
Ci sono collaborazioni nel fumetto che sembrano inevitabili, quasi naturali, come se due autori fossero destinati a incontrarsi prima o poi. Poi ci sono quelle che, sulla carta, suonano come un esperimento un po’ folle, di quelli che nascono da una riunione in cui qualcuno ha detto “E se provassimo a vedere cosa succede?”. “Bad Boy”, uscito nel 1997 per la linea Vertigo della DC Comics, appartiene senza dubbio alla seconda categoria. Perché mettere insieme Frank Miller e Simon Bisley non è esattamente come mettere insieme burro e marmellata, è più come provare a far convivere due forme diverse di caos.
Miller, in quel periodo, è già un autore che non ha bisogno di presentazioni e che probabilmente non ha nemmeno bisogno di editor, l’uomo che ha riscritto Batman, che ha trasformato Daredevil in una tragedia urbana e che ormai si muove dentro un immaginario fatto di distopie, città corrotte e monologhi interiori che suonano come rasoiate. Bisley, dall’altra parte, è il contrario apparente: il suo segno è esplosivo, quasi ipertrofico, un’illustrazione che non si limita a riempire la pagina ma sembra volersela mangiare, trascinarla fuori dai margini e magari menarla.
Eppure, se li si guarda con attenzione, i due non sono poi così distanti come potrebbe sembrare, sono entrambi autori profondamente anarchici, anche se in modi incompatibili tra loro. Miller è l’anarchico della struttura, quello che smonta il linguaggio del fumetto per ricostruirlo con regole sue, Bisley è l’anarchico dell’eccesso, quello che prende qualsiasi cosa e la spinge oltre il limite fino a farla diventare quasi illeggibile, ma in quel disordine c’è una coerenza tutta sua.

“Bad Boy” nasce proprio da questo incontro-scontro, al centro della storia c’è Jason, un ragazzo che cresce in una società apparentemente ordinata, quasi sterilizzata, dove tutto sembra funzionare fin troppo bene per essere vero, infatti non lo è. Jason vive in una famiglia che è già di per sé una piccola caricatura del mondo che lo circonda: due genitori progressisti, liberal fino al midollo, più interessati a recitare il ruolo dei buoni adulti illuminati che a capire davvero il proprio figlio. Sono il classico tipo di “mollaccioni insopportabili” che Miller non ha mai avuto particolare difficoltà a trasformare in bersaglio narrativo, perché incarnano perfettamente quella forma di controllo morbido e paternalista che se Miller non ama, per lo meno si diverte a mettere alla berlina.
Dentro questo contesto, Jason non è un eletto, non è un predestinato e non è nemmeno un simbolo costruito a tavolino, è solo un bambino ribelle che ad un certo punto decide che quel mondo non gli va bene, e reagisce come reagiscono spesso i protagonisti di Miller: tagliando i ponti con tutto e scegliendo la ribellione come unica forma di identità possibile, non c’è gradualità, non c’è mediazione, solo un rifiuto netto che lo spinge fuori dal sistema e dentro qualcosa di molto più instabile.
Nel suo percorso entra anche Rachael, una ragazzina che incrocia la sua strada e che rappresenta uno degli elementi più enigmatici della storia, il loro rapporto non viene mai davvero spiegato fino in fondo, e il destino di Rachael rimane volutamente in sospeso, come se il fumetto preferisse lasciarla come presenza più che come personaggio risolto o forse, era previsto che tornasse in un seguito che non c’è mai stato.

Non è tanto la trama, comunque, a contare, quanto il modo in cui viene attraversata dalle due sensibilità opposte di Miller e Bisley. Da una parte la costruzione controllata, quasi geometrica, di Miller, che organizza il caos in una struttura leggibile, dall’altra il segno di Bisley che sembra continuamente pronto a far esplodere quella struttura dall’interno. Il risultato è un fumetto che non trova mai un vero punto di equilibrio, ma vive proprio in quella tensione costante tra ordine e disintegrazione, un “featuring” che come tutti i duetti musicali, potrebbe essere meno della somma delle due parti.
“Bad Boy” non è una storia di formazione classica, non è una distopia coerente e non è nemmeno un esperimento perfettamente riuscito. Resta un oggettino instabile, figlio di due autori che condividono un’attitudine anarchica ma la esprimono in modi opposti, e che proprio per questo finiscono per creare qualcosa che non assomiglia del tutto a nessuno dei due.


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