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Autómata: I Robot del mulino bianco

Le scritte che scorrono sullo schermo ci aggiornano: nel
futuro la temperatura globale è aumentata, la terrà è un deserto radioattivo,
per tentare di cambiare il clima, l’umanità ha creato i Robot. I titoli di
testa con la musica, mostrano ascesa, fallimento e caduta dei Robot nell’adempimento
della loro impresa.

Il film si presenta come una pellicola post-apocalittica,
al classico deserto, si aggiunge una variazione sul tema delle classiche tre
leggi della robotica inventate da Asimov: I Robot di “Autómata” obbediscono a due leggi:
1.Non fare del male agli essere umani.
2.Non modificare te stesso o un altro Robot.
La seconda legge è la sicura che gli umani hanno imposto
alle macchine, impedendogli di auto migliorarsi e quindi di superare i loro
creatori. Questo prevede una certa coscienza da parte dei Robot, tenetela lì,
perché ai fini della storia è importante…
Jacq Vaucan (Tonino Banderas, anche produttore del film)
è un agente assicurativo della società che produce i Robot, il suo compito è
verificare eventuali frodi e controllare che i Robot non si modifichino,
superandoci in intelletto (per quello ci va anche poco, bisogna dirlo!).
Come potrete intuire facilmente, il personaggio di
Banderas, dovrà fare i conti con il secondo punto della programmazione dei
Robot. Tutta la prima parte del film è di ambientazione urbana, un Thriller con
sfumature noir chiaramente ispirate a “Blade Runner” anche nell’estetica: neon,
pioggia e cappotti lunghi fino alle caviglie.

Sushi. Così mi chiamava Melanie Griffith. Pesce freddo.

Gabe Ibáñez dimostra un certo gusto per la fantascienza
anni Settanta e piuttosto che usare il budget per far esplodere cose a caso,
preferisce utilizzare il genere come metafora dell’attualità, più “Soylent Green” (magari una
volta di queste ne parliamo…) che il Michael Bay di “The Island” per capirci…

Antonio Banderas è carico come una molla, si vede che ci
crede tantissimo nel progetto, ma soprattutto si diverte un sacco, stanco di
parlare con una gallina posticcia, qui fa di tutto, persino insegnare a ballare
ad un Robot. Essendo produttore tira dentro anche Melanie Griffith (ci ho messo un attimo a riconoscerla, ma quella sua vocina
al miele è inconfondibile) peccato che resti sullo schermo pochissimo e il suo
ruolo, per quel poco che si è visto, non sembrava la solita parte da scienziato
dei film Sci-Fi.
Difficile non restare affascinati davanti ad un film
esteticamente molto ben fatto: l’animazione dei Robot, gli effetti speciali, il
loro design, formalmente è tutto molto bello, tanto da ricordare quasi le
tavole dei fumetti di Moebius (a sort of…). Il problema è che la storia risulta
un po’ risicata, o meglio, più interessata a filosofeggiare che a mostrare
azione come detto poco fa.

“Oh raga! sembriamo la brutta copia dei Genesis”
Nella seconda metà, il film cambia direzione e location: l’azione (si fa per dire) si sposta negli spazi aperti e assolati del deserto. Nel
mondo (dei Robot) di “Autómata” gli automi sono rottami, odiati dalla
popolazione, per aver fallito la loro missione di macchine costruite per
salvarci, diciamo che il metaforone Biblico tende a notarsi (giusto per dare
due coordinate, il modello dei robot si chiama “Pilgrim 7000”, ho resto l’idea?).
Ci sono alcuni passaggi non proprio cartesiani, ad esempio, la
pistola segnalatrice utilizzata da Jacq, da dove è uscita? Un secondo prima il
protagonista era disarmato, bah!
In ogni caso il film riesce a non cadere nel trabocchetto
facile di schierarsi, mostrando una fazione composta da soli buoni e un’altra
da soli cattivi (umani o Robot che siano), i rapporti tra umani sanno un po’ di
già visto e non sono gestiti propriamente al meglio. Nel finale, poi, quel poco
di azione che c’è sfrutta il deserto come assist nel tentativo di risultare
Western (Young Ones ci era riuscito un po’ meglio), ma come detto Gabe Ibáñez è
più interessato al messaggio che all’azione spettacolare e fine a se stessa.
“Autómata” è un film che si incastra bene nel filone di
pellicole Sci-Fi come “Moon” o “Disctrict 9”, non mi ha convinto pienamente, ma
al suo interno è possibile notare un numero sufficientemente positivo di
trovate, tale da renderlo un film gustoso per tutti gli appassionati di robotica
classica.

“Non possiamo bimba, la gallina Rosita è gelosa”

Detta fuori dai denti: ho più aspettative per il prossimo
film di Neill Blomkamp, Chappie (in uno strambo Paese a forma di scarpa si
chiamerà “Humandroid​”, probabilmente per venire incontro ad una platea di
fanatici del cellulare…), ma alla seconda visione ho apprezzato un po’ di più il
film di Ibáñez, anche solo per vedere Banderas lontano da quel dannatissimo
Mulino e da quella cacchio di gallina di plastica! 

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