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Ave, Cesare! (2016): Coenituri te salutant

Ci sono alcuni
registi che non possono permettersi meno della perfezione, ai quali è sempre
richiesto di eccellere e qualunque cosa meno di un CAPOLAVORO (con tutte le
lettere maiuscole) è da etichettare per forza come una morte artistica. Sono
sicuro che avete dieci nomi di filmaker che rientrano in questa categoria, io
ve ne faccio due, però con lo stesso cognome: Joel ed Ethan Coen.

Non sarebbe
nemmeno male approfondire questo discorso, un film va valutato per quello che
è, o in diretto contrasto con tutti i titoli della filmografia a cui
appartiene, in questo secondo caso, l’affare diventerebbe una questione di
aspettative, quindi di solito preferisco valutare il singolo film e poi in
seconda battuta confrontarlo con i suoi fratellini e sorelline.
“Ave, Cesare”
rientra sicuramente nella famigerata schiera di titoli virgolettati come “Minori”, fra i quali spesso troviamo le commedie più leggere (ma non meno satiriche) dei
fratelli del Minnesota, titoli come “Ladykiller,” Intolerable Cruelty” e “Burn
After Reading” che hanno fatto storcere i nasi il più delle volte
perché considerati meno belli di [INSERIRE-QUI-FILMONE-DEI-COEN… Tanto avete l’imbarazzo
della scelta], anche perché io film brutti dei fratelli non ne ricordo, di
sicuro qualcuno minore, più leggero, qualche dissertiment, ma film palesemente
brutti proprio no, questo ultimo arrivato “Hail, Caesar” rispetta la
tradizione.



“Parlavano male anche de ‘L’uomo che non c’era’ carino…”.
Nella
Hollywood degli anni ’50, il direttore di produzione Eddie Mannix (Un Josh
Brolin ricalca ad un produttore della MGM realmente esistito) affronta la sua
normale settimana di lavoro, fatta di problemi da risolvere, gossip da non far
trapelare, il tutto, rigorosamente senza un orario stabile, non ci sono partite
dei figli che tengano, con buona pace della mogliettina (la sempre brava Alison
Pill).
Il giocone metacinematografico dei Coen inizia quando la major pagante mette in produzione il film “Hail, Caesar! – A tale of the Christ”, kolossal di punta in cui non è difficile notare più di un punto in comune con “Ben-Hur” (ad un certo punto si parla di una scena con le bighe), ma visto il tema, i produttori sono molto preoccupati di non offendere nessuna religione.


“Peplum? Ma non dovevamo girare un western?”.
I Coen mandano
a segno la delirante scena del battibecco tra il rabbino e i sacerdoti chiamati
ad esprimere il loro parere sulla trama, parliamoci chiaro: non siamo dalle
parti della satira lucida di “A serious man” nei confronti dell’Ebraismo (un apice
che nemmeno Woody Allen si era mai sognato), ma, comunque, i temi ricorrenti dei
fratelli del Minnesota si fanno largo, ottenendo anche una scena… Che fa
davvero ridere.
Da qui in poi
i Coen alzano la posta, perché Mannix (a suo modo anche lui un “serious man”,
guardate le sue costanti confessioni con il prete) è costretto a gestire una
crisi da allarme rosso: Baird Whitlock (George Clooney) il principale divo del
film scompare nel nulla, rapito da un gruppo di sceneggiatori comunisti (che
sembrano usciti dalla parodia di Trumbo),
che cercano di convincere il mollicone a diventare la chiave di volta della
loro rivoluzione… In un attimo i Coen prendono in giro Chiesa e Politica, in
modo da far incazzare tutti in parti uguali!
Di fatto, “Hail,
Caesar!” potrebbe essere il quarto capitolo della (tetralogia?) del cretino,
anche perché Clooney non credo reciterà mai un ruolo “serio” per quei due
matti, il suo Baird Whitlock è un po’ la damigella in pericolo e un po’ il
motore di tutti i casini della trama, uno capace di passare dalla serietà
assoluta, alla tontaggine come solo gli attori possono fare, il suo monologo
finale riassume bene il concetto.



