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Baby Reindeer (2024): la serie Netflix che mette alla prova l’algoritmo

Nella mia costante ricerca della prossima serie che mi annoierà, mi sono imbattuto, in maniera ben poco convinta in questa “Baby Reindeer”. Sta su Netflix no? Ok ma dura solo sette episodi da trenta minuti l’uno, minuti belli densi va detto, ma in generale posso dire che da un po’ mi mancava la voglia di scoprire cosa accadrà nella prossima puntata (storia vera).

Successo ottenuto in base alla durata moderata? Al formato auto conclusivo tipico della miniserie? Forse, anzi sicuramente tutti questi fattori hanno contribuito, ma se devo dirla tutta, a rendere “Baby Reindeer” sono le sue contraddizioni, che poi sono le stesse del suo protagonista interpretato da Richard Gadd, che per altro non solo è l’autore del “one man show” che sta alla base di questa miniserie, ma è anche il protagonista della, state pronti, STORIA VERA (Ta-daa!) che ha ispirato tutto questo cucuzzaro.

Cornuto (e mazziato)

Richard Gadd, interpreta la parte di Donny, aspirante comico scozzese, tipico soggetto tutto gomiti e pomo d’Adamo sottoprodotto dei pub londinesi dove lavora a tempo perso, tenendo segreto ai suoi colleghi il suo sogno di sfondare come comico, per altro dall’umorismo molto astratto, satirico, insomma in questi casi si dice non per tutti, ma come sinonimo di “Non fai ridere Donny”. Lo so sembra l’inizio di Joker, ma poi migliora, ve lo giuro.

Un giorno nel suo pub arriva Martha (Jessica Gunning), che sostiene di essere un’avvocatessa ma non ha i soldi nemmeno per una tazza di tè, Donny gliele offre una, un po’ per empatia, un po’ per gentilezza, ancora un po’ per una serie di ragioni che scopriremo in questa lunga seduta di terapia in sette puntate. Sta di fatto che Martha diventerà la sua Stalker, trecento e-mail (sgrammaticate) al minuto, una presenza costante sul suo posto di lavoro e ai suoi spettacoli, “Baby Reindeer” che è anche il nomignolo con cui la donna lo chiama, inizia così, con Donny pronto a denunciare Martha sì, ma solo sei mesi dopo che la donna è entrata (a gamba tesa) nella sua vita.

«Si sarò la tua stalker, proprio la tua»

«Perché ci ha messo così tanto a decidersi a denunciarla?». Quante donne a ruoli invertiti si sono sentite fare questa domanda? Ma poi, sono davvero seguiti dei fatti o le pastoie della burocrazia hanno trasformato il tutto in un nulla di fatto? Ed ora, visto che sono in vena di digitare punti interrogativi, perché “Baby Reindeer” mi è piaciuta così tanto? La risposta potrebbe essere più complessa, non dico alla pari di quella fornita da Donny ma quasi.

Cosa lamento sempre nelle storie contemporanee? La mancanza di sfaccettature. Il pubblico sempre più distratto ha bisogno dei buoni-buonissimi e dei cattivi-che-sognano-di-essere-buoni, i personaggi sullo stile delle trame in voga negli anni ’70 sono spariti, mi riferisco a quelli sfaccettati, con qualche lato oscuro, delle insicurezze e dei problemi personali che beh, li rendevano più realistici, più umani. Tutta roba che nella finzione, devi saper scrivere bene e che Richard Gadd, complici i fatti reali alla base della miniserie, qui ha davvero saputo riportare.

Mai visto nessuno così depresso in mezzo a tanto alcool.

A colpirmi di “Baby Reindeer” una riflessione: ad una prima occhiata distratta questa serie ha tutti gli elementi obbligatori per fare di una serie, una serie Netflix, quei fattori senza i quali con il cavoletto che la casa della grande “N” rossa scuce il grano! Infatti a ben guardare in “Baby Reindeer” troviamo la famiglia di colore che ospita il protagonista, composta da una ex fidanzata e da sua madre, che tirando le somme di tutto, sono personaggi positivi. Inoltre abbiamo una donna transessuale che risulta essere un personaggi sfaccettato e anche piuttosto carismatica e a ben guardare, di conseguenza, anche il tema dell’omosessualità.

Tutta quella roba che coloro che temono il politicamente corretto alla grappa o i piatti cucinati con il WOKE considerano il male supremo del nostro tempo, questione su cui potremmo discutere per ore ma che NON affronteremo perché a me, interessa circoscriverla al mondo dell’intrattenimento, in cui la mia posizione è sempre la stessa: se l’inclusività è l’unico elemento che hai per caratterizzare la tua serie, vuol dire che non hai poi molto in mano, esattamente come la svolta, il twist-in-end in un copione, se la tua trama si basa solo su quello beh, non è poi questa gran trama no?

Nava Mau nei panni di Teri, fossero tutte scritte e recitate come lei, non ci sarebbero più discussioni relative ai personaggi inclusivi (oppure sì, ma la didascalia è già abbastanza lunga)

Automatico invece che se tali elementi sono strutturali, parte della storia e in questo caso, anche della caratterizzazione di Donny, allora saranno fondamentali, specialmente se a raccontarteli è qualcuno che ha davvero qualcosa da dire sulla questione e che per altro, l’algoritmo che considera “producibili e distribuibili” le storie sulla piattaforma Netflix, qui, venga anche seriamente messo in dubbio.

