l’è tenuta per se per decenni.
Il resto lo
conoscete, con l’imperatrice Furiosa di Mad Max Fury Road non solo Charlize
decide il nome della mia futura ed ipotetica (molto futura e molto ipotetica)
figlia, ma zittisce tutti, Fast & Furious 8 l’ideale continuazione ed ora che ho visto il film posso dirlo,
“Atomica Bionda” è la coronazione di un piano di conquista globale che rilancia
il film di menare mainstream americano e costringe tutti i cinefili seri
(quelli con la pipa e il brandy)  a
pensare, perché se un’attrice premio Oscar corre dietro a questo progetto dal
2012 e chiama David Leitch per poter brillare, beh, cari amici è ora di spegnere
la pipa perché il cinema di menare ha vinto.

Mentre eravamo impegnati a sbavare questa ci ha fregati tutti quanti…

Punti negativi
del film? Sono talmente pochi che me li gioco subito, poi passiamo alle cose
serie. Sono quasi tutti legati alla versione italiana, se hai americani,
inglesi, tedeschi e francesi come se fosse una barzelletta, metti in preventivo
il doppiaggio odioso con i soliti finti accenti, ma soprattutto l’uso di quel bellissimo italiano finto che esiste solo nei film doppiati moderni.

Mai sentito
nessuno in vita mia dire “Gli Americani hanno sganciato un’atomica bomba su
Hiroshima”, nessuno in italiano dice “Atomica Bomba”, quindi perché dovremmo
dire “Atomica Bionda”, al massimo “Bionda Atomica” che è la corretta traduzione
di “Atomic Blonde” e conserva pure meglio il gioco di parole originale. Ma se
il film lo chiami “Atomica Bionda” sulle locandine italiane i grafici devono
cambiare ben poco, quindi via così, per il resto parola agli esperti.
“La città più fredda”
la graphic novel fumetto del 2012 scritto da Anthony Johnston con i
glaciali bianchi e neri di Sam Hart è lo spunto di base, di cui resta
sostanzialmente l’ambientazione nella Berlino del 1989 pochi giorni prima della
caduta del muro rimasto in piedi per 28 anni, ma di fatto è una storia tutta
basata sui colpi di scena e il doppio gioco degli agenti in missione. Una bella
storia che David Leitch e il suo sceneggiatore Kurt Johnstad devono aver letto
pensando: «Sai cosa manca qui dentro? L’azione», quindi vi hanno posto rimedio.


Atomica mora (e pure in bianco e nero).

Tutto è
stilizzato in “Atomic Blonde”, anche la trama è stilizzata, il lungo racconto
dei giorni passati a Berlino da Lorraine Broughton, la migliore agente nel
mondo e il nome probabilmente destinato a sedersi accanto agli eroi d’azione di
cui avevate il poster in camera. Le facce sono tutte quelle giuste e
stilizzate: Toby Jones il capo a cui fare rapporto, John Goodman l’agente
“Cocksucker” il contatto della “Bugia bugia bugia dice la CIA” (cit.), James
McAvoy l’inglesaccio bastardo che si è ben adattato alla vita e ai night club
berlinesi, che direttamente da Split si è portato “La testa rasata alla Sinead O’Connor”,
il gesso del braccio rotto sul set del film di M. Night Shyamalan (storia vera)
e lo stesso campionario di facce e faccette.

Come ci si riduce a lavorare con Shya.. Shyia… Michael Night.