“Perchè devo farla sempre io la parte del cretino?” , “Sei un talento naturale George!”.
Come dicevo, i
film vanno valutati per quello che contengono dai titoli di testa a quelli
di coda: “Ave, Cesare!” è ben scritto, farcisce un’indagine di
stampo noir (farsesco) con una masnada di personaggi, interpretati da tutti gli
attori di quella che ormai potremmo definire come la Factory Coeniana.

Con un occhio
satirico, ma anche un po’ malinconico, i Coen riescono a rendere omaggio ad un’infinità di generi cinematografici tipici di quel decennio, è chiaro dalla
(lunghissima!) scena danzereccia che rende omaggio ai musical di Gene Kelly, un
po’ per prenderli in giro (avere Channing “Magic Mike” Tatum della partita
aiuta…), ma anche quasi amorevole. Non fai una scena così articolata se il
materiale originale non lo conosci più che bene e i Coen, da grandi uomini di
cinema quali sono, sono sicuro che per questo film hanno fatto i compiti…
Ciliegina sulla torta: il regista del musical è interpretato da un redivivo Christopher
Lambert che sfrutta ancora il suo buffo accento. Bentornato Christoforo, era
una vita che non ci si vedeva!



Chissà se i Coen hanno visto “Magic Mike”?
Un altro dei
generi omaggiati e sbeffeggiati dai Coen è il western, quello allo Roy Rogers
per capirci (“Preferivo Roy Rogers, mi piacevano le sue giacche con i lustrini”
Cit.), qui la vera rivelazione del film è Alden Ehrenreich, giù visto in un
paio di film di Coppola, padre (“Tetro” e “Twixt”) e figlia (Somewhere), qui il
prossimo Han Solo dello spin-off, interpreta il cowboy Hobie Doyle, bravissimo
con il lazo, un po’ meno con la recitazione, la sua scena con Laurence Olivier,
ehm, volevo dire Laurence Laurentz (uno spassoso Ralph Fiennes) è uno dei
momenti migliori del film, che mi dà l’occasione per parlare di un altro
problema: il doppiaggio.

“Ragazzo, doppiato non fai ridere nessuno”.
Ci sono alcuni
dialoghi di “Ave, Cesare!” che all’orecchio proprio non girano, sono abbastanza
sicuro che in Inglese alcune trovate funzionano molto meglio, il film
l’ho visto doppiato, anche perché mi era già capitato di sbattere il naso
contro “Burn After Reading” visto e adorato ad un festival di Venezia e non
altrettanto pesche e crema una volta rivisto in Italiano, quindi mi riprometto
di vedere “Hail, Caesar!” anche in originale il prima possibile.
Nella trama
messa in piedi dai Coen, alcuni dei tanti attori del cast, sono costretti ad
una parte davvero piccola, come Frances McDormand (montatrice di pellicole non
curante della sua sicurezza) o la sboccacciata vedette DeeAnna Moran (Rossella
Di Giovanni che purtroppo si vede pochino…), quella che risolve il problema di
permanenza sullo schermo è Tilda Swinton che interpreta due personaggi…
Gemelle!



“Non ho ancora bevuto e già ci vedo doppio…”.
Ma
consoliamoci: a qualcuno è andata molto peggio! Il povero Dolph Lundgren è
stato tagliato in fase di montaggio, delusione, speravo davvero di vedere anche
lui lavorare con i Coen!
Tra le altre
tematiche tipiche del cinema dei Coen, il caos è un fattore rilevante, infatti anche questa volta ha il suo bel peso specifico nella storia, ma nella
(a)tipica giornata di lavoro di Eddie Mannix è impossibile non leggere tra le
righe il messaggio dei Coen che, tutto sommato, tra divi fuori controllo, dubbi
di capitalismo, gossip e set difficili, alla fine “We love making movies” come
dice Tarantino, anche quelli minori come questo.
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