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Backrooms (2026): c’è una quinta dimensione oltre a quelle che l’uomo già conosce…

… É la regione intermedia tra la luce e l’oscurità, tra la scienza e la superstizione, tra l’oscuro baratro dell’ignoto e le vette luminose del sapere: è la regione dell’immaginazione, una regione che potrebbe trovarsi nel cinema Horror contemporaneo.

Ebbene sì, ci stiamo muovendo in una dimensione del tutto nuova, il genere Horror gode, come dico ogni settimana, di ottima salute, anche perché è l’ultimo rimasto a poter sperimentare, ad avere una vera divisione tra “indipendente” e “Per tutti” e soprattutto, fa soldi al botteghino. Siamo nel mezzo di una bella onda di titoli, se Curry Barker è nato nel 1999 e ha firmato uno dei migliori titoli Horror dell’anno, oggi tocca a Kane Parsons, nato nel 2005, come ci ha – leggerissimamente – fatto notare la casa di produzione del suo “Backrooms”, la solita A24, che non ha per nulla battuto sul tasto dell’avere il più giovane regista di sempre della loro scuderia, no no, per nulla, ma ora, doveroso passo indietro.

Come dicevamo per Obsession, siamo nella dimensione di nuovi talenti emergenti che non hanno per forza solo il cinema come unico Nord magnetico, registi che arrivano da “Infernet”, ad esempio Kane Parsons arriva da 4chan e dal mondo dei Creepypasta, il suo cortometraggio intitolato “Backrooms” ha fatto il suo esordio sul TuTubo nel 2019 e considerando la sua volontà di esplorare gli spazi e le stanze liminali, ha raccolto un enorme successo nel mezzo della pandemia globale, dove eravamo tutti bloccati in stanze apparentemente infinite e senza uscita e dove gli spazi comuni, a noi noti, si sono spopolati.

«Davvero sei nato nel 2005? Io facevo il cattivo per Singleton allora»

Insomma, dopo l’atroce Slender Man, un altro “corto” che diventa “lungo”, un altro Creepypasta che arriva in sala, lo fa in teoria diventato il punto zero di un’operazione di costruzione di un mondo fatto da una comunità virtuale di utenti, ma lo fa annullando un po’ la filosofia dello stile con cui il tutto è nato, perché “Backrooms” è sicuramente un film a basso budget (comunque dieci milioni di fogli verdi con sopra facce di ex presidenti defunti) ma non un film povero, a partire dal coinvolgimento di un attore di prima fascia come Chiwetel Ejiofor, parliamo di quel poco di trama che fa da sinossi e spunto di partenza, e poi ci perdiamo in questi corridoi gialli.

Siamo nel 1990 (quindi per Kane Parsons questo è un film in costume), il protagonista Clark, fatto a forma del già citato Chiwetel Ejiofor, è un quasi ex architetto che campa girando video auto-promozionali sul suo scadente mobilificio. Il nostro beve troppo, ha un matrimonio fallito alle spalle e siccome non riesce ad aprirsi ammettendo i suoi problemi, spende inutilmente soldi per sessioni di silenzio con la sua analista, la dottoressa Mary Kline (Renate Reinsve).

Un giorno nel suo mobilificio, Clark scopre una sorta di “portale” che gli permette di accedere ad una dimensione parallela, fatti di spazi come detto, liminali. Avete presente quei luoghi di passaggio vuoti, vagamente sinistri, fatti di luci al neon, che possono essere il corridoio del vostro posto di lavoro, sale d’aspetto o la coda alla posta? Ecco, tutti quei posti già spaventosi di loro. In questo giallastro labirinto di stanze e corridoio, sembrano muoversi figure inquietanti e in qualche modo Clark, tirerà dentro anche la sua analista.

«A me fa pure schifo il giallo, porcaccia schifa!»

“Backrooms” ha un compito e un destino segnato, verrà ricordato come il primo horror sugli spazi liminali, anche se ne esistono già e sono un po’ esplosi dopo “Skinamarink” (2022), o come l’ho chiamato io dopo averlo visto al ToHorror, il film che ti fa venire male al collo e voglia di urlare al regista: «Alza ‘sta inquadratura!», nei mesi di campagna promozionale “Backrooms” è già stato venduto così, oltre che l’Horror della A24 diretto da un ventenne, per nostra fortuna Kane Parsons è più astuto di così e sa che in realtà è un tipo di malessere che esisteva già nella narrativa Horror.

Una stanza “inesatta”, magari con angoli del soffitto che hanno cinque vertici invece dei canonici tre si trovavano già nei racconti di Lovecraft, oppure in titoli come “La casa dell’abisso” di William Hope Hodgson anche se per me, la prima volta che ho sentito parlare di “Backrooms”, mentre tutti parlavano di 4chan io pensavo molto più banalmente alle stanze infinite di “Casa di foglie” di Mark Z. Danielewski, perché di questo stiamo parlando, un film che cerca di esplorare la nostra percezione del reale. Nella prima parte lo fa alla grande, “traducendo” in qualcosa di contemporaneo il linguaggio dei found footage anche grazie alla fotografia di Jeremy Cox e al montaggio di Greg Ng, ovvero due dei pretoriani di Oz Perkins, perché Kane Parsons è stato ben affiancato in quasi tutti i reparti.