Mettici, poi, Eddie
“Culto Umanoide” Marsan nei panni di Spyglass, la spia a cui far attraversare
il muro tipo Il ponte delle spie, ma
che conosce a memoria un MacGuffin che con molta fantasia si chiama “La Lista”,
ovvero la più classica e stilizzata delle trovate, una cosa mai sentita
pensate: una lista di nomi di agenti segreti che se finisse nelle mani
sbagliat… Quanti film avete visto così? Forse tutti quelli di spie. Stilizzato,
tenetelo a mente, la parola chiave di tutta l’operazione.
Stilizzato come
la Berlino che fa da sfondo alla vicenda, che non ha quasi nulla di realistico
quasi nessuno per strada, ma i locali pieni, giusto una protesta di piazza e
poco altro, sembra la Berlino del muro che potrebbe avere in testa uno che ha
un’idea abbozzata della guerra fredda e che, come me, quando sente citare la
capitale della Germania pensa subito alla fase berlinese della carriera di
David Bowie che, infatti, è omaggiatissimo nella colonna sonora, intanto voi mi
leggete, ma io sto arrotolando il tappeto sotto i vostri piedi lentamente…
Se il Graphic
Novel
fumetto è in bianco e nero, David Leitch compensa con tutti i colori
al neon che mancavano tra le pagine, avete presente i neon a buttare di John Wick? Ecco, uguale, ma di più (altro
concetto chiama John Wick, ma di più) con Charlize che pure lei è stilizzata,
non esiste una singola inquadratura statica in cui lei non sia in posa, ma
comunque naturalissima, roba che ti viene facile solo se sei nata figa e
formata su mille mila set fotografici. Beve la Vodka? Posa stilosa. Fuma una
sigaretta? (Sì, perché in questo film fumano clamoroso!) posa stilosa. Quando Lorraine
Broughton è rilassata in camera d’albergo, indossa un vestitino a righe
orizzontali che ti fa pensare che questa è venuta giù nella città cardine della
guerra fredda, con un campionario di giacche, giacchette, cappottini, gonne,
vestiti da sera e poi magari si è portata anche una pistola, tanto non le serve
per essere letale.


Ci pensate voi a dirle che nei film non si può fumare vero?

Stilizzata è la
musica che spesso parte a caso e con i neon porta l’estetica da videoclip a
livello di guardia, pezzi scelti per libera associazione di idee che sembrano
stati scippati dalle mie cuffie, Londra? London Calling dei Clash. Berlino? Una
cover di Der Kommissar di Falco. Gli anni ’80? Siouxsie and the Banshees, gli
Eurytmics, George Michael. Per associazione di idee è assurdo che manchi la
scelta più ovvia “Atomic” di Blondie. In compenso, vuoi non metterci
un pezzo dei Queen poi? Dai, vada per Under Pressure, guarda caso quello cantata
con David Bowie vero filo rosso di tutta la colonna sonora.
Il Duca Bianco è
quello che va più forte, vuoi proprio per la sua storica fase berlinese, Peter
Schiling rifà la sua “Major Tom”, una cover altro concetto chiave, “99
Luftballons” di Nena si sente in due versioni, così come “Blue Monday” e anche
se “Cat People (putting Out Fire)” si sente nella versione originale di Bowie
di fatto sullo schermo sembra una cover, tenetevi forte perché qui il mio
ragionamento si fa un po’ contorto e poi sono pure impegnato ad arrotolare il
tappeto sotto i vostri piedi, eccomi che vado.
Con tutto che mi
piace David Bowie, “Cat People (putting Out Fire)” è assorta a nuova vita dopo
che Quentin Tarantino ha deciso di usarla in “Bastardi senza gloria” (2009,
detto in amicizia “BEsterdi”) quando la BIONDA Mélanie Laurent si trucca allo
specchio prima di andare ad ammazzare dei Nazisti.


Ok abbiamo trovato Eva Kant, ora però ci manca Diabolik.

Ora, con tutta la
mia stima (tanta) e il mio amore (tanto) per Tarantino, non sono uno di quelli
che giustifica un film dicendo “Lo ha fatto Quentin, quindi è cosa buona e
giusta”, ho un intero Blog a testimoniarlo. Qui David (Bowie canta) “See these
eyes so green”, David (Leitch) inquadra gli occhi di Charlize Theron pure lei
davanti ad uno specchio, troppo palese il riferimento, veramente troppo.
Leitch ha visto
quella scena e ha detto «Bella bella anche io!», oppure ha voluto omaggiare?
Non lo so bisognerebbe chiederglielo, il flash della mia mente malata è stata: David
Leitch che balla sotto i neon di un locale di Berlino, che da lontano incrocia
lo sguardo di Tarantino (che balla alla Travolta) e i due si guardano con un
cenno del tipo «Hey!», come due metallari che s’incontrano in fila alla posta
e si riconoscono per via della maglietta teschiata.


