
Siamo agli sgoccioli del 2025, un anno che ha registrato solo per i freddi numeri, l’ottobre con il più basso incasso delle sale negli ultimi ventisette anni, l’industria tutta attendeva i titoli natalizi per avere un po’ di ossigeno e come sempre, la storia si ripete, arriva dicembre, e dagli abissi riemerge James Cameron che ancora una volta, dimostra a tutti come bisognerebbe sempre fare i blockbuster, anche nel 2025.
“Avatar – Fuoco e cenere” incarna alla perfezione gli stessi paradossi del suo regista, badate bene, paradossi con cui l’ex canadese neo neozelandese campa benissimo, perché sa come indossarli, è un film che ripropone tutte le caratteristiche del cinema e del modo di fare cinema di Cameron (difetti e due ex machina compresi): un seguito che tiene conto degli effetti dei capitoli precedenti, con una cura per il dettaglio ossessiva e la volontà di continuare ad innovare dal punto di vista visivo.

Però allo stesso tempo è un film che caparbiamente porta avanti un modo di fare cinema classico, non legato alle logiche del 2025, parliamo del terzo capitolo di una saga iniziata nel 2009 (un’altra era geologica cinematografica) che porta avanti personaggi volutamente archetipici e lo fa con tutta l’ostinazione di quel testone ex canadese ormai Kiwi che gli ha permesso di diventare il re del mondo. Si è parlato, ma si parlerà sempre delle durate fiume dei film di Cameron, se state leggendo queste righe immagino che vi interessi il mio parare, quello su questo punto caldo come il fuoco per il pubblico, per me serve a inquadrare “Avatar – Fire and Ash”: gli altri film durano un’infinità perché il digitale lo permette e per moda, quelli di Cameron, e questo non fa differenza, anzi ne è l’esempio eclatante, dura 197 minuti perché ha tanto, ma proprio tanto da raccontare: Tanti personaggi, tanti archi narrativi sfaccettati da poterne donare qualcuno ai film meno fortunati (o che curano meno i loro protagonisti), risultato, altre tre ore e passa di grande spettacolo, il rapporto prezzo del biglietto durata è un investimento sul vostro intrattenimento, il mio di sicuro perché anche con “Fuoco e cenere”, Jimmy ha centrato il bersaglio.

L’idea stessa di continuare caparbiamente con il 3D, di cui ormai è unico rappresentante, resta parte di quella natura “vecchia scuola” che caratterizza la saga oltre alla sua volontà di rendere la visione in sala un evento, perché è davvero questo l’ultimo modo rimasto per convincere le persone a muovere le chiappe e andare in sala, perché poi alla fine i numeri lo confermano, “Avatar” è la saga che sembra non interessare a nessuno e di cui al massimo si riflette per frasi fatte (noi abbiamo più volte provato a rompere questa brutta abitudine), che però le persone in sala le porta davvero, con la sua formula che è sempre quella, compresa la canzone cantata dalla Diva della musica sui titoli di coda – qui tocca a Miley Cyrus – ma soprattutto con del gran bel, grosso, straripante cinema scaldacuore, ecco perché si chiama fuoco e cenere.
Seguiti che tengono conto delle conseguenze dei capitoli precedenti, Jimmy è campione anche di questo, infatti “Avatar – Fire and Ash” ci riporta nella vita dei Sully circa un anno dopo essersi stabiliti nel Clan Metkayina e la grave perdita subìta nel capitolo precedente. Il lutto ognuno lo affronta a modo suo, Neytiri (Zoe Saldana) accentua il suo lato da vedova sarda, passando buona parte del tempo a pregare e piangere salvo poi trasformarsi in una versione se possibile ancora più ferale del personaggio, quando la trama lo richiede, ricordando a tutti che lei è, e sarà sempre, la prima Na’vi che abbiamo conosciuto su Pandora, quindi sempre la più cazzuta, come da tradizioni dei personaggi femminili di Cameron.