«Qui potrei metterci una pianta in vaso, visto che non riesco ad uscire, tanto vale arredare»

Tutto il lungo peregrinare in questi non luoghi funziona molto bene, anche se era complicato tradurre la sensazione che si prova guardando un video in rete di pochi minuti, venduto come “Occhio che questo ti farò paura” in 110 minuti della stessa tensione. Tutto il primo atto di “Backrooms” secondo me ci riesce molto bene, quello che traspare e che arriva molto forte è un misto tra terrore ed apatia, tra panico e rassegnazione che chiede al pubblico di aprirsi, o meglio, di scavare dentro loro stessi, il fatto di avere nella storia un’analista, diventa un po’ una pistola di Čechov bipede.

Scivolare fuori dal mondo, dentro un luogo altro che somiglia ed è fatto di posti che ci sono familiari ma che improvvisamente, iniziano a risultare sinistri, senza nemmeno sapere come descrivere quel tipo di disagio che ci provocano. “Backrooms” poteva essere la più sottile messa in scena della caduta nella depressione? Nel convivere con l’ansia? Nel cercare di tenere a bada un attacco di panico, mentre, con la tua analista vaghi nei tuoi infiniti e liminali spazi interni alla ricerca di una spiegazione, l’origine del problema ma soprattutto, la via d’uscita e il non trovarla, genera altro terrore, apatia, panico e rassegnazione, tanto di cappello a Kane Parsons finché dura questo METAFORONE, perché poi purtroppo, non dura.

«Ho disegnato una porta per uscire», «Manca la maniglia!»

La sensazione guardandolo è che Parsons avesse le idee molto chiare su come il film avrebbe dovuto essere dal punto di vista visivo, ed è normale, questi Horror da spazi liminali sono basati quasi tutti sull’estetica che sanno trasmettere, purtroppo, specialmente nel secondo atto, la trama si flette e il film sembra abbracciare soluzioni fin troppo convenzionali, diciamo da Horror più classico, ad esempio tutta la parte sul “mostro” nero, prima presente e riuscito e poi puff! Volatilizzato, ma anche il lynciano uso del doppelganger, che voglio dire, mi trova sempre molto propenso, ma non tutto sembra quadrare, proprio perché il film a tratti cerca di razionalizzare fin troppo.

Il dubbio che ho avuto guardandolo è che la A24 non si sia fidata troppo delle idee radicali del suo regista, molto spinto quando si è trattato di venderlo come il più giovane di sempre, un po’ meno per lasciargli carta bianca anche in fase di scrittura oppure che, banalmente, il regista non avesse cosi tanta esperienza e questo spiegherebbe come mai troviamo Will Soodik alla sceneggiatura.

Il tentativo di razionalizzare e dare una sorta di spiegazione non mi ha convinto molto (come del resto, il finale), ma visto che è un film che vive e muore sulle sensazioni che provoca, in certi momenti ho avuto dei deja vù di “Cube” (1997) di Vincenzo Natali, che funzionava benissimo come figlio unico, meno nei suoi seguiti fin troppo espositivi, spero non accada questo anche a “Backrooms” il cui unico seguito che vorrei vedere, esiste già, e prevede Bruce in giro per le strade liminali… battutaccia, ma è dall’inizio del post che la trattenevo, mi è scappata.

«Mi sembra di sentire Bruce Springsteen, forse questa è la direzione giusta per uscire»

Visto che ho aperto il vaso di pandora della musica, la colonna sonora di “Backrooms” mi è sembrata anche fin troppo, ogni tanto copre l’effetto sonoro dei neon che ronzano e di tutte quei rumori, su cui stava lavorando bene il montaggio sonoro, che dovrebbero aiutarci a perderci nell’esperienza, invece di venire “guidati” da musiche che spesso suggeriscono troppo e in generale, coprono.

Insomma, “Backrooms” è un film che verrà ricordato per molti motivi, se riusciranno a non sfornare mille seguiti “spiegoni” potrebbe diventare uno di quei titoli da rivedere, nei momenti più intimisti. Di sicuro è un esordio notevole ma non impeccabile, che ha un po’ il retrogusto di occasione persa, ora sono curioso di vedere che tipo di regista diventerà Kane Parsons e se riuscirà ad uscire da quelle stanze e da quei corridoi. Noi spettatori, ci stiamo muovendo in una nuova dimensione dell’Horror, stiamo facendo i primi passi insieme a quelli che, forse, saranno i nomi di riferimento del genere del domani, ennesima prova che i film dell’orrore sono vispi e in forma, così ho ribadito il concetto anche questa settimana.

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