Collezione autunno inverno ideale per rompere ossa e spaccare crani.

“Atomic Blonde” è
una cover di un pezzo famoso, non è originale, ma non è detto che debba
essere per forza una noiosa replica, anche perché di noioso qui non c’è nulla,
il ritmo è buono e nel secondo tempo migliora ulteriormente. Ci sono cover
spesso più famose dei pezzi originali da cui sono state ispirate, David Leitch
fa questo ci suona la cover di un film di spie dalla trama canonica e
stilizzata (“Didascalico! Letterario!” Cit. Ciao Sergio), ma lo fa avendo nella
testa, nel cuore e nelle dita solamente una cosa: l’azione!
Charlize Theron
durante le riprese ha perso due denti per i cazzotti presi (storia vera)
robetta dopo la storia del ranch in Sudafrica. Imbarazzante la differenza di
efficacia tra lei e Keanu Reeves, che in John Wick 2 è chiarissimo che ha studiato l’uso delle armi, si è impegnato
tantissimo, ma risulta comunque legnoso e si vede che fa fatica, suda e ha il
fiatone. Charlize no, Charlize è una macchina, tutto il tempo che non passa ad
essere stilosissima in posa sotto in Neon o a fare l’ice bucket challenge
uscendo da vasche da bagno piene di ghiaccio lo passa a menare, a sparare, a
guidare e mentre lo fa per assurdo è ancora più naturale stilosa e “Cool”, uso
il termine inglese perché se dico figa sembra che pensi solo alla sua
avvenenza.


L’ice bucket challenge nella versione di Charlize Theron.

No, intendo
proprio “Cool”, figa come può essere figo un marzialista in piena forma, un
giocatore di basket al massimo livello, una ballerina all’apice della forma,
mentre fanno quello che gli viene meglio. Quello che viene meglio a Lorraine
Broughton è menare come un fabbro e uccidere in maniera efficacissima.
Mentre lo
guardavo pensavo che Lorraine Broughton è più una Wonder Woman di Wonder Woman. Ora, io capisco che il film
di Patty Jenkins (vi avevo detto che sarebbe tornata) sia importante a livello
di produzione, ma a livello di contenuti le chiacchiere stanno a zero. Diana in
qualche dialogo accenna al suo rapporto con gli uomini, Lorraine se ne frega
assolutamente, a volerla buttare in provocazione (ma nemmeno tanto) si potrebbe
dire che se il suo personaggio fosse un uomo, non cambierebbe poi molto.
In uno dei suoi
momenti rilassati (sempre in posa) indossa una maglia con su scritto “BOY”, poi
quando è il momento, invece di farsi James McAvoy balla il mambo degli orsi con
Sofia Boutella, utilizzata in arti marziali da materasso, ma considerando la
preparazione atletica della Boutella quasi un peccato vederle fare solo questo.


“Sai che sei molto più caruccia di quello Scozzese che mi hanno appioppato?”.

Perché Lorraine
funziona? Perché non ha bisogno di ribadire di essere una donna che fa cose da
uomini (menare), non è guidata dall’istinto materno come Ripley o la bionda di “Kill Bill”, fa quello che fa perché è la
migliore, non la migliore agente donna, la migliore e basta. Che poi non è
quello che abbiamo sempre fatto guardando i film d’azione? Fare il tifo per IL MIGLIORE impegnato a fare il culo ai
cattivi? Bene, nel cinema d’azione occidentale del 2017 la migliore è Charlize
Theron che ti fa tifare per lei perché fa quello che ti aspetteresti da
qualunque altro eroe dell’azione uomo. L’ultima volta che ho controllato il femminismo
voleva l’uguaglianza uomo/donna, no? Il resto sono polemiche in rete che non m’interessano.
“Atomic Blonde” è
il classico film figo da vedere con il bonus aggiuntivo dei filmati extra con i
video degli allenamenti e delle prove sul set in cui puoi goderti la
realizzazione, è chiaro che le coreografie siano state pensate per una stangona
di 1.80 (con i tacchi), ma con una preparazione fisica che mi fa pensare: meno
male che non ho 42 anni come Charlize e non sono donna, altrimenti sarei uscito
dalla sala con i complessi di inferiorità.
La varietà delle
coreografia è micidiale, l’uso degli spazi è quasi degno di “The Raid” (mica
pizza e fichi!), Lorraine utilizza gli oggetti di scena attorno a sé come armi,
tipo la porta del freezer sbattuta in faccia al cattivone, mentre quando
termina le pallottole, improvvisa, la pistola scarica girata e usata come
tirapugni mi ha fatto balbettare “Ti-Ti-Tirapugniiiii” come se fossi in presa
ad un ictus.