Jake (Sam Worthington) si aggrappa alla sua formazione da Marines, che poi è la stessa di Cameron, figlo di un istruttore dell’esercito, quindi una certa inflessibilità mentale che sembra destinata a dividere i Sully, visto che l’odio di Neytiri per i “pellerosa” e le loro strane dita inizia a riflettersi anche su Spider (Jack Champion), personaggio che sembrava quasi una nota di colore (rosa) che qui, come molti dei protagonisti, si guadagna un ruolo sempre più centrale, perché come detto, il nuovo capitolo della saga che ha una trama semplice, già vista, minimale, Pocahontas e balle varie, è basato su tanti archi narrativi, lunghi, articolati e ben intrecciati. Poi liberi di scegliere se valutare i film per quello che sono o sulla base delle frasi fatte, qui sulla Bara quella scelta l’abbiamo fatta anni fa, delle frasi fatte non sappiamo che farcene.
Posso capire che il minutaggio – di cui si parla davvero troppo, per tutti i film in generale – sia faccenda soggettiva, così come il livello di coinvolgimento, visto che siete qui per leggere la mia, “Avatar – Fuoco e cenere” è un film che dialoga inevitabilmente con La via dell’acqua, per alcuni sarà “poco creativo”, valutazione a mio avviso a sua volta poco creativa (ah-ah) per giudicare un titolo che nel caso peggiore, è un “More of the same” ma meglio, per dirla come direbbero gli americani (o i Kiwi), valutandolo invece in maniera più pragmatica, è la parte centrale di una saga in cinque parti, un ideale secondo atto, quindi storicamente, quello più drammatico, che deve preparare le traiettorie per il futuro e il film lo fa, con ancora meno cali di ritmo rispetto a “La via dell’acqua”.

Se il secondo film aveva nel suo secondo atto tutta la parte sulle balene, ovvero i Tulkun, dove si prendeva del tempo per ampliare il mondo di Pandora, qui quella che per qualcuno poteva essere un calo di ritmo, non c’è, “Avatar – Fuoco e cenere” inizia in volo, letteralmente, continua con la trasferta dei mercanti dell’aria, sequenza che per qualunque altro film sarebbe la scena madre, per Cameron invece è riscaldamento, poi continua con la questione della respirazione del “Ragazzo scimmia” e prosegue, imponendo il dominio di Cameron di nuovo su aria, acqua, e in questo caso, anche fuoco. Strano! La mia teoria di un “Avatar” per ognuno degli elementi, per ora non è stata smentita, di solito non le azzecco mai questo previsioni.

Parere mio soggettivo, quindi del tutto ignorabile, non so come ci si possa annoiare con un film che è pura avventura, in cui i protagonisti devono sempre risolvere qualcosa che sia una liberazione o un problema respiratorio (argomento che a Cameron sta sempre a cuore, e polmoni) e che spogliato di tutto, altro non è che un Western. Nella mia vita pre-Bara, riguardo al primo Avatar scrissi che Jimmy è un Cowboy dello spazio, espressione yankee per indicare i tipi con idee eccentriche e che quel film era il suo Western, chiarito che Jake Sully è il Geronimo dei Na’vi in lotta per vent’anni con l’esercito americano che non riusciva a trovarlo, allora perché non espandere il discorso dimostrando le sfaccettature di cui questa saga è capace? Non tutti i Na’vi sono buoni, cari e fricchettoni interconnessi con Eywa.

I nuovi arrivati in questo terzo capitolo sono il popolo della cenere, focosa tribù guidata da Varang, e qui lo dico e non lo nego, sempre stimato per più ragioni Oona Chaplin anche prima di questo film, ho le prove! Oltre ad essere a suo modo sinistramente sensuale, con quella sua aria da Gotica della Morte toccata dal fuoco, il personaggio di Varang è incredibile, a mani basse la migliore cattiva vera del 2025, che con Quaritch (il solito, straordinario Stephen Lang) mette su la più infame coppia di bastardi dell’anno. In un cinema che sfoggia solo cattivi che aspirano ad essere buoni, questi due sono una boccata di aria fresca oltre che una delle prove che il cinema caparbio e vecchia maniera di Cameron, può ancora funzionare benissimo anche nell’epoca dell’algoritmo e delle piattaforme streaming.
Varang con al sua fissa per i cuori dei suoi avversari, sembra la Magua della situazione, il suo popolo in effetti hanno qualcosa dei Mohawk, dimostrazione che non tutti i Na’Vi sono puri di spirito e che la conquista del West è stata lunga, complicata e fatta anche di alleanze per interesse come quella tra Varang e Quaritch, che mi fa piacere sottolineare, pur essendo un film che esce sotto l’egida della Disney, anche di questo Cameron se ne frega e costruisce i personaggi trovando sempre il modo più astuto per girare intorno al visto censura: la scena delle tenda, tra un momento lisergico e l’altro, ci mostra i due cattivi che si drogano e fanno sesso, perché di fatto di questo stiamo parlando.