Già perché a mio avviso “Baby Reindeer” è stata approvata sì, ma con l’asterico, per citare l’immarcescibile Coach Phil Jackson, perché senza farvi rivelazioni, ad un certo punto un personaggio Pansessuale, maschio e bianco, cala la maschera e in generale, viene a mancare la figura classica di tante serie fotocopia Netflix, il maschietto bianco che deve essere per forza il cattivo. Qui non solo i ruoli si sono invertiti rispetto al solito, ma la Stalker è una donna ed è proprio qui che “Baby Reindeer” prende a sberle l’algoritmo e per sette episodi, ci regala personaggi con quelle sfaccettature a cui ormai, le storie dell’immaginario sembrano aver rinunciato, forse anche per questo la piattaforma sta spingendo la serie, ma molto meno rispetto a tanta altra roba di minor valore.

Quella giacca di sicuro fa ridere, ma per il motivo sbagliato.

In molti momenti, come spettatori, ci ritroveremo a pensare: Donny ma sei scemo? Perché alimenti il comportamento di Martha? Già solo questo aiuta a far capire al pubblico che no, il mondo non è diviso tra buoni-buonissimi e cattivi-che-sognano-di-essere-buoni, a volte le persone sono allo stesso tempo vittime e carnefici, più o meno in parti uguali e noi dall’esterno, delle vite degli altri non possiamo sapere proprio un bel cazzo. “Baby Reindeer” nasce come la storia di una Annie Wilkes e pian pianino diventa la seduta di terapia di Donny, un’idiosincrasia umana, uno pieno di paure ed irrisolti che forse, non sarebbero mai esplosi se non avesse volontariamente aperto la porta ad un personaggio odioso, invadente, sgradevole come Martha che a sua volta, nella spiegazione di quel nomignolo (e del titolo della serie), si conferma a sua volta un gran casino di sofferenze passate, mai davvero dimenticate.

Vista così sembra quasi una serie romantica, ma se lo fosse, non ne leggereste su questa Bara.

Si perdona tutti? Tutti buoni anche le peggiori carogne? Proprio per niente. L’immaginario ci insegna che i cattivi alla fine, si pentiranno oppure, moriranno cadendo e urlando da che so, il palazzo della Nakatomi. La vita invece ci dice che i rapporti umani sono un casino, a volte devi convivere con il tuo peggior nemico altre volte, potrai allontanare da te chiunque, ma finché non starai in pace in una stanza vuota, non potrai starci con nessuno in questo mondo.

“Baby Reindeer” è una fotografia ben scritta e ben recitata di dinamiche che normalmente il mondo dell’immaginario ignora, volutamente, un po’ perché sono difficili da mettere nero su copione, un po’ perché è meglio regalare al pubblico buoni-buonissimi, quindi no, non vi racconterò una sola parola in più sulla serie, di quello che accade e di come si sviluppa questa Storia Vera, vi ripeto quello che dicevo lassù, il formato delle miniserie va utilizzato più spesso per non diluire l’efficacia di una storia e da tempo, non avevo voglia di vedere il prossimo episodio di una serie così tanto, quindi per quello che mi riguarda, dritta sparata tra le miniserie che non posso fare altro che consigliarvi. Dopo tornare alle solite serie figlie dell’algoritmo sarà tostissimo.

Per una seconda opinione, vi consiglio di passare a trovare Lisa, dopo il pub vi ci vuole un caffè In central perk.

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  1. Ha battuto l’algoritmo ma alla fine è l’algoritmo che ha trovato me, visto che l’ho vista solo perché ai primi posti delle classifiche e in Inghilterra, beh, era in ogni poster in ogni stazione… In ogni caso, una miniserie che ha qualcosa da dire, finalmente, che mette in mezzo molte sfumature, molti grigi, tanto che non c’è una parte da tifare ma solo mettersi in silenzio in ascolto e in visione.
    Finalmente l’ho già detto?
    Ancora ci penso, ancora ci rimugino, ancora la penso a parti invertite ma anche come strana, stranissima storia vera che causa Netflix sta portando i fatti veri da un’altra parte, pubblico investigatore: fermati.

    • Sta vivendo di vita propria queata serie, le reazioni del pubblico vabbè, le conosciamo, ma restando strettamente sul lavoro fatto, ne vorrei altre dieci di serie in grado di muoversi nelle zone di grigio come fa questa. Forse anche venti. Cheers!

  2. Mi fa piacere che l’abbia apprezzata, sai in famiglia ho riscontrato proprio travi maschietti, quella voglia del prossimo episodio nonostante l’abbiano trovata disturbante, probabilmente perché analizza il tutto da un punto di vista prettamente maschile. Tanti argomenti, ma gestiti in maniera egregia.

    • Molto, trenta minuti a puntata ma belli densi di dettagli. Cheers

  3. Forse didascalica a tratti, ma qui a casa la abbiamo divorata – il che, da non amante delle serie quale sono, da parte mia non era scontato 🫠

    Davvero bella. Fuck the algorithm 🥳🤟🏻

    • Un’auto analisi, rispetto alla media del didascalico, qui pesche e crema, avercene di miniserie così. Cheers!

  4. Ne ho sentito dire un gran bene, direi che ora non ho piu’ scuse.
    Poi, considerando la mia allergia patologica alle serie, non e’ neppure troppo lunga.
    Aggiudicata.
    Buona domenica!!

    • Fammi sapere la tua in merito e buona domenica! Cheers

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