Anche io mi incazzo sempre quando trovo la porta del freezer aperta.

David Leitch
tiene la macchina da presa alla distanza che il Dio del cinema di menare
impone, non stacca mai sui pugni, di ogni colpo vediamo l’effetto (e i lividi)
ed è tutto ripreso così da vicino che a volte viene voglia di spostarsi per non
prendersi una pizza in faccia. L’apice è quel piano sequenza di quasi sette
minuti se contiamo anche la salita in ascensore e l’uscita successiva dal
palazzo, uno scontro che inizia sulle scale e finisce in un appartamento
(contro il mitico Daniel Bernhardt, a proposito di curriculum lunghi come le
vostre braccia) che, signora mia, è una roba da applausi a scena aperta.
Si parlerà
tantissimo di quella scena, verrà citata a titolo di esempio per parecchio
tempo, fa sembrare statica la scena della discoteca del primo John Wick, per i movimenti laterali
della MDP ho avuto alcuni flash della regia di un altro John (Woo). Che, poi,
forse era stato l’ultimo a prendere attori famosi senza quasi nessuna
preparazione atletica (Travolta e Nicolas Cage) e regalarci scene d’azione
fighe in un film destinato al grande pubblico americano.

Charlize chiarisce i conti con i condomini che non pagano l’ascensore.

Quella scena
sulle scale da sola vale la visione (su grande schermo, coccolatevi) basta
quella a perdonare un film che è una cover stilizzata sotto tutti i punti di
vista, ma posso citare un’altra scena di lotta significativa. Ok, non è bella
come quella della scale, è un momento “di menare” intermedio che è comunque più
figo di molte scene d’azioni cardine di altri film che avete visto di recente,
parlo di Lorraine che mena i tre sgherri al cinema (se fossi un critico con la
pipa tirerei di nuovo in ballo il finale dei “BEsterdi” di Tarantino, ma non
fumo e vi risparmio).
Lorraine s’infila in un cinema dove proiettano quel capolavoro totale e assoluto di
“Stalker” di Andrej Tarkovskij, mentre sullo schermo passa una delle scene più
importanti (e statiche) del film, Lorraine e i tipi fanno a pugni e calci
mentre letteralmente bucano lo schermo, lanciandosi dall’altra parte. Forse
qualche critico con la pipa potrebbe offendersi: ma chi è questo David Leitch
che si permette di oltraggiare Tarkovskij? Personalmente non mi sono offeso,
non mi lancio in paragoni tra “Atomic Blonde” e “Stalker” li lascio volentieri
a quelli che se non usano la parola “extradiegetico” ogni tre frasi stanno
male.


Solo questo fotogramma potrebbe scatenare ogni genere di paragone.

Molto più
banalmente dico che posso amare tantissimo “Stalker” ed esaltarmi per la trama
minimale di “Atomica bionda” quando davanti a me vedo in azione registi con una
tale passione e convinzione nella forza di quello che stanno dirigendo. David
Leitch convinto lo è molto, Charlize Theron porco mondo lo è anche più di lui,
convincetevi anche voi perché se un’attrice premio Oscar, sceglie il cinema
d’azione di menare e un ex stuntman passato alla regia per brillare sullo
schermo come non mai, vuol dire che il cinema d’azione di menare ha vinto e
bisogna solo godere di uno spettacolo così.
Io non sono
Berlinese, sono un appassionato di cinema e al massimo sono “Menanese”, siatelo
anche voi! Ich bin ein Menarer.
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