Il personaggio di Varang è la classica nativa dei film affascinata dalle innovazioni dei bianchi, la sua ossessione per il fuoco viene traslata sulle armi da fuoco e questo da corpo ad un personaggio davvero votato alla distruzione, impersonato magnificamente da Oona Chaplin e a proposito di girare intorno al visto censura e di fare scelte intelligenti, grazie a lei e al suo personaggio, James Cameron trova il modo di far dire a Sigourney Weaver LA FRASE, auto citazionismo ben fatto e non lanciato in faccia allo spettatore, drizzate le orecchie, quando la riconoscerete non potrete non esaltarvi come ho fatto io.
Se Varang è la nuova pericolosissima arrivata, il colonello Miles Quaritch è una sicurezza, se pensavate che per lui ci fosse la solita svolta da cattivo moderno, che in un battito di ciglia diventa buono, questo film conferma quando possa essere sfaccettato Cameron nella costruzione dei personaggi, ci sono ancora molte miglia per il personaggio impersonato da Stephen Lang da attraversare, che qui fa un ulteriore grosso passo nel suo arco narrativo, perché prima della parte visiva e delle innovazioni tecnologiche, al nostro Jimmy stanno a cuore i suoi personaggi, insomma la storia, quella fin troppo spesso criticata ad Avatar per chi ragiona per frasi fatte.

Se di Jake Sully, Neityri e soprattutto Spider, qui sempre più elemento chiave della storia abbiamo parlato, ci sono anche tutti gli altri archi narrativi di cui tenere conto, mettendo da parte quello sul Tulkun ribelle (che comunque resta una sottotrama fondamentale), abbiamo l’evoluzione del secondogenito Lo’ak (Britain Dalton) qui elevato al ruolo di voce narrante, a mio avviso un indizio sul futuro della saga, un personaggio che porta avanti quel tocco di ribellione paterna che comunque, ha sempre pagato in termini di risultati e coinvolgimento.
Ulteriore, grosso passo in avanti anche per Kiri, perché la tecnologia di Cameron permette di fare agli attori quelli che di solito si fa a teatro (ovvero la recitazione allo stato puro), quindi una signora come Sigourney Weaver può interpretare una ragazzina che affronta il mistero della sua predestinazione e anche senza chiamarsi John Connor, ha un ruolo fondamentale per il futuro di tutti.

Se tutto questo non bastasse a riempire un’avventura dal ritmo sempre alto e piena di eventi, ci sarebbe tutta la questione sulla parte estetica del film, quella di cui si parla così tanto da venire quasi data per scontata. Questa volta la soluzione tecnica più “facile” messa su da Cameron consiste nel girare alcune sequenze, quelle più articolare – altrimenti è troppo facile – ad un numero di frame al secondo maggiore, superando il problema con cui si era schiantato di faccia l’altro regista Kiwi, ovvero Peter Jackson nella trilogia de Lo Hobbit. Se lì l’effetto finale risultava però ancora molto strano all’occhio, qui si aggiunge un livello di fluidità di cui beneficeranno tutti per i prossimi anni, tutto questo, per tacere del fatto che “Avatar – Fire and Ash” ha lunghe sequenze aeree, lunghissime sequenze in acqua e se l’ultima ora di La via dell’acqua era una gioia per gli occhi diretta con una cura per i dettagli maniacale, qui Cameron alza ancora di più la posta in gioco, la battaglia finale di “Fuoco e cenere” sembra quella del film precedente, ma in linea con la regola aurea dei seguiti: uguale al primo ma di più.
Provo a calarmi nei panni di chi ha snocciolato critiche tiepide, pochini ma ci sono, va detto che siamo talmente abituati all’assuefazione da immagini che ormai come spettatori, finiamo per annoiarci subito, “Fuoco e cenere” non espande il mondo di Pandora come ha fatto il precedente La via dell’acqua, però riprende quegli stessi “giocattoli”, ci aggiunge una tribù di nativi votati al fuoco e alla distruzione, rimescola il tutto e ci gioca ancora una volta, con l’obbiettivo di mettere su una partita ancora più grossa, con ancora più elementi drammatici, tutti insieme e su più campi da gioco, insomma vuole fare dell’epica, grossa, robusta e piuttosto vistosa, non evolve per ora, ma riesce nel suo obbiettivo, per altro molto bene.

Se in una storia in tre parti, il secondo atto è storicamente quello più drammatico, “Fuoco e cenere” è il perfetto secondo atto della saga di Avatar, quello che lascia con il suo finale tutti i personaggi toccati e cambiati, pronti per le nuove “rotte” da seguire nei prossimi capitoli, che per altro, sono tutte molto interessanti.
Risultato finale? Tra le ceneri di un cinema che se non sta morendo, sicuramente non se la passa bene, il fuoco della passione, della voglia di innovare ma anche di essere caparbiamente vecchia scuola di James Cameron è ancora la via da seguire, Jimmy… Io ti vedo